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13 dicembre 2008

Un politico musulmano danese si ribella al medioevo saudita

 


Naser Khader

Naser Khader è un cittadino danese di origine siriana ed è particolarmente noto, di questi tempi, nel gossip politico europeo in quanto fondatore del partito danese dei musulmani democratici. Membro del Parlamento danese, è uno dei leader del composito crogiuolo dell'alleanza liberale.

Già insignito di numerosi premi per il suo impegno democratico, Khader aveva palesato un coraggio sconosciuto ai suoi colleghi danesi quando, nel 2006, assunse una decisa posizione a favore del quotidiano danese JyllandsPosten (il giornale al centro della vicenda delle controverse vignette). Più di recente, nel 2007, è stato insignito in Francia del Premio internazionale del Comitato Laicità e Repubblica.

Il perché di tanto successo è direttamente legato al fatto che Naser Khader abbia finalmente proposto ai musulmani europei una "terza via", alternativa a quelle che non siano l'abbracciare il radicalismo medievalista o l'abbandono della fede musulmana.

Khader sostiene che essersi "fissati" nella lotta a Bin Laden, ai terroristi, agli estremisti islamici, sia un modo errato di affrontare un problema che, visto in quei termini, non rappresenta che la punta di un iceberg.

La vera battaglia è sui valori condivisi ed è difficile che possa essere vinta senza l'ausilio degli stessi musulmani moderati.

Per quanto riguarda il terrorismo islamico è certo che le armi e la forza dell'occidente siano necessarie ma, nella lotta all'integralismo islamico più in generale, i musulmani moderati "devono" impegnarsi.

E qui è bene che l'Occidente prenda coscienza seriamente della gravità della situazione. Quando un musulmano moderato pubblica un libro, la galassia islamista ha già editato dieci libri. Questi signori possiedono case editrici, denaro quasi illimitato (pullulano i misteriosi "benefattori" in incognito, sovente sauditi), godono di un coordinamento a livello planetario.

Di converso, spesso i musulmani moderati possono tutt'al più trovare una comune piattaforma di intesa nella lotta all'islamismo, salvo poi dividersi (spesso in modo insanabile) sulle politiche ideologiche dei rispettivi partiti di destra o di sinistra.

Khader è fermamente convinto che il problema principale della sua religione sia strettamente correlato al concetto di razzismo. E nel termine "razzismo" il politico danese ricomprende un significato sicuramente più vasto da quello comunemente sotteso nell'etimologia propria della parola.  

Quello che Khader denuncia è un razzismo tipico dei nostri tempi, slegato dal colore della pelle, dall'appartenenza etnica. Siamo in presenza di un razzismo religioso a tutti gli effetti: gli islamisti si considerano come persone migliori delle altre. Il resto dell'umanità destinata agli orrori dell'inferno, quando non su questa stessa terra.

Non solo. Khader teme assai più l'Arabia Saudita che non l'Iran. Ed il perché lo spiega in modo assolutamente cristallino. Per farlo, produce un esempio che, a ragion veduta per come stanno andando le cose anche nell'economia europea, è significativo. Denuncia il fatto che un servizio giornalistico sui collegamenti fra l'islam wahabita (tra i più oltranzisti e retrogradi) ed i finanziamenti ad esso correlati, pronto per essere divulgato dalla catena di informazione PBS, è stato censurato. A farlo bloccare, manco a dirlo, è stato un membro saudita del consiglio d'amministrazione.

Secondo Naser Khader, l'Occidente non ha ben afferrato (volutamente o meno, petrodollari permettendo) dove risiede il vero pericolo nella lotta per la pace e per la civiltà planetaria.
Perché, certo, la teocrazia iraniana rappresenta un indiscutibile pericolo (non solo per Israele), ma l'islam sciita può aspirare, per massa critica (11% dei fedeli musulmani nel mondo) che per capitali disponibili, ad una mera supremazia regionale.

Diverso è, invece, il peso politico-economico dell'Arabia Saudita. Perché la gerarchia saudita è impegnata da decenni a sviluppare la diffusione dell'islam più conservatore in modo sotterraneo.
E' questo, e non altri, il paese che rappresenta la più grande minaccia alla pace nel mondo.
Ora, i vertici religiosi sunniti (egiziani e sauditi), hanno da tempo individuato la potenza insita nella libertà d'espressione e, di converso, l'immenso pericolo che corre il proprio medievalismo religioso di essere criticato e messo in discussione dalle stesse masse islamiche, non solo europee.

La gestione della crisi delle vignette, basata essenzialmente su una scientifica fomentazione delle masse popolari, ne è esempio indicativo.

E gli stessi vertici hanno anche individuato lo strumento con il quale porre il bavaglio al mondo civilizzato e laico: l'ONU.

Per ottenere questo risultato hanno apparecchiato un tavola imbandita di ogni bene (finanziario).
Ed ecco imporsi progressivamente, a suon di aiuti economici verso paesi del terzo mondo, una linea pericolosissima che la Conferenza degli Stati Islamici persegue. Trasformare l'islamofobia in un crimine e, contestualmente, avvalersi proprio dell'ONU quale organismo deputato alla protezione dell'islam più radicale conosciuto. Durban II è una tappa chiave in questo senso.

Khader, allora, avanza una proposta che possa raccogliere il consenso dell'intero islam moderato europeo: fare della Danimarca un polo della lotta per la libertà d'espressione, ciò che poi il paese è "de facto" a seguito dell'episodio delle caricature. Come? Ci riuscirà? Forse. Ma deve restare vivo. Ed il resto della civiltà svegliarsi.

Maurizio De Santis 
www.giustiziagiusta.info



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