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1 dicembre 2008

Israele e dintorni per i nostri media

 

Con immenso dolore e con angoscia profonda continuiamo a leggere i dettagli sui giornali della strage di Mumbai (per esempio Anna Zavesova sulla Stampa, Raimondo Bultrini su Repubblica). I numeri parlando da soli, i morti ebrei, israeliani o meno, sono almeno 9 su 24 stranieri uccisi (gli indiani sono 150). I dettagli sono terribili: le vittime torturate, la salma del rabbino sistemata sopra un talmud aperto, i corpi torturati prima della morte, dilaniati poi dalle esplosioni, i terroristi ospiti a lungo prima del delitto della casa che avrebbero devastata, per studiare il loro obiettivo, la baby sitter che scappa con il bambino piccolo, salvandolo per un pelo. Il terrorista catturato rivela che il primo obiettivo erano gli ebrei.
Come ogni volta che il terrorismo islamista colpisce (l’11 settembre e la strage di Madrid, gli attentati di Londra e quelli in Israele, per non parlare degli attentati in Libano, Iraq, Afganistan, Pakistan, in Argentina), si mettono in evidenza i motivi locali (questa volta la rivalità indo-pakistana e la situazione interna al Pakistan, così per esempio Giuseppe Scanni su
E-polis). Oppure si parla genericamente di “religioni che uccidono”, che hanno tutte le loro colpe e che dovrebbero fare i conti con il loro passato (così un articolo peraltro nobile di Arrigo Levi sulla Stampa). Quel che si tace è molto semplice ed è stato detto tante volte: una corrente larga e diffusa del mondo islamico si sente oggi in guerra con l’Occidente, la democrazia, le pacifiche relazioni internazionali, l’esistenza stessa di altri popoli e religioni, innanzitutto con l’ebraismo (non solo con Israele, ma proprio con l’ebraismo). Israele è naturalmente in prima fila ad essere attaccato e a cercare di difendere il popolo ebraico, come ha ripetuto ieri Olmert (Francesca Paci sulla Stampa, Il Messaggero); ma non può fare molto, dato che il mondo ebraico è così diffuso e disperso.
Questa guerra è condotta con accanimento e ferocia, con una certa larghezza di mezzi, anche se non ancora con la tecnologia (ma presto arriverà l’atomica iraniana), in maniera decentrata ma su obiettivi condivisi; ha dimensioni mondiali e il consenso di larghe masse, anche fra gli immigrati in Europa (almeno due degli attentatori a quanto pare erano anglo-pakistani). Un pezzo consistente di sinistra “radicale” si sente alleato a questa offensiva, per inimicizia al capitalismo e alla democrazia liberale che li hanno sconfitti, per senso di colpa nei confronti del “terzo mondo”, per un “odio di sé” che noi ebrei conosciamo bene e che ha contagiato buona parte dell’intellighenzia europea. Questa guerra non si fermerà per qualche atto di buona volontà, per qualche trattativa locale, per qualche ritiro più o meno concordato da questo o quel territorio. Dovrà essere combattuta a lungo, o ci travolgerà tutti. Per farlo bisogna ammettere la sua esistenza, non fermarsi a buonismi multiculturali e a discorsi politicamente corretti.
 
Un altro argomento sulla rassegna di oggi è l’implacabile procedere della macchina propagandistica intorno alla figura di Pio XII. La Chiesa procede con determinazione e con l’appoggio di tutta la stampa. Questa volta Benedetto XVI è andato a deporre un mazzo di fiori bianchi a San Lorenzo, dove papa Pacelli si recò dopo i bombardamenti alleati a portare sollievo alla popolazione (si veda per esempio Accattoli sul
Corriere).
Un’altra notizia romana che aggiunge angoscia a queste giornate tristi: c’è polemica a Roma sul museo della Shoà a Villa Torlonia (
D-News): la gente ne ha “paura”, e considera che la massa cupa disegnata dall’architetto Luca Zevi sia triste e rovini l’aspetto piacevole del quartiere: una protesta di cui probabilmente sentiremo ancora parlare.

Ugo Volli


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