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18 maggio 2010

Appunti di viaggi in Israele. Colloqui con famiglie di origine italiana alla cena di inizio Shabbat

 

Gerusalemme. Dal Monte degli Ulivi.

Foto: Piero P.

Angela Polacco, l'impareggiabile compagna di ogni viaggio in Israele, quando presenta la partecipazione alla cena che il venerdì sera dà inizio al Shabbat presso famiglie di origine italiana, definisce questi incontri come l’esperienza che rimarrà maggiormente impressa ai partecipanti.

Anche se la ‘raffica’ di raccomandazioni (che ovviamente toccano e magari impensieriscono solo chi non sia ebreo) non può che lasciare perplessi. “Non dovete portare macchine fotografiche. Dovete spegnere i cellulari. Se trovate magari la luce accesa nel bagno non dovete spegnerla quando uscite. Evitate di suonare i campanelli. Accordatevi con il taxi che vi porterà per farvi venire a riprendere evitando di telefonare”. E tanto altro: insomma un insieme di ‘norme’ che appaiono un po’ sconcertanti e un po’ incomprensibili (dando la misura di quanto la nostra cultura non conosca quella ebraica che pure è parte fondante di essa). Aggiungendo, in maniera che sul momento appare consolatoria ma che nei fatti assumerà un ben più preciso e tangibile significato: “Ad ogni modo comportatevi in maniera naturale. Sentitevi in famiglia”.
 
Ed intanto accade quello che Angela aveva pronosticato: la città (in genere Gerusalemme) che appariva frenetica, con un traffico del tutto caotico ed impossibile, con agli angoli delle strade i venditori di fiori da utilizzare appunto per il Shabbat incombente, praticamente sembra arrestarsi.
 
E’ una sensazione strana questa di vedere le strade pressoché vuote e, negli hotel (non in tutti, ma in molti) prendere a funzionare unicamente l’ascensore ‘dedicato’ proprio alla giornata dello Shabbat: quello che non necessita della pressione sul pulsante del piano desiderato dato che –sia necessario o meno – si ferma automaticamente ad ogni piano.
 
Poi viene la sera ‘fatidica’ mentre ciascuno s’interroga in cuor suo su quanto saprà (o non saprà) essere all’altezza. E quando si arriva alla porta di chi ci ospiterà e questa si apre… cade ogni preoccupazione (almeno nell’immediato).
 
L’accoglienza è sempre molto calorosa e vien da pensare che certamente gli ebrei di origine italiana saranno pur numerosi, ma accogliere con una certa frequenza questi veri e propri estranei con i quali hanno in comune unicamente il Paese d’origine dev’essere non poco faticoso. Personalmente mi sono chiesto (senza ottenere alcuna risposta soddisfacente):  ma noi cattolici saremmo disposti ad aprire con tanta facilità le nostre porte?
 
Ad ogni modo davvero, come aveva anticipato Angela (che difficilmente sbaglia…) fin da subito ‘ci si sente come a casa propria’. Si è fatti sedere e si comincia a parlare noi di noi e loro di loro. E non è che un ‘assaggio’. Poi inizia la cena con la benedizione di rito sul vino che poi viene bevuto e sul pane che si è invitati a spezzare e consumare.
 
Il tutto in un’atmosfera che è nello stesso tempo carica di significato (penso anche per un non credente le preghiere sul pane e sul vino non possano apparire come un’astratto cerimoniale) e di festa. La festa, appunto, dell’essere insieme a cenare.
 
Una cena (e si pensi che tutto deve essere stato preparato prima dell’apparire delle tre stelle che segnano l’inizio dello Shabbat) che tutte le volte ho trovato ricchissima e molto varia.
 
Intanto si continua a chiacchierare ed a scambiarsi idee ed opinioni proprio su tutto. Dai temi strettamente legati agli interessi personali ai problemi di Israele.Da queli maggiori, legati alla pace a quelli per certi versi 'minori', ma che stanno a cuore ai gerosolimitani, come l'intervento volto a punire i responsabili di uno scempio edilizio, passato sindaco compreso.  Quasi ci si conoscesse da sempre.
 
Può accadere, a chi scrive è successo l’ultima volta, che il padrone di casa prima di terminare il pranzo, si alzi e affermando che “i nostri Maestri dicono che un pranzo che nutre il corpo deve essere accompagnato anche da qualche cosa che non sia puramente materiale” legga un brano tratto dalla Parashà (il brano che si leggerà la mattina successiva in sinagoga) e lo commenti. Fatto che può apparire fuori luogo a chi consideri il convivio unicamente un cibarsi, ma elemento che ho assai gradito perché ancor meglio mi ha reso partecipa di come e quanto gli ebrei sappiano e vogliano discutere del Libro (cosa che noi cattolici immagino ci guarderemo dal fare… penso sbagliando).
 
Infine giunge la benedizione al termine della cena e le chiacchiere continuano… a scorrere.
 
Devo dire che sono momenti che ho trovato molto belli. Si conosce maggiormente chi ci ospita e anche chi ci è compagno in quell’esperienza. E non appare (almeno così non è stato per me) aprirsi e parlare anche di me, di quanto avevo fatto, di quanto stavo facendo. In uno spirito di reale ‘comunione’ che appare tangibile e ben diversa da quella che viene auspicata, ad esempio, nelle prediche delle messe domenicali.   
 
E non mi pare che il tutto questo atteggiamento di apertura e di accoglienza sia riconducibile unicamente alla sfera religiosa. Certo questo ho sperimentato in una cena di Shabbat presso coniugi osservanti, ma altrettanto ‘spazio’ per gli altri ho pure ricevuto a casa di Ariela che non si definisce religiosa.
 
Mi verrebbe, in conclusione, da pensare che quest’atteggiamento sia un po’ nel DNA degli israeliani e o degli ebrei… ma forse è meglio lasciare il tutto in sospeso per non giungere a generalizzazioni inutili e magari ipocrite. Limitandomi a prendere atto che quelli che ho avuto la fortuna di incontrare erano così…e magari sono solo stato fortunato.
 
E visto che anche oggi è un venerdì e che proprio da questa sera il millenario rito si ripeterà non mi rimane che concludere con un sincero: Shabbat Shalom!




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 18/5/2010 alle 10:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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