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13 dicembre 2008

Non giocare col fuoco

 

Si fanno molte speculazioni su come è andato a finire lo stallo, ad Hebron, fra le autorità israeliane e i coloni estremisti “post-sionisti”. Anche se nessuno si è ferito gravemente, la brutale operazione di sgombero di Beit Hashalom (la “casa della pace”, più nota come “casa della discordia”) e gli eventi che hanno portato a questo esito hanno messo ancora una volta a nudo la profonda lacerazione che divide la società israeliana.
A loro onore, bisognare dare atto ai leader di Likud, Israel Beiteinu, Kadima e partito laburista che si uniti nel chiedere agli abitanti ebrei di Hebron di non fare uso di violenza né fisica né verbale. Resta agli atti che nessun altro partito della Knesset ha ritenuto di unirsi a questo appello congiunto.
Come quelle coppie che litigano senza sosta sul marito che dovrebbe portare fuori la pattumiera per poi scoprire, davanti al consulente matrimoniale consultato troppo tardi, che è la loro intera relazione che sta andando in pezzi, gli israeliani si sono ossessivamente occupati della questione della proprietà legale di un semplice edificio controverso a Hebron, mentre la posta davvero in gioco è ben più grande.
Mentre gli estremisti venivano buttati fuori dall’edificio, le forze di sicurezza all’esterno non solo dovevano tenere separati i lanciatori di pietre palestinesi da quelli ebrei, ma dovevano anche allontanare dalla scena altri contestatori impegnati in varie forme di disobbedienza civile non violenta.
Noi condanniamo senza riserve i coloni che in questi ultimi giorni si sono comportanti in modo inaccettabile, scagliando pietre e insulti all’indirizzo del personale di sicurezza: quello stesso personale a cui spesso, un istante dopo, devono rivolgersi per essere difesi dai palestinesi. Condanniamo gli estremisti per aver provocato alterchi con la popolazione araba del posto, per aver violato moschee, abitazioni, veicoli e persino cimiteri. E proviamo solo disprezzo per coloro che hanno accoltellato un arabo di Gerusalemme est mentre tornava a casa dal lavoro, mercoledì scorso.
Molti dei risposabili delle violenze a Hebron, sia giovedì scorso che delle settimane precedenti, sono giovani fuori controllo che gravitano attorno a questo luogo tribolato, incoraggiati dalle loro autorità spirituali e dai loro mentori politici. Sono pompati di “vitamina M”: follia messianica.
Gli ebrei anti-sionisti del gruppo Naturei Karta si oppongono allo Stato ebraico perché il Signore non ha ancora inviato il Messia. Invece, questi coloni estremisti post-sionisti, sganciati dal tradizionale campo del nazionalismo religioso ebraico, sono arrivati al punto di contrapporsi allo Stato perché interpretano le sue politiche e le sue istituzioni come contrarie al volere del Signore. Da qui derivano i loro comportamenti.
Gli estremisti ebrei dai dintorni di Kiryat Arba hanno reagito allo sgombero dell’immobile dandosi a furibonde aggressioni contro persone e proprietà arabe nella zona di Hebron: i coloni estremisti che vogliono impedire ad ogni costo che le autorità israeliane facciano del caso di Hebron un precedente ripetibile. Altre loro ritorsioni potrebbero assumere forme di disobbedienza civile relativamente inoffensiva, come bloccare il traffico, oppure sfociare in tentativi molto più nefasti ad opera di frange super-estremiste che vorrebbero innescare una sorta di guerra santa in tutta la Cisgiordania pungolando gli arabi palestinesi a rilanciare la loro intifada armata.
Vi è uno scollamento ormai inconciliabile fra coloro che sono disposti a praticare o giustificare la violenza dei coloni estremisti e la stragrande maggioranza del pubblico israeliano; tra coloro che si sono ormai sganciati dall’impresa sionista, certamente imperfetta, con le sue forze armate e le sue istituzioni politiche, e la stragrande maggioranza di chi vuole preservare lo stato di diritto anche quando, per dirla con Dickens, “il diritto è somaro”.
Noi siamo innanzitutto contrari all’anarchia e al governo delle folle. I cittadini hanno il dovere di rispettare le decisioni legali, come quelle della Corte Suprema, anche quando dissentono totalmente da esse.
Oltretutto, in questo caso la Corte si è pronunciata proprio perché i coloni l’avevano chiamata in causa, dopo che la polizia aveva tardivamente ordinato lo sgombero dalla casa contesa. I giudici non hanno “ordinato” lo sgombero dei coloni giacché questo lo aveva già fatto lo Stato. Ciò che ha fatto la Corte è stato convalidare la posizione dello Stato.
Detto questo, continuami anche a chiedersi come mai il tribunale distrettuale di Gerusalemme ritardi tanto nel pronunciarsi sulla sostanza della contesa: la proprietà legale dell’immobile. Inutile dire che la pronuncia della corte di prima istanza, quando arriverà, andrà rispettata.
Né ci ha favorevolmente colpito la gestione della crisi da parte del ministro della difesa Ehud Barak, in particolare la sua decisione di lasciar cuocere a fuoco lento le cose per tre settimane dopo che i leader dei coloni avevano annunciato la loro intenzione di non lasciare spontaneamente l’edificio.
Nel frattempo, ci sembra importante non perdere di vista due altri elementi fondamentali. Primo, che la vasta maggioranza degli israeliani che vivono in Giudea e Samaria (Cisgiordania) è composta da cittadini pienamente rispettosi della legge. Secondo, che – in ogni caso – agli ebrei deve essere garantito il libero accesso alle Tombe dei Patriarchi di Hebron. L’intollerabile comportamento dei coloni estremisti non cancella questo diritto. Per lungo tempo, ancor prima che cristianesimo e islam arrivassero sulla scena, Hebron è stata – e rimane – una chiave di volta della civiltà ebraica.

(Da: Jerusalem Post, 5, 12.08)

Nella foto in alto: Giovani coloni estremisti sul tetto di una casa araba a Hebron, dopo che hanno dato fuoco agli alberi vicini nel corso delle violenze seguite allo sgombero della “casa della discordia”


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