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28 agosto 2008

Crudeltà senza confronto

 

Da un editoriale del Jerusalem Post

Vi sono, in Israele, circa 8.500 detenuti arabi originari di Cisgiordania e striscia di Gaza. Più di 5.000 di questi stanno scontando sentenze passate in giudicato; 2.300 sono in attesa della conclusione dell’iter processuale; gli altri sono in detenzione amministrativa.
Nessuno sostiene che le carceri israeliane siano luoghi ameni. Ogni detenuto ha amici e famigliari che verosimilmente soffrono per la sua mancanza. Detto questo, va ricordato si tratta di personaggi pericolosi della “lotta armata” palestinese, molti dei quali hanno progettato, eseguito o reso possibile attentati volti ad uccidere o mutilare cittadini israeliani sugli autobus, nei bar, nei locali pubblici, nelle case e negli alberghi.
Recentemente alcuni detenuti di un carcere di massima sicurezza, per lo più condannati per omicidio, incontrando una delegazione dell’Ordine degli Avvocati israeliani hanno lamentato una serie di maltrattamenti: celle sovraffollate e poco illuminate e altre cose di questo tipo. Più grave l’accusa, che richiederà una chiara risposta da parte del direttore dei servizi penitenziari Benny Kaniak, secondo cui alcuni membri di una unità d’elite israeliana avrebbero usato dei cani per “umiliare” i detenuti.
Il presidente dell’Ordine degli Avvocati Yuri Guy-Ron ha detto che il rapporto scaturito dai suoi sopraluoghi dimostra quanto sia importante che “professionisti obiettivi del Foro continuino a visitare le carceri allo scopo di verificare le condizioni di detenzione”. Il che è senz’altro vero, ed è anzi il motivo per cui siamo ben contenti che praticamente ogni giorno dell’anno le carceri israeliane vengano visitate da rappresentanti della Croce Rossa, giornalisti, avvocati, giuristi, politici, oltre ai famigliari dei detenuti. Ai detenuti viene anche riconosciuto il diritto a periodici incontri coniugali.
Con tante migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, la società palestinese nel suo complesso non riesce a capire – ma non esita a sfruttare – tutto questo affliggersi degli israeliani per Gilad Shalit, il loro unico prigioniero che sta trascorrendo il suo terzo compleanno nelle mani dei suoi sequestratori nella striscia di Gaza.
Ora, a parte il fatto che Shalit non è un terrorista bensì un semplice soldato che stava facendo la guardia al suolo sovrano d’Israele quando venne rapito, il 25 giugno 2006; a parte il fatto che non ha mai torto un capello a nessun arabo, e anzi probabilmente non ha mai sparato nemmeno un colpo con la sua arma d’ordinanza se non in addestramento; a parte tutto questo, la differenza più grande fra lui e le migliaia di detenuti in Israele è che neanche uno dei detenuti palestinesi scambierebbe il suo posto con quello dell’ostaggio israeliano nemmeno per un solo giorno.
Come mai? Basterà ricordare che al giovane soldato israeliano – che in base al diritto internazionale dovrebbe essere trattato come un prigioniero di guerra – non è mai stato permesso di incontrare neanche un rappresentate della Croce Rossa né un funzionario consolare (Shalit ha anche la cittadinanza francese); Hamas si fa un vanto di dichiarare che da più di due anni non gli permette nemmeno di vedere la luce del sole; ai suoi genitori non è mai stato permesso di incontrarlo né di parlargli; solo rarissimamente sono state fatte trapelare alcune sue immagini e lettere, e anche questo solo per servire la macchina propagandistica dei sequestratori. Per avere un’idea dell’ambiente spietato in cui Shalit si trova recluso basta considerare il successo ottenuto da una registrazione che imita per scherno la voce della madre di Shalit che si rivolge al figlio: migliaia di palestinesi di Gaza l’hanno scaricata a pagamento sui propri cellulari e computer trovandola estremamente divertente.
Lunedì scorso, intanto, Israele ha scarcerato 198 detenuti palestinesi, compresi alcuni che si sono personalmente macchiati di reati di sangue, come gesto di buona volontà per rafforzare la posizione del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) agli occhi della sua gente. Abu Mazen avrebbe potuto utilizzare la cerimonia il di benvenuto a questi ex-detenuti tenuta a Ramallah per parlare di riconciliazione, e per dire che molti altri detenuti verranno scarcerati non appena gli arabi cesseranno la guerra di sessant’anni contro l’indipendenza sionista e accetteranno la soluzione due popoli-due stati. E avrebbe potuto accennare al caso di Shalit, se non altro come questione umanitaria. Invece Abu Mazen ha detto alla folla: “Non avremo pace fino a quando tutti i prigionieri non saranno liberati e le prigioni svuotate”, e ha citato espressamente Marwan Barghouti, che sconta cinque ergastoli come pluri-omicida, Ahmed Saadat, in carcere per l’assassinio del ministro israeliano Rehavam Ze'evi, e Aziz Duaik, un esponente dell’organizzazione jihadista Hamas arrestato proprio in seguito al sequestro di Gilad Shalit. Fa riflettere il fatto che Abu Mazen è espressione dell’opinione moderata in campo palestinese.
Lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk, un severo critico del proprio governo che da lungo tempo esprime compassione per le sofferenze palestinesi, in un articolo lunedì su Yediot Aharonot ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare Abu Mazen: ha spronato i palestinesi comuni ad esigere un trattamento più umano per Shalit: “Tenere un ragazzo recluso per anni senza processo e senza che possa anche solo incontrare i suoi genitori è una crudeltà senza confronto”.
È così.

(Da: Jerusalem Post, 26.08.08)

Nella foto in alto: Gilad Shalit (22 anni il 28 agosto)

Per i clip che si fanno beffe dell’ostaggio israeliano e dei suoi famigliari, si veda (in inglese):
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1014782.html


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