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7 novembre 2008

Dai kibbutz «la rivoluzione del sole» Israele punta sull'energia rinnovabile

  

ancora una volta i kibbutz il cardine della nuova «rivoluzione»

Energia: Israele punta forte sul Sole

Tre miliardi di dollari per avere fino al 40per cento del fabbisogno dal deserto del Negev

 La chiamano la rivoluzione del sole. Una nuova frontiera energetica. Che viene dopo quella dell’acqua, del deserto fiorito, dei kibbutz collettivisti. Israele lancia il primo, grande investimento per sfruttare l’energia solare in larga scala.

Una centrale solare (Reuters)
Una centrale solare (Reuters)

Nel deserto del Negev, nel profondo sud di Arava. Un accordo con una quindicina fra le più grosse comuni agricole e un obbiettivo che non ha eguali in questa parte di mondo: soddisfare almeno il 20 per cento del fabbisogno nazionale, sognando un giorno di coprire anche il 40 per cento della domanda. Il progetto, gestito dal gruppo Apc (Arava power Company), è un investimento da tre miliardi di dollari (ma s’arriverà anche a 30 miliardi nei prossimi dodici anni) e passa attraverso la più tradizionale delle cellule produttive d’Israele: i kibbutz, appunto, le prime forme di «socialismo» agricolo. Che furono introdotti sessant’anni fa in Medio Oriente e adesso, dopo la diversificazione dalle arance alle materie plastiche e all’elettronica, entrano nell’era dei gigawatt.

PIONIERI - «I kibbutz sono da sempre i nostri pionieri – dice il presidente dell’Apc, Yosef Abramowitz – e il solare non è altro che la continuazione del loro spirito pionieristico». La novità, ammantata d’un po’ di retorica, non è solo economica. La dipendenza da petrolio e gas è, per Israele più che per altri, una questione vitale. La maggior parte delle risorse energetiche è in mano a governi ostili e la crisi non aiuta: secondo le stime dell’Agenzia per l’elettricità, le riserve nazionali caleranno l’anno prossimo del 2 per cento. Di qui l’urgenza di ribaltare la situazione e investire il più rapidamente possibile in fonti alternative. «La maggior parte dei Paesi europei sta puntando a rifornirsi per il 20 per cento d’energie rinnovabili – spiega Binyamin Ben-Eliezer, ministro per le Infrastrutture -, e questo anche se hanno la metà del sole che abbiamo noi. Col nostro potenziale, potremmo arrivare facilmente al 40 per cento». Il progetto piace anche ad alcuni investitori stranieri, dice il governo, «e ci sono già altri kibbutz che hanno chiesto di partecipare.

IL PRIMO IMPIANTO 35 ANNI FA - Lo sfruttamento dell’energia solare in Israele risale ad almeno 35 anni fa, quando a Ketura fu impiantato il primo centro agricolo alimentato soltanto dai pannelli. Oggi i kibbutz sono 256 e le 160mila persone che vivono in queste comuni, il 3,3 per cento della popolazione ebraica, spesso hanno solo un pallido ricordo di quel che fu l’esperienza del 1948, quando vi partecipavano 700mila israeliani e la condivisione dei mezzi di produzione, la redistribuzione del reddito erano ancora considerate una «possibile utopia». Messi in crisi dal declino dell’ideologia, dalle privatizzazioni, dal cambio generazionale, in questi giorni i kibbutz sono tornati di moda nei commenti sulla grande crisi finanziaria mondiale, sul ritorno a un «socialismo» produttivo. La rivoluzione del sole sarà il nuovo avvenire?

Francesco Battistini


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