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13 luglio 2009

Un brutto colpo alle chance di pace

 

Yossi Alpher

I negoziati israelo-palestinesi per una soluzione definitiva lanciati dalla conferenza di Annapolis dell’autunno 2007 non è mai sembrato che avessero qualche reale chance di successo. I leader di tutte le parti – israeliani, palestinesi e americani – erano o troppo deboli o troppo poco interessati. Alcuni sostenitori dei negoziati, che sono durati fino a tutto il 2008, si sono spinti a sostenere che persino colloqui senza speranza erano importanti come strumento per puntellare le misure di confidence-building (per creare fiducia) su sicurezza ed economia che venivano nel frattempo messe in atto in Cisgiordania. Ma se anche i colloqui avessero dato qualche frutto, in base alle intese di Annapolis il loro risultato era destinato in ogni caso a diventare uno “shelf agreement” (accordo di principio) in attesa del completamento della “fase uno” della Road Map e del ripristino del governo dell’Olp sulla striscia di Gaza.
L’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno recentemente discusso sulla stampa americana (in due interviste, rispettivamente sul Washington Post il 29 maggio e su Newsweek il 13 giugno) quanto effettivamente essi arrivarono a concordare con i loro negoziati del 2008. Il “prodotto” da essi descritto in quelle interviste è grossomodo simile ai parametri di Bill Clinton della fine del 2000, agli accordi di Taba dell’inizio del 2001 e all’iniziativa di pace ufficiosa di Ginevra del 2003. Tenendo a mente l’evidente incapacità dei due leader anche solo di prendere in considerazione l’attuazione di un accordo, i dettagli non poi tanto originali del negoziato Olmert-Abu Mazen appaiono come l’ennesimo esercizio virtuale in peacemaking.
Forse i protocolli che i due leader hanno lasciato si riveleranno utili per i futuri peacemakers. Ma dobbiamo anche sperare che il fallimento finale dei loro negoziati non influenzi negativamente la determinazione della prossima generazione di leader a tentare di nuovo.
Per quanto mi riguarda, questo è il motivo per cui ero contrario al processo di Annapolis: impegnarsi in negoziati che non hanno realistiche possibilità di dare frutti e andare a buon fine può voler dire aggiungere un altro strato di fiaschi all’edificio sempre più deprimente delle abortite iniziative di pace israelo-palestinesi. Il che può dissuadere anziché incoraggiare la prossima tornata di negoziati. Quante volte ancora i leader israeliani e palestinesi accetteranno di rischiare la carriera politica, quando non addirittura la vita, nel reinventare sempre la stessa ruota per la pace, solo per vederla uscire dal suo asse per l’ennesima volta?
Olmert afferma d’aver offerto ad Abu Mazen tra il 93,5 e il 93,7% della Cisgiordania, oltre a un 5,8% in scambi territoriali e un passaggio garantito fra Cisgiordania e striscia di Gaza. Abu Mazen ricorda un’offerta del 97%. Entrambi affermano che Israele ha accettato di accogliere un piccolo numero di profughi palestinesi, con Olmert che aggiunge però d’aver respinto il cosiddetto “diritto al ritorno” e d’aver offerto un numero limitato di ritorni in Israele come “gesto umanitario”. Olmert ha anche offerto, in pratica, di internazionalizzare il cosiddetto “bacino dei Luoghi Santi” di Gerusalemme.
L’intervistatore di Olmert riferisce che il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat “ha confermato che Olmert ha fatto questa offerta” e che “era serio”. Erekat sostiene che i palestinesi avevano bisogno di tempo per studiare l’offerta di Olmert [peraltro, come si è detto, quasi identica a quelle degli ultimi otto anni] e preparare una risposta, e che il tempo è mancato quando Olmert ha rassegnato le dimissioni e Israele ha attaccato la striscia di Gaza: Ma questo non è ciò che ha detto Abu Mazen (e nessuno del suo entourage ha smentito ciò che Abu Mazen ha dichiarato a Jackson Diehl del Washington Post), e questa è la parte seccante per chiunque analizzi questa esperienza negoziale per trarne indicazioni su future chance di successo.
Ogni tanto un leader nazionale fa dichiarazioni in un’intervista che ridefiniscono la sua posizione sul palcoscenico mondiale. Abu Mazen sembra aver fatto proprio questo. Ha scelto di interpretare qualunque affermazione di empatia verso i profughi fatta da Olmert – lo sforzo che, a quanto pare, ha fatto di offrire ai palestinesi una specie di conclusione psicologica degli eventi del 1948 – come l’accettazione del “diritto al ritorno”, mentre dal suo punto di vista Olmert intendeva dire esattamente il contrario, rifiutando il principio del diritto al ritorno.
Ora, Abu Mazen, di fronte all’offerta di quasi tutta la Cisgiordania con internazionalizzazione dei luoghi santi contesi a Gerusalemme e, stando a lui, del “diritto al ritorno”, l’ha respinta dicendo che “il gap era troppo ampio”. Come si può farcene una colpa se ci viene il sospetto che davvero non abbiamo nessun interlocutore per un accordo a due stati? Queste sono davvero brutte notizie. Abu Mazen è quanto di più moderato la leadership palestinese possa offrire. E Olmert si è dimostrato quanto di più moderato la leadership israeliana potesse offrire, ponendosi alla pari con Yossi Beilin, il capo israeliano degli architetti dell’iniziativa di Ginevra. Non conosco nessun altro leader israeliano che sarebbe disposto a offrire ai palestinesi di più, per arrivare a chiudere quel gap. Io stesso non avrei offerto tanto. Sono convinto che i palestinesi debbano accettare l’inequivocabile posizione israeliana secondo cui il “diritto al ritorno” è in contraddizione con lo spirito stesso della soluzione “due popoli-due stati”. E sostengo anche che il passaggio garantito Cisgiordania-striscia di Gaza “valga” molto di più dell’1% che emerge nei calcoli dello scambio territoriale, se non altro perché lo stato palestinese non potrebbe sopravvivere senza.
Sia come sia, posso solo sperare che da qualche parte dietro le quinte vi sia un leader palestinese capace di accettare inlinea di massima almeno l’offerta di Olmert, e senza stravolgerla. O che una qualche leadership internazionale, araba o americana, si riveli disposta e capace di persuadere la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese a fare le necessarie concessioni. Altrimenti le reali possibilità di una svolta pacifica nel prossimo futuro verso i due stati risulteranno drasticamente ridotte dalle dichiarazioni di Abu Mazen.

(Da: Jerusalem Post, 1.07.09)

Nella foto in alto: Yossi Alpher, autore di questo articolo


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