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17 marzo 2010

Wall Street Journal: Perché Obama se la prende con Israele?

 
Testa a testa anche fra i giornali americani sulla crisi fra Stati Uniti e Israele a proposito dell’approvazione della costruzione di 1.600 nuove unità abitative nella parte est di Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vice presidente Usa, Joe Biden. Lunedì il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale che critica aspramente il violento attacco a Israele firmato domenica dal celebre editorialista del New York Times, Thomas Friedman. Biden, aveva scritto Friedman, avrebbe dovuto ripartire subito per Washington lasciando detto agli israeliani, paragonati a “guidatori ubriachi”, di “richiamare quando avranno intenzioni serie”.
Nella sua risposta l’editoriale del Wall Street Journal, intitolato “Obama si volge contro Israele”, ricorda che l’amministrazione Obama «ha sostenuto “sane relazioni” fra Iran e Siria, ha mitemente disapprovato l’accusa di “colonialismo” lanciata agli Usa dal presidente siriano Bashar Assad, si è pubblicamente scusata con Muammar Gheddafi per averlo trattato senza la dovuta deferenza dopo che il dittatore libico aveva invocato una “jihad” (guerra santa) contro al Svizzera». Invece, continua l’editoriale, quando si tratta di Israele «l’amministrazione non ha nessun problema ad elevare di molti gradi l’indignazione pubblica. Le ripetute scuse da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non hanno impedito al segretario di stato Hillary Clinton – in base a quelle che fonti della Casa Bianca hanno ostentatamente definito indicazioni personali del presidente, di etichettare l’annuncio israeliano come “un insulto” agli Stati Uniti. Dal momento che nessuno difende l’annuncio di Gerusalemme, men che meno un governo israeliano evidentemente in imbarazzo, è difficile capire perché l’amministrazione abbia scelto questa occasione per scatenare una crisi diplomatica in pena regola con il suo più affidabile alleato mediorientale … Se Israele avrà l’impressione che l’amministrazione cerca qualunque pretesto per far saltare le relazioni, si curerà molto meno di come potrebbero reagire gli Stati Uniti a un eventuale raid militare sull’Iran».
Sulla questione degli insediamenti in Cisgiordania il quotidiano finanziario prende una posizione opposta a quella dell’amministrazione Obama. «È sempre più difficile sostenere che la loro esistenza sia un ostacolo fondamentale ad un accordo di pace coi palestinesi» scrive, e spiega: «Israele si è ritirato da tutti gli insediamenti della striscia di Gaza nel 2005 solo per veder trasformato quel territorio in uno staterello di Hamas e in una base per il continuo lancio di razzi contro civili israeliani. L’ansia di Israele circa il ruolo dell’America come onesto mediatore in qualunque sforzo diplomatico non può essere mitigata nevrosi dell’amministrazione su questo particolare progetto edilizio, che cade all’interno dei confini municipali di Gerusalemme e che può essere chiamato un “insediamento” solo nei termini massimalisti del lessico della parte palestinese. Qualunque realistico accordo di pace dovrà prevedere un raggiustamento delle linee del 1967 e uno scambio di territori: un concetto formalmente riconosciuto dall’amministrazione Bush prima del ritiro di Israele dalla striscia di Gaza». Conclude il Wall Street Journal: «Se l’amministrazione Obama preferisce trasformarsi, come hanno fatto gli europei, nell’ennesimo pool di avvocati dei palestinesi, troverà sempre più difficile ottenere concessioni da Israele. Il che potrebbe anche essere il risultato più ambito dai nemici di Israele, sia nel mondo arabo che in occidente, perché permette loro di dipingere Israele come la parte intransigente che ostacola la strada della “pace”. Perché debba desiderarlo un’amministrazione Usa che ribadisce continuamente la propria amicizia verso Israele è tutt’altra questione. Ma, di nuovo, questo episodio corrisponde perfettamente allo schema seguito finora della politica estera di Obama: i nostri nemici vengono corteggiati, i nostri amici vengono strapazzati. È successo in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Honduras e in Colombia. Ora è la volta di Israele».

(Da: YnetNews, 15.3.10)
 




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 15:30 | Versione per la stampa

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