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1 luglio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Mentre nelle piazze e nelle strade dell’Iran continua, seppur compressa dalle forze dell’ordine e tacitata dalla censura sulla stampa, la protesta dei giovani “verdi” contro il regime di Khamenei/Ahmadinejad e i suoi ormai palesi brogli elettorali (notizia proveniente dai blog e riportata dal Corriere della Sera), l’attenzione dei media si sposta sul secondo capitolo della repressione, quello ancora più pesante ma spesso silenzioso delle torture e delle pseudo-confessioni estorte con la forza nelle carceri. Il Messaggero ci riferisce di grandi preparativi ai vertici del potere iraniano per istruire processi esemplari: il capo dell’apparato giudiziario ayatollah Shahrudi sta approntando all’uopo una Commissione speciale, secondo gli ordini di un trionfante Ahmadinejad, che dopo la conferma del voto ottenuta dal Consiglio dei Guardiani e con l’appoggio dell’Organizzazione della Conferenza islamica ha dichiarato di voler “distruggere l’egemonia globale”; la Ong italiana “Secondo Protocollo” denuncia l’esistenza – presso Teheran – di una Guantanamo iraniana dove si interroga, si tortura, si uccide. Si tratta forse dello stesso carcere di Evin di cui ci parla Gian Micalessin sul Giornale, presentandoci la testimonianza anonima di un redattore editoriale arrestato con molti altri mentre osservava alla finestra una dimostrazione di piazza e precipitato nel giro di pochi giorni in un vortice di  repressione collettiva. Centinaia di persone concentrate nel cortile di un centro di sicurezza, poi ammassate in prigione, interrogate e torturate a turno, costrette – per riavere una provvisoria libertà – a confessare di aver tramato e manifestato contro lo Stato. Terribili luoghi di reclusione di cui ci narra anche il giornalista e scrittore Ali Izadi (“Quelle confessioni fasulle”, sull’Unità): luoghi che da trenta anni, dall’avvento di Khomeini al potere, sono ingranaggi sanguinari della macchina della repressione iraniana.
Dalle piazze e dalle prigioni l’Iran ci fa scoprire in questi giorni un Islam diverso, non succube di visioni fondamentaliste ma aperto al nuovo, desideroso di democrazia e proiettato verso l’Occidente. Capace di generare quell’atmosfera concitata, tesa ma viva e disponibile che, con il coinvolgimento diretto di alcuni iraniani residenti in Italia, si respirava lunedì durante una pubblica assemblea convocata al Circolo dei Lettori di Torino da Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Lo stesso spirito di dialogo, la stessa speranza di cambiamento si palpa oggi nell’intervista di Yael Dayan (la politica laburista figlia di Moshé Dayan) all’Unità. Ma l’Occidente saprà cogliere questi stimoli? Saprà appoggiare con la dovuta fermezza la voglia di libertà e di giustizia che spontaneamente esplode oggi a Teheran? Le cautele del G8, certo legate a preminenti esigenze diplomatiche, sembrano andare in senso contrario, come teme e a ragione stigmatizza Davide Giacalone su Libero. Peccato che l’apprezzabile coraggio ideale venga dal giornalista speso malamente per difendere Berlusconi nell’improbabile ruolo di bandiera della giustizia internazionale. Quel camaleontico Berlusconi che, dopo aver imprudentemente anticipato una improbabile durezza del G8 dell’Aquila nei confronti dell’Iran, è pronto a partire per la Libia. Dove a Sirte, nel corso dell’assemblea dell’Unione Africana, incontrerà il suo grande amico Gheddafi, certo campione di libertà e di democrazia, impegnato a predisporre il suo personalissimo progetto di Stati Uniti d’Africa, un governo africano sotto la sua “illuminata” leadership (Il Sole 24 Ore, La Stampa). E a Sirte – guarda un po’ chi fa capolino in questo convegno di dittatori – arriva anche Ahmadinejad, ansioso di rilanciare la sua immagine a livello internazionale e di dare segnali forti che in Iran tutto è ormai sotto il suo controllo.
Ma sarà proprio vero? Perché questo, anche al di là della cronaca d’oggi, resta l’interrogativo fondamentale sulla situazione iraniana e sul futuro della regione: nonostante l’apparentemente stabile dominio politico dell’establishment, a Teheran è in corso una crisi interna del regime? Il tarlo della rivoluzione verde riuscirà col tempo a corrodere i robusti pilastri di un potere spietato? La risposta verrà solo con i prossimi mesi, o addirittura con  prossimi anni.
Accanto a un Iran ribollente, l’Iraq celebra una sua ritrovata unità nazionale (Michele Farina sul Corriere della Sera). Lo fa a modo suo: grandi parate militari nazionaliste e totale esclusione (fuori dalle manifestazioni, fuori da ogni città) delle truppe americane. Realistica ingratitudine. Certo gli Stati Uniti di Bush hanno portato qui la guerra e lo hanno fatto soprattutto per i loro interessi economici e politico-strategici. Ma dopotutto è merito degli yankees e dei loro alleati se oggi l’Iraq ha un governo e un’organizzazione politica credibile. In un infido Medio Oriente la situazione irakena resta comunque infida e instabile come sempre, e l’attentato di ieri, a Kirkuk, lo conferma. Sarà il petrolio, che ha proprio a Kirkuk il suo principale centro produttore, a rilanciare l’Iraq? Alberto Negri sul Sole 24 Ore ne dubita e spiega perché, analizzando la vicenda storica e i contrasti attuali legati allo strabordante oro nero della Mesopotamia.
Il nostro zoom mediorientale si concentra infine su Israele. Tra Israele e Francia è in corso quella che molti giornali (Repubblica, Giornale, Unità, La Stampa) chiamano “tempesta diplomatica”. A causarla le sincere, incaute e un po’ invadenti esternazioni di Sarkozy durante il recente incontro con Netanyahu all’Eliseo: “liberati di Lieberman”, gli avrebbe detto, “e potrai essere un grande protagonista della storia. Fà entrare al suo posto la Livni”. Bibi difende il suo ministro, in privato un uomo pragmatico. Sarko rincara la dose paragonando indirettamente Avigdor “Yvette” Lieberman  al “piacevole” Le Pen. Apriti cielo. Lieberman apprende l’episodio in ritardo, dai giornali e solleva – ovviamente – un polverone nazionale e internazionale all’insegna, comprensibilissima, della “indebita ingerenza politica”. Dietro, come giustamente sottolineano Francesco Battistini sul Corriere della Sera e Alberto Stabile su Repubblica, ci sono i rapporti non facili tra Israele e la Francia; ma ci sono anche le ben diverse prospettive politiche internazionali che si aprirebbero con un coinvolgimento di Kadima nel governo. E c’è anche (come fa notare Anna Momigliano sul Riformista) il quasi totale silenzio dei laburisti su tutta la vicenda: atteggiamento strano, forse dettato da una sintonia della sinistra israeliana – nonostante la non condivisibile intrusione francese – con il punto di vista di Parigi.
Al di là della cronaca politica quotidiana, Il Manifesto sceglie di concentrarsi – come sempre in modo ideologico e militante – sulle radici irrisolte del nodo israelo-palestinese. Michelangelo Coco punta il dito accusatore contro il “Progetto 2020” che vuole espandere la Gerusalemme ebraica al sobborgo arabo di Silwan facendone un parco archeologico; estende poi la questione “colonie” all’intera area dei Territori, denotando come (anche a detta di un palestinese moderato come Sari Nusseibeh) gli spazi per la trattativa si stiano rapidamente esaurendo per lasciare posto alla richiesta araba interna di “uguali diritti in uno Stato solo” (cioè la via verso uno Stato israeliano non più a carattere ebraico); ma con onestà – per quanto del tutto schierato dalla parte dei palestinesi – fa anche presenti le diverse matrici di chi in Israele difende gli insediamenti, quella religioso-culturale di molti oltranzisti, quella militare di chi vuole dare un minimo di profondità alle linee di difesa. Michele Giorgio è più duro e manicheo: raccontando di una struttura realizzata da una ong di Bologna e capace di portare acqua a 22.000 palestinesi, non esita ad additare gli israeliani come coloro che assetano la popolazione sofferente di Gaza. Ci saranno responsabilità e chiusure, ma se ricevesse da Gaza aperture politiche invece di missili Israele potrebbe forse offrire la sua non indifferente competenza nel settore idrico per affrontare le gravi difficoltà locali.
Sul fronte italiano ed europeo, va segnalato l’appello di alcuni intellettuali – pubblicato su Liberazione – contro le inique limitazioni che le recenti leggi italiane pongono agli immigrati clandestini. Giustamente Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovaia, Maurizio Scaparro e Gianni Amelio si fanno portavoce di fronte all’Europa dei sacrosanti diritti degli stranieri, di tutti gli stranieri come di tutti gli uomini. Suscita però perplessità il paragone, evocato a ogni pie’ sospinto e senza alcuna contestualizzazione storica, con le leggi razziali del 1938. Rischiamo di non capire più cosa furono davvero se le usiamo come strumentale pietra di paragone per ogni condannabile abuso di potere dei nostri giorni, per ogni attuale ignobile rifiuto della diversità che ci circonda. Ad attestare oggi l’importanza di ricordare e di comprendere quale fosse davvero il clima diffuso dall’antisemitismo e dal razzismo trionfante giunge la notizia (riportata da Avvenire e da Europa) dell’apertura, a Varsavia, di un museo sulla storia degli ebrei polacchi. Fatto centrale è che questo museo si trova nella zona dove sorgeva il ghetto: sul luogo di morte, la memoria della vita (e della morte).                                                        

David Sorani ucei


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