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18 marzo 2010
Tema: Chi sa dove si trova Gerusallemmest e a cosa serve?
Cari amici,
ogni tanto ci chiediamo tutti che cosa vogliono davvero i palestinesi, quali sono i loro obiettivi. Sappiamo che sono buoni, che hanno ragione loro, che la buona buonissima amministrazione del presidente Osama (Nobel preventivo e santo subito) li appoggia senza esitazione. Dato ormai per scontato che le "colonie" sono cattive cattivissime, e vanno prima fermate e poi distrutte, perché "occupano", adesso è la volta di Gerusalemme. Anzi, per il momento di Gerusalemmest, una nuova entità storico/geografica: il problema ad Gerusalemmovestvest si porrà in seguito, appena chiarita la questione a Est. Tanto sappiamo che i confini non contano. Gerusalemme (Est o Ovest, Nord o Sud che sia) non è mai stata assegnata ai Palestinesi dall'Onu, nei piani del '47 doveva essere un territorio a parte, ha una maggioranza ebraica documentata dai censimenti almeno da centocinquant'anni, e naturalmente una presenza ebraica altrettanto documentata che risale a un millennio e mezzo prima che nascesse due o tremila chilometri più a Est un tizio che oggi conosciamo come Maometto - ammesso che ci sia mai stato, cosa di cui gli studiosi blasfemi dubitano.
Ma non importa, Gerusalemmest è dei palestinesi, "perché essi aspirano a farvi la capitale del loro futuro stato". E' un ottimo principio. Anch'io aspirerei di fare della reggia di Versailles il mio futuro pied-à-terre in Francia, non l'ho costruito io, questo no... ma pensate che l'ho visitato da ragazzo, mi è sempre piaciuta moltissimo, così modesta e funzionale...non capisco perché lo Stato Francese continua a pretendere di possederla... forse farò un'intifada, che almeno mi diano Versaillest...
Ma non divaghiamo. I palestinesi vogliono gli insediamenti ebraici oltre la linea verde e vogliono anche Gerusalemme (Gerusallemmest, per ora). Per stabilire che è loro hanno trovato il mezzo del blocco delle costruzioni: sapete le costruzioni sono rumorose, fanno polvere, "mangiano la terra". E naturalmente chi decide in un territorio se si può costruire ne è il proprietario. Geniale, no? Dato che aspirano alla proprietà di Gerusalemme (Est), ogni cosa che venga costruita in quel luogo è colonia. Ma dov'è esattamente Gersualemmest? Somiglia un po' all'isola che non c'è, o a quelle città di Calvino o di Escher, la cui impossibilità è presupposta. Siamo concreti, sapete voi dov'è Gerusalemmest? Dove finiscono i suoi confini?
Be' i palestinesi hanno questo in comune con Ahamadinedjad, e anche con la buonanima di Adolf, che non nascondono le loro intenzioni. A modo loro, sono onesti. L'hanno sempre detto che intendevano cacciare in mare i giudei, e anche quando dicono pace non smentiscono. Dunque per capire la questione geografica di Gerusallemmest, basta leggerli. Per esempio qui, in un delizioso pastiche pseudogiuridico che sembra proprio uscito dalla penna di Raymond Queneau: http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=6297:pchr-strongly-condemns-inauguration-of-synagogue-in-occupied-east-jerusalem-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194 .
Quel che dicono i bravuomini è che "PCHR also confirms that East Jerusalem constitutes an integral part of the OPT" (il Centro Palestinese dei Diritti Umani (fortemente finanziato da Eurabia, questo è chiaro, perché anche Eurabia è buona) costituisce parte integrante di una cosa che loro chiamano Opt (Territrori palestinesi occupati): certamente è un'"optima" idea. Questo lo sappiamo: "aspirano" a Gerusalemmest. Il punto viene ora: "The inauguration of a Jewish synagogue in East Jerusalem is considered a form of settlement activity, and thus constitutes a war crime under international humanitarian law." L'inaugurazione di una sinagoga ebraica a Gerusalemmest è un'attività di colonizzazione e costituisce una crimine di guerra sulla base delle legge umanitaria internazionale."
Non voglio discutere qui e ora la geniale applicazione creativa della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dei palestinesi e dei loro amici. Voglio solo sottolinearvi che Gerusalemmest per loro comprende non solo la città vecchia di Gerusalemme, ma anche il suo quartiere ebraico, al cui centro è stata inaugurata ieri la ricostruita sinagoga Hurva. Perché ricostruita? Perché stava lì da sempre e, anche senza andare troppo indietro gli arabi l'hanno distrutta due volte, la prima due secoli fa, la seconda sessant'anni fa, dopo che Gerusalemme fu occupata dalle truppe giordane (guidate dagli inglesi, guardate un po' com'è costante la tradizione di Eurabia). E i giordani stabilirono allora, da bravi difensori dei diritti umani e della libertà di religione che era proibito agli ebrei entrare a Gerusalemme e tanto per chiarire la questione, tirarono giù tutto il quartiere ebraico inclusa la sinagoga (che non a caso si chiama Hurva, cioè rovine) e pavimentarono le strade con le lastre tombali ebraiche del cimitero millenario del Monte degli ulivi.
Dunque, bisogna capirli: dove comandano loro abbattere sinagoghe va bene, non è un problema; è riscostruirle che è un crimine di guerra. Ecco, abbiamo finalmente capito dove sta e a cosa serve Gerusalemmest: a impedire che nel quartiere ebraico ci siano gli ebrei e anche le sinagoghe: l'esistenza degli uni e degli altri è un crimine di guerra! Siamo sicuri che zio Adolf, giù dal cielo da dove guarda benigno Eurabia e palestina, sorride e acconsente, anche in memoria del suo amico Gran Muftì di Gerusalemme. Il solo dubbio è se l' "americo Amleto" il buon presidente Hussein Obama abbia capito fino in fondo il gioco che sta giocando. E' vero che tutti dicono che è intelligentissimo, ma a me pare soprattutto buono: come dicono dalle mie parti, tre volte buono.
Ugo Volli

| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/3/2010 alle 22:6 | |
18 marzo 2010
Prima consigliere di Arafat, poi di Hezbollah e Hamas
lettere@ilfoglio.it
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 18/03/2010, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Ma chi è che vuole arruolare contro Israele pure il gen. Petraeus? ".
E' possibile leggere la critica di IC all'articolo di Mark Perry di ieri cliccando su link sottostante:
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999930&sez=120&id=33828
Dopo aver letto l'articolo del FOGLIO che segue, si spiegano molte delle assurdità contenute nel pezzo di Perry. Un ex consigliere di Arafat non può avere una visione lucida e imparziale della situazione in Medio Oriente.
Invitiamo i lettori di IC a scrivere a Gianni Riotta, direttore del SOLE 24 ORE per chiedergli se, per caso, gli capita mai di verificare le fonti degli articoli pubblicati sul suo quotidiano. In questo caso, l' 'esperto' Mark Perry si è rivelato essere uomo di parte. Cosa che andava scritta. Ma che il SOLE24ORE si è ben guardato di fare, disinformando i propri lettori.
letterealsole@ilsole24ore.com
Ecco l'articolo del FOGLIO:

Arafat
Roma. Due giorni fa il generale americano David H. Petraeus è apparso a Washington davanti alla commissione Forze armate del Senato per fare rapporto sul Centcom, il comando centrale del Pentagono che sorveglia l’Asia dal Mediterraneo all’Afghanistan. Il rapporto del capo del Centcom arriva quattro giorni dopo le indiscrezioni raccolte da Mark Perry e apparse sabato scorso sul sito di Foreign Policy, poi riprese anche da alcuni giornali italiani. Secondo Perry, e secondo le versioni del suo articolo che ora circolano in rete – deformate da un effetto “telefono senza fili”–, Petraeus “sfida Israele” e dice che “Tel Aviv fa il gioco dei nemici”. A metà gennaio il generale avrebbe mandato una squadra dei suoi dal capo di stato maggiore, l’ammiraglio Mike Mullen, con un rapporto in Power Point di 45 minuti dal contenuto politico fortissimo: l’intransigenza di Israele, che non vuole trattare con i palestinesi, mette a repentaglio la vita dei soldati americani impegnati nella guerra al terrorismo in Asia, fomenta il sentimento antiamericano e umilia l’America, considerata troppo debole e remissiva dai suoi alleati arabi nella regione. Per questo Petraeus avrebbe chiesto di sussumere nella sua area di responsabilità anche i territori ora amministrati in autonomia dall’Autorità palestinese. Mullen, al rapporto, sarebbe balzato sulla sedia. L’autore del presunto scoop Mark Perry è un ex consigliere di Yasser Arafat ai tempi dell’Olp, che frequentava con regolarità nella sua villa di Tunisi. Dopo Arafat, divenne mediatore del movimento sciita Hezbollah in Libano e del gruppo palestinese Hamas, di cui conosce personalmente i capi Ismail Haniyeh e Mohamed al Zahar. Oggi lavora per un think tank di Beirut, Conflicts Forum, ma lui preferisce definirlo “action tank”, perché nutre la speranza di condizionare effettivamente gli eventi. Conflicts Forum promuove il dialogo con i due gruppi terroristici, che, dice lui, a differenza di al Qaida sono alla fine riconducibili alla democrazia. Due mesi fa è uscito il suo ultimo saggio: “Talking to Terrorists”, parlare ai terroristi. Il rapporto ascoltato due giorni fa dai senatori americani non è lo stesso ascoltato a gennaio da Mullen ma è un’esposizione chiara dello stato delle cose da parte di Petraeus: e non nomina la questione della pace tra Israele e palestinesi così come l’ha raccontata Perry. Petraeus si occupa soprattutto di Iran, Afghanistan, Pakistan e Iraq, le aree di maggiore instabilità, e poi affronta a margine un’altra serie di problemi d’area, tutti noti, tra cui la pirateria somala e appunto “il progresso insufficiente nel processo di pace in medio oriente”. Non prende posizione contro Israele: scrive che in generale è il conflitto ad alimentare l’antiamericanismo arabo, e a limitare la profondità e la forza dell’intesa con gli alleati arabi e che è sfruttato da al Qaida e da altri gruppi militanti per mobilitare i propri sostenitori. L’analista americano Max Boot ha contattato un membro dello staff di Petraeus e gli ha chiesto se è vero che davanti a loro il generale ha accusato Israele di alimentare la tensione con la sua politica: la risposta è che Petraeus, come la maggioranza degli osservatori, considera la questione degli insediamenti israeliani soltanto un fattore della questione, e che altri fattori sono il rifiuto dei gruppi palestinesi di riconoscere lo stato di Israele e il loro rifiuto di isolare i gruppi estremisti. Venti pagine dopo, Petraeus stesso spiega che sta rafforzando quella che chiama Architettura di sicurezza regionale, con sistemi di protezione missilistica, ovvero che sta continuando ad armare Israele “per dissuadere l’Iran”. Su Israele e i Territori palestinesi Petraeus non avanza alcuna richiesta – il rapporto li colloca correttamente nell’area di competenza del comando europeo, dove sono sempre stati. Mark Perry ha dovuto correggere nel suo articolo l’indiscrezione per cui il generale ha chiesto alla Casa Bianca il cambio di assegnazione di Israele e dei territori. Il generale in audizione ha smentito di avere mai fatto una richiesta del genere. “Non ho mai fatto una raccomandazione formale perché avvenisse questo cambiamento, e non c’era nel rapporto che ho compilato quest’anno. Né l’ho mai fatta alla Casa Bianca”. L’ammiraglio Mullen smentisce di essere persino mai balzato sulla sedia: il rapporto ricevuto da lui a gennaio non era rivoluzionario, anzi era “out of date”, un po’ vecchiotto. Durante l’audizione al Senato Petraeus ha detto che nel suo settore le minacce dirette all’America arrivano da tre direzioni: dai movimenti islamisti come al Qaida e gruppi associati, dall’Iran che ha un programma d’armamento atomico – ma la bomba non sarà pronta entro il 2010 – e che continua a usare al Qaida come un asset per la guerra irregolare e dallo Yemen, che ospita una forte presenza di al Qaida. Il comandante americano gode di un capitale politico altissimo, dopo la vittoria in Iraq con la sua campagna contro le milizie sciite e al Qaida. Ma la sua strategia di dialogo con i nemici è talvolta forzata da cattivi interpreti: “Certe volte – dice uno dei suoi motti meno citati – le armi migliori sono proprio quelle che fanno boom”. Il ruolo del comandante Petraeus è preparare ogni opzione militare possibile al servizio della politica. Anche la più dura. Tre giorni fa 10 container carichi di 387 speciali bombe antibunker sono partiti dalla California per la base nell’Oceano indiano di Diego Garcia, in previsione di un possibile attacco contro l’Iran, nel cuore del suo settore.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/3/2010 alle 15:47 | |
18 marzo 2010
Gli Emirati Arabi Uniti seguono le politiche del Terzo Reich contro gli ebrei

Per noi è facile identificare gli ebrei ....
“Per noi è facile identificarli (gli israeliani), nonostante il loro aspetto o anche se parlano qualsiasi altra lingua. Li abbiamo rispettati quando sono giunti mostrando passaporti europei; li abbiamo considerati cittadini europei e non li abbiamo mai trattati male. Ma d'ora in poi, chiunque riteniamo possedere una doppia cittadinanza , sarà trattato con grande sospetto”, afferma il capo della polizia.
La decisione è direttamente collegata con l'assassinio di un alto esponente del movimento palestinese di Hamas in un hotel di Doubai il 20 febbraio. I funzionari degli EAU credono quel Mahmud Al-Mabhuh, uno dei fondatori dell'ala militare del gruppo islamico palestinese Hamas, è stato ucciso dall'israeliano Mossad. Molto probabilmente gli agenti segreti si sono serviti di passaporti di altri paesi per commettere il crimine.
Tuttavia non è sufficientemente chiaro come i funzionari arabi abbiano identificato gli israeliani. Ovviamente non avrebbero incontrato delle difficoltà nell'identificare dei barbuti hasids ortodossi per i riccioli ai lati, i cappelli e gli occhiali. Comunque tutto ciò suona come uno scherzo: “Portare un cappello, insieme ad un paio di occhiali fa di te un ebreo”. In verità queste persone non penserebbero mai di fare un viaggio negli emirati.
Gli emirati intendono forse fare come durante il Terzo Reich e servirsi di righello e goniometro per misurare la forma del naso, delle orecchie e la struttura del cranio? Se lo faranno, gli EAU rischiano di perdere tutti i loro amici occidentali.
La polizia di Doubai sospetta 26 persone nell'uccisione di Mahmud Al-Mabhuh. I sospetti possiedono passaporti britannici, irlandesi, tedeschi, francesi e di altri paesi.
La partecipazione del Mossad al piano per uccidere l'alto esponente di Hamas è solo una teoria. Anche se supponessimo che fosse vera, i passaporti che i presunti sospettati israeliani hanno prodotto, non è necessariamente detto che siano falsi. Israele ha degli accordi di doppia cittadinanza con dozzine di paesi, compresi quelli menzionati nella vicenda criminale.
Potrebbe accadere che a cittadini britannici o australiani, pur essendo integerrimi nei confronti legge, venga negato il permesso di entrare negli EAU. Una situazione simile sfocerebbe rapidamente in uno scandalo internazionale. In questi paesi ci sono influenti comunità ebraiche ed i membri di quelle comunità possiedono due passaporti per motivi assolutamente legali.
Nel complesso la situazione appare comica. Anche se lo scandalo relativo all'assassinio dell'esponente di Hamas non è per niente uno scherzo.
L’esperto in politica israeliana, Avigdor Eskin, ha detto in un'intervista rilasciata alla Pravda.Ru che il capo della polizia di Doubai ha rilasciato queste dichiarazioni per pura propaganda.
“In questo caso si deve tener conto dell'orgoglio orientale. Qualcuno ha attaccato il loro territorio e non sono stati in grado di impedire il crimine. Tuttavia, non è difficile notare che si tratta di un tentativo per distrarre l'attenzione della gente dalla domanda più importante. Perché quei corpi che dovrebbero coadiuvare l’applicazione della legge negli EAU hanno ignorato la presenza di un così eccezionale terrorista sul territorio del paese?”
Sergey Demidenko, un esperto dell'Istituto di analisi strategica, ha detto che l'incidente negli Emirati non avrebbe influito sul dialogo fra arabi ed israeliani per una semplice ragione: perchè, nei fatti, tale dialogo non esiste.
“Israele ha relazioni formali soltanto con due paesi arabi - Egitto e Giordania. Attualmente non c’è nulla di nuovo. Si tratta soltanto dell’ennesimo episodio in una vecchia contrapposizione. Le relazioni fra Israele ed il mondo arabo si caratterizza da sempre per indifferenza e scandali. Recentemente è cresciuto il numero degli scandali – si può ricordare l'anno scorso la liquidazione di alti esponenti di Hezbollah. Presto verranno altri scandali, di questo ne posso essere certo.
“La nuova amministrazione israeliana capeggiata dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro degli affari esteri Avigdor Lieberman sta conducendo una linea dura contro i nemici di Israele. Cercano di neutralizzarli dovunque possano”, conclude Demidenko.
Sergey Balmasov Vadim Trukhachev Pravda.Ru Traduzione Hurricane 53
| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/3/2010 alle 10:0 | |
18 marzo 2010
Una giornata di odio islamico a Gerusalemme. Ecco come è andata
Commenti di Giulio Meotti, Daniele Raineri, Carlo Panella, Stefano Magni. Cronaca di Aldo Baquis
Testata:Il Foglio - Libero - L'Opinione - La Stampa
Autore: Giulio Meotti - Daniele Raineri - Carlo Panella - Stefano Magni - Aldo Baquis
Titolo: «Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia - Giornata di odio religioso a Gerusalemme - La sinagoga in rovina distrutta e risorta per quasi 2000 anni»
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I quotidiani italiani di questa mattina hanno dedicato numerose pagine alla 'giornata della rabbia' di ieri a Gerusalemme . In molti scrivono di Intifada. Noi concordiamo con la tesi di David Cohen, capo della polizia di Gerusalemme, il quale esclude che ci siano i segnali di una imminente terza intifada che, per altro, danneggerebbe soltanto l'immagine di Abu Mazen all'estero. Non a caso i tafferugli sono scoppiati esclusivamente a Gerusalemme, non in Cisgiordania, e sono stati fomentati da Hamas.
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 17/03/2010, a pag. 3, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia", in prima pagina, l'articolo di Daniele Raineri dal titolo " Taci, l’Intifada dorme ". Da LIBERO, a pag. 21, l'analisi di Carlo Panella dal titolo " Le pretese dell’islam calpestano la storia". Dall'OPINIONE, l'articolo di Stefano Magni dal titolo " Giornata di odio religioso a Gerusalemme ". Dalla STAMPA, a pag. 12, la cronaca di Aldo Baquis dal titolo " Un giorno d'Intifada a Gerusalemme ". Ecco i pezzi:
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Gerusalemme est casa per casa, ragioni e sangue della storia"

Giulio Meotti
Roma. Nella guerra arabo-israeliana del 1948 la sinagoga Hurva, da sempre il centro dell’ebraismo ashkenazita a Gerusalemme, fu l’ultimo fazzoletto di terra ebraico che le forze del futuro stato d’Israele difesero nella Città vecchia. Nel farla saltare in aria, il comandante giordano proclamò: “Per la prima volta in mille anni non rimane un solo ebreo nel quartiere ebraico”. Ieri il governo israeliano ha riaperto la sinagoga ricostruita, ed è stata l’occasione per una “giornata della rabbia” palestinese. “Bisogna distinguere fra la Città vecchia dentro le mura e la Gerusalemme sorta al di fuori”, spiega al Foglio il professor Vittorio Dan Segre, ex diplomatico israeliano, saggista e analista di vicende mediorientali. “Dentro le mura vecchie, Israele ha ricostruito soltanto il quartiere ebraico, dove sorge la Hurva. Non ha mai intaccato una pietra del quartiere arabo. La zona ebraica di Gerusalemme è ebrea da secoli”. In questi anni di costruzioni israeliane a Gerusalemme est non c’è stata mai alcuna diminuzione della presenza araba. Anzi, è di molto aumentata in proporzione. Considerando l’intera città, la percentuale di popolazione ebraica dal 1967 a oggi è scesa dal 74 al 66 per cento. Nello stesso lasso di tempo, la percentuale araba è cresciuta dal 28 al 34 per cento. “Non dimentichiamo che 12 mila arabi di Gerusalemme est hanno chiesto di diventare cittadini israeliani”, dice Segre. “Vogliono cioè far parte di Israele, non dell’Autorità nazionale palestinese”. Prima del 1865, arabi ed ebrei vivevano all’interno della Città vecchia di Gerusalemme. Al di fuori delle mura c’era soltanto deserto. La necessità demografica ha portato a una crescita della parte orientale dell’attuale capitale israeliana, dove si sviluppò una fiorente comunità ebraica al fianco di quella araba. Gli ebrei a Gerusalemme est non ci sono arrivati dopo la guerra dei Sei giorni e in nome della “colonizzazione”. L’unico periodo in cui gli ebrei erano banditi dalla parte orientale è stato dal 1949 al 1967, fra le due guerre arabo-israeliane, quando la Giordania stabilì per legge che nessun ebreo potesse abitarvi. Era proibito anche il culto al Muro del pianto. La presenza ebraica a Gerusalemme ha sempre costituito il nucleo etnico numericamente più forte. Nel 1876, molto prima della nascita del sionismo, vivevano a Gerusalemme 25 mila persone, delle quali 12 mila, la metà, ebrei. Nel 1948, alla vigilia della nascita d’Israele, la popolazione di Gerusalemme era di 165 mila persone: 100 mila ebrei, 40 mila musulmani e 25 mila cristiani. “Fuori delle mura bisogna distinguere fra la zona municipale fissata arbitrariamente da Israele e le zone arabe al di là della linea”, prosegue Dan Segre. “Oggi si assiste al tentativo di alcuni israeliani di acquistare case un tempo ebraiche nella parte araba della città. La magistratura israeliana indipendente decide sulla base dei documenti e della storia. Questi sono i trenta appartamenti di Sheikh Jarrah ritornati agli ebrei palestinesi che ci vivevano prima dello stato. Si tratta di una ragione storica sobillata spesso a fini politici”. Il pioniere della psicologia italiana Quello che oggi viene chiamato Sheikh Jarrah, nel XIX secolo comprendeva due quartieri ebraici noti come Nahalat Shimon e Shimon HaTzadiq. Il secondo commemorava Simone il Giusto, un sacerdote ebreo del IV secolo ed era stato acquistato dagli ebrei nel 1876. Nahalat Shimon era stato costruito dai sefarditi e dagli yemeniti nel 1891. Alla fine del XIX secolo l’attuale Sheikh Jarrah era soprattutto un quartiere ebraico, e rimase tale fino all’aprile 1948. Gli arabi di un’unità chiamata “al Shabab” (La gioventù) invasero il quartiere e diedero fuoco alle sinagoghe e alle case ebraiche. Sheikh Jarrah non fu l’unico quartiere ebraico di Gerusalemme est a essere distrutto durante la guerra del 1948. Silwan, dove nel 1882 si erano stabiliti degli ebrei yemeniti e che oggi è al centro nello scontro fra Netanyahu e l’Amministrazione Obama perché Israele vuole costruirvi nuove abitazioni, fu occupato insieme al quartiere ebraico della Città vecchia. L’Onu ebbe un ruolo nell’insediare profughi palestinesi a Gerusalemme est. Le case di Sheikh Jarrah oggetto di contesa vennero consegnate alle famiglie palestinesi sotto gli auspici dell’Onu. La comunità ebraica, che era in realtà la proprietaria delle case, non venne consultata e ha reclamato il possesso di quelle abitazioni. Il governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est. “Quelle case si trovano sul confine della Linea verde armistiziale”, spiega al Foglio Dan Segre. “Quartieri come Gilo, un cosiddetto ‘insediamento’ di Gerusalemme, dove non c’era una sola casa araba e, laddove c’erano, sono state mantenute. Nessuno è stato cacciato. Il problema è che la comunità internazionale non ha voluto riconoscere questi quartieri israeliani. Così Israele li ha annessi. Non è così difficile da capire”. Nel quartiere Sheikh Jarrah, dove si sono appena insediate alcune famiglie israeliane, c’è una targa nera che ricorda il grande massacro di medici e pazienti ebrei. Del convoglio sanitario Hadassah furono assassinati in 79 dagli arabi. Lì perirà anche la madre di David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme, e il pioniere della psicologia italiana, Enzo Bonaventura, riparato lì a causa delle leggi razziali. Nella casa dell’ispiratore del massacro, il muftì Amin al Husseini, che era stato alleato di Hitler, oggi abita una famiglia israeliana. Gerusalemme è una pietra bianca bagnata di sangue.
Il FOGLIO - Daniele Raineri : " Taci, l’Intifada dorme"

Daniele Raineri
Nel primo pomeriggio di ieri il capo della polizia di Gerusalemme, David Cohen, ha ispezionato la Citta Vecchia dopo gli scontri: “Queste violenze non innescheranno la terza Intifada”, ha detto. Cohen sa che la miscela è infiammabile e in passato è già successo che situazioni minori si mutassero in guerra aperta. Ma il capo della polizia sa anche che in questo momento è un problema di percezioni. La terza Intifada non ci sarà se gli attori coinvolti nel processo di pace la smetteranno di presentirne l’arrivo. Ovviamente Hamas, dalla sua ridotta di Gaza a sud, la invoca a gran voce sui nemici come fosse un anatema ed è sua la responsabilità della “Giornata della collera” scatenata per le strade di Gerusalemme est. E dall’altra parte il capo commissario Cohen fa bene a tenere bassi i disordini, liquidandoli quasi come si farebbe con un qualsiasi derby italico di quelli dalla scazzottata facile e dal lacrimogeno compreso nel prezzo, un Atalanta-Brescia. Ma gli attori che devono tenere i nervi saldi sono altri due, l’Amministrazione Obama a Washington e il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. Un’opaca refrattarietà alle provocazioni della destra ultraortodossa di Shas – che durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est – e dei parlamentari araboisraeliani che parlano di “pulizia etnica” non guasterebbe. In silenzio, i palestinesi adulti – quelli nelle strade ieri con le pietre erano tutti ragazzini – stanno tentando di godere i buoni frutti della pace economica con Israele. In silenzio due giorni fa il capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi, quello dell’operazione Piombo Fuso su Gaza, ha visitato Ankara – con cui i rapporti erano tesissimi – accolto da una guardia d’onore turca. In silenzio: è la parola chiave.
LIBERO - Carlo Panella : " Le pretese dell’islam calpestano la storia"

Carlo Panella
La “Giornata della rabbia”, proclamata da Hamas, che ha provocato ieri a Gerusalemme incidenti con qualche decina di feriti e di fermati, spiega meglio di qualsiasi trattato le pessime ragioni dei palestinesi - e anche del mondo islamico moderato - e le eccellenti ragioni di Israele. A scatenare la collera dei palestinesi e a dare l’esca alle sassaiole è stata infatti la decisione di Israele di restaurare la antica sinagoga Hurva nel cuore del quartiere ebraico di Gerusalemme. Secondo i palestinesi, e purtroppo anche secondo l’Oci, il Consiglio dell’organizzazione islamica che raduna tutti i 55 paesi musulmani, il restauro di questo edificio religioso ebraico sarebbe un affronto all’islam, perché la sinagoga Hurva «sorge a poche centinaia di metri dalla Spianata delle moschee». Ma tutto a Gerusalemme, sorge a poche centinaia di metri da un luogo sacro a una delle tre religioni. Però l’islam, estremista diHamas, come quello moderato dell’Oci (presieduta dal turco Eklemeddin Ihsanoglu che minaccia addirittura una «guerra di religione scatenata da Israele») pretende il possesso assoluto su quello che è diventato un luogo sacro all’islam solo nel 622, dopo esser stato per più di un millennio luogo sacro dell’ebraismo quale sede del Tempio e per più di seicento anni luogo sacro del cristianesimo. DIRITTI NEGATI Nega, di fatto, pari diritti di culto e religione a ebrei e ai cristiani. La sinagoga Hurva - questo è il punto - è stata eretta nel XVIII secolo, col pieno assenso del califfo ottomano e degli ulema musulmani, per il culto di 500 ebrei ashkenaziti emigrati dalla Polonia. Andata in rovina, fu restaurata, sempre col pieno assenso del governo ottomano, nel 1856. Durante la guerra arabo israeliana del 1948, la piazza Hurva, delizioso spazio nel cuore del quartiere ebraico, si trovò al centro dei feroci combattimenti tra la Legione Araba giordana e gli israeliani per il controllo del Muro del Pianto (vinti dagli arabi) e la sinagoga fu semidistrutta. La sua ricostruzione oggi è dunque pienamente legittima e non suona minimamente offesa per i musulmani, perché ridà vita a un luogo di culto ebraico che per ben due volte fu pienamente ritenuto legittimo e non offensivo dai califfi ottomani e ulema islamici. LE PRETESE Ma l’islam oggi ha la pretesa di esercitare piena e totale egemonia anche su quanto non è suo, pretende il diritto di sentirsi offeso - e di reagire con la violenza - se si ricostruisce una sinagoga là dove per secoli si ergeva una sinagoga. Una arroganza egemonica che ha un origine precisa, la stessa che impedisce qualsiasi accordo di pace tra palestinesi e israeliani: Gerusalemme e Israele, essendo state “Dar al islam” terreno dell’islam, lo devono essere in eterno e chiunque neghi questo diritto di possesso eterno dell’islam va combattuto. Non nazionalismo palestinese al centro del conflitto dunque, ma pretesa egemonica assoluta dell’islam, che continua a negare a ebraismo e cristianesimo l’eviden - za di avere avuto in Gerusalemme la capitale sacra ben prima dell’islam, tanto che i musulmani negano addirittura che là dove oggi è la Spianata delle moschee si ergesse il Tempio ebraico, negazione demenziale sul piano storico, che portò gli arabi a negare agli ebrei l’accesso al Muro del Pianto dal 1948 al 1966.
L'OPINIONE - Stefano Magni : " Giornata di odio religioso a Gerusalemme "

Stefano Magni
Per un europeo laico è molto difficile vedere del pericolo nella costruzione di un edificio religioso. Non così per il movimento islamico israeliano e per i musulmani palestinesi: l’inaugurazione della sinagoga Hurva, in pieno quartiere ebraico di Gerusalemme ai loro occhi appare come una dichiarazione di guerra. Ed è questa (non la terra, l’acqua, i check point o lo stallo nei negoziati sui nuovi insediamenti) la causa dei disordini di ieri a Gerusalemme, che si sono conclusi con 42 arresti e 17 feriti, 8 dei quali sono poliziotti israeliani.
La sinagoga Hurva è un simbolo per Israele. Fu visitata da Theodor Herzl all’alba del movimento sionista. Fu teatro del reclutamento della Legione Ebraica che combatté al fianco degli inglesi nella I Guerra Mondiale. Secondo un’interpretazione cabalistica del XVIII secolo, la sua inaugurazione è preludio per la ricostruzione del Tempio. Gli arabi musulmani l’hanno sempre interpretata alla lettera. E per questo, nel 1948, quando i giordani occuparono Gerusalemme Est, fecero saltare in aria la sinagoga Hurva. Con gran disprezzo per la libertà di culto.
La sua ricostruzione, in una Gerusalemme capitale di Israele (ma che i palestinesi vogliono come capitale del loro futuro Stato) è stata interpretata dai musulmani come un segnale di pericolo. L’Islam politico, che non ha mai esitato a distruggere i luoghi di culto di altre fedi, ora attribuisce il proprio modus operandi al suo nemico: si aspetta che, prima o poi, gli ebrei radano al suolo Al Aqsa. Vedono nuovi scavi archeologici israeliani e l’inaugurazione della grande sinagoga come segnali dell’imminente sacrilegio. E ieri Hamas proclamato la “giornata dell’odio”.
Il Ministero per la Sicurezza Pubblica israeliano si sta dando da fare per smentire le teorie cospirative sul Monte del Tempio. Ha inaugurato un sito Internet, in lingua araba, in cui spiega che non c’è alcuna minaccia. Inoltre, un attivista ebreo che voleva entrare al Monte del Tempio è stato arrestato, sempre dalla polizia israeliana. Ma tutto ciò non è bastato a placare il sacro furore di centinaia di musulmani, che nella mattinata di ieri hanno lanciato pietre contro la polizia. Numerosi pullman sono in partenza dal Negev, per trasportare manifestanti israeliani di etnia beduina e di religione musulmana. A dimostrazione della laicità dello Stato di Israele, gran parte di queste spedizioni sono organizzate dal Movimento Islamico israeliano, oltre che dai palestinesi. Mentre Gerusalemme cerca di difendersi, il giorno stesso arriva la doccia fredda da Washington. La visita dell’inviato George Mitchell è rinviata “per motivi logistici”. Il processo di pace è sospeso, per la decisione di Netanyahu di avviare la costruzione dei nuovi insediamenti. Usa e Israele non sono mai state così lontane: “qualcuno” (a Teheran e Damasco) potrebbe approfittarne.
La STAMPA - Aldo Baquis : " Un giorno d'Intifada a Gerusalemme "

Sospinti con foga da Hamas, dal Movimento islamico in Israele e da un Comitato di «Forze nazionali» palestinesi allargato ad Al-Fatah, migliaia di palestinesi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania si sono scontrati per la intera giornata di ieri con le forze di sicurezza israeliane in quella che è stata definita «una giornata di collera». In serata si aveva notizia di un centinaio di dimostranti feriti o contusi. Cure mediche si sono rese necessarie anche per una decina di agenti israeliani. Decine gli arresti.
Per Hamas - che tenta di recuperare in Cisgiordania consensi politici perduti con il putsch di Gaza del 2007 - è auspicabile che gli eventi di ieri rappresentino l'inizio di una terza intifada popolare. Molto più cauti i dirigenti dell'Anp che hanno messo le proprie forze in stato di allarme per contenere la violenza popolare. In Israele resta elevato lo stato di allerta, nella fiducia che un uso freddo e ponderato di massicce forze di sicurezza possa evitare spargimenti di sangue. Ad aggravare la situazione per il governo di Benjamin Netanyahu vi è la profonda crisi apertasi con l'amministrazione di Barack Obama a proposito dell'edilizia ebraica a Gerusalemme Est. Il mediatore Usa George Mitchell, che era atteso ieri in Israele, ha dato forfait: adesso nessuno è in grado di prevedere se e quando saranno rilanciati negoziati indiretti di pace con l'Anp.
Per spronare le masse islamiche a riversarsi in strada nella «Giornata di collera» la televisione e i mass media di Hamas hanno martellato un concetto che secondo Israele è totalmente infondato: ossia che la Moschea Al Aqsa sia «in pericolo immediato» e che nella Spianata delle Moschee sia in progetto un nuovo «Tempio di Salomone». Ma le micce dell'eruzione di violenza palestinese - che ha coinvolto anche i palestinesi della Cisgiordania e della Galilea israeliana - sono comunque svariate. Nelle ultime settimane hanno destato collera la decisione israeliana di includere fra i tesori del patrimonio storico e culturale ebraico anche la Tomba dei Patriarchi di Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme, luoghi di culto sia per gli ebrei sia per i musulmani. Altra irritazione hanno provocato fra i palestinesi progetti del municipio per il rione palestinese di Silwan e la inaugurazione nel rione ebraico della Città Vecchia dalla sinagoga «Hurvah» (rovina, in ebraico) che topograficamente sovrasta la Spianata delle Moschee.
Nel clima di polarizzazione si è inserito l'annuncio della estensione del rione ebraico ortodosso di Ramat Shlomo, durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden. In un terreno così impregnato di materiale infiammabile, le parole d'ordine eversive sono state subito tradotte in una lunga catena di violenti scontri ravvicinati che tremila agenti di polizia si sono sforzati di sedare sul nascere. «Abbiamo cercato di creare una catena umana di fedeli attorno alla moschea al-Aqsa per proteggerla», ha spiegato Zahi Nujeidat, un portavoce del Movimento islamico in Israele. La polizia ha bloccato autobus di dimostranti islamici mentre erano ancora in Galilea. Ha inoltre infiltrato agenti in borghese fra gli organizzatori degli scontri, che sono stati così sorpresi alle spalle e neutralizzati. Una giornata in cui dimostranti e forze dell'ordine si sono dunque saggiati a vicenda. Ma a tutti è evidente che Israele non potrà continuare all'infinito a mantenere migliaia di agenti delle forze anti-sommossa a Gerusalemme Est e a tenere chiusi i valichi con la Cisgiordania.
La polizia israeliana è seriamente preoccupata: sa bene che le fiammate della protesta non sono state spente e che il rischio di un incendio generale è lontano dall’essere rimosso.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/3/2010 alle 7:53 | |
17 marzo 2010
la sinistra italiana e Israele... un equilibrato (strano!!) articolo di Repubblica, che comunque commette il solito strafalcione di considerare Tel Aviv e non Gerusalemme la capitale dello stato Ebraico
Sinistra-ebrei, 60 anni di corto circuito
E' una storia di sbandate e ribaltamenti, di pregiudizi e balbettii, di ostilità e rincorse, spesso solo di facciata. E' una questione di testa, ma anche di pancia, quella del rapporto tra la sinistra italiana e Israele. Un groviglio di sentimenti, una distorsione percettiva a sfondo addirittura semi-famigliare, in qualche modo un caso di sdoppiamento della personalità. E non solo, perché basta allungare il tavolo della vicenda storica perché tutto, a cominciare dall' intervista del ministro degli Esteri D' Alema all' Unità, appaia ancora più complicato, e a suo modo indecifrabile. Non a caso D' Alema: un classico «figlio del partito». Ebbene, per dare un' idea dei rovesci e della difficoltà di acchiappare un filo, è bene sapere che dopo la sconfitta elettorale del 18 aprile 1948 una delle prime mobilitazioni del Pci contro il governo De Gasperi fu proprio contro il mancato riconoscimento dello stato di Israele, allora appena costituitosi con le felicitazioni dell' Unione Sovietica di Stalin. Ma il pendolo moscovita girò in senso anti-israeliano nel 1953; acquistando velocità anche per le Botteghe Oscure 14 anni dopo, con la guerra dei sei giorni e l' inaudita, coraggiosa dissidenza di Umberto Terracini. Da allora si può dire che la storia si avvita e insieme si frantuma per quante sono le sinistre in Italia. Socialdemocratici e radicali si stringono a Tel Aviv. Ma già gli stessi socialisti sulla questione palestinese si dividono e si contraddicono. Sintomatico è il destino di Craxi, quel giovanottone che nelle foto sta al fianco di Nenni durante una visita in Israele nel 1970. Come il vecchio Pietro, Bettino è entusiasta di quella democrazia; pianta il suo alberello nella foresta dei Martiri; visita la Knesset: e quando torna a Milano il suo orientamento è così marcato che (con suo grande divertimento) gli attribuiscono di essere il rappresentante occulto della Jaffa e dei suoi pompelmi. Ecco, per dire: nella seconda metà degli anni Ottanta, quando Craxi interviene a una riunione dell' Internazionale socialista, i laburisti israeliani non trovano di meglio che abbandonare la sala; e quando nel decennio seguente lascia l' Italia è da Arafat e dai tunisini che trova sollievo, ospitalità e protezione. Bobo e Stefania, i figli, non lo dimenticano: ed è questa forse una delle poche faccende su cui non hanno da litigare. «Ma insomma: cosa vogliono questi ebrei?». Qualcosa del genere borbottò una volta anche Pertini, che certo non prendeva ordini da Mosca, durante il suo settennato. Vero è che pure i cattolici e la destra neofascista ebbero le loro adeguate e contraddittorie code di paglia riguardo allo Stato ebraico. E tuttavia è soprattutto nella sinistra che l' intreccio si fa appassionato e lacerante, come se la sua stessa origine risentisse di una poco accettata, o mal vissuta, o mancata, o comunque controversa primogenitura. «Non si può comprendere l' identità della sinistra - ha scritto Piero Fassino nella sua autobiografia (Per passione, Rizzoli, 2003) - senza riconoscere che una delle sue radici è la cultura ebraica», con i suoi grandi intellettuali e gli uomini dei kibbutz. Nel 1988 proprio Fassino coordinò una commissione del Pci «per i rapporti con il mondo ebraico». Presidente ne era Giorgio Napolitano. Fu organizzato un convegno e prodotto un tomo, con una titolazione che suonava invero piuttosto specialistica: Marxismo, diaspora, sionismo: confronto con le ragioni di Israele (Editori riuniti). C' erano lì i primi segni del disgelo. Ci fu in seguito (1991) anche un viaggio di Occhetto. Ma già partiva - con i dovuti ritorni in Italia - la suggestione dell' Intifada. Il Pds nacque piuttosto confuso riguardo al Medio Oriente. Anche per questo Rifondazione lo fu subito molto meno. Stava contro Israele. Del resto è impossibile pensare che in una società complessa tutti fossero a favore. Lo Stato di Israele, in effetti, non è immune dai torti - la maggior parte dei quali, oltretutto, compiuti come negli ultimi anni contro il suo stesso futuro. Ma è pure vero che esiste in Italia una sinistra che sembra, anzi che è quasi più anti-israeliana che filo-palestinese. Un mondo che vive di equazioni temerarie e ignoranti (sionismo uguale colonialismo, uguale razzismo, uguale nazismo uguale terrorismo). Di bandiere bruciate, diplomatici impediti di parlare nelle università e manifestanti fatti sfilare in tenuta da kamikaze. Così un giorno dell' aprile 2002 un pezzo di gruppo dirigente ds volle partecipare a una manifestazione per il Medio Oriente, si presentò bel bello a piazza Esedra, ma sentiti gli slogan e visti i cartelli altrettanto truculenti che aprivano il corteo se ne tornò al Botteghino con il suo bello striscione arrotolato che diceva: «Pace in Medio Oriente, due popoli due Stati». Due ragioni, si può aggiungere, due diritti e in fondo anche due sogni. Ora. Sarebbe consolante poter contrapporre alle polemiche qualche segno di buona volontà, che pure c' è. Gli sforzi di Fassino per «liberarci da visioni manichee»; la nascita di un gruppo che si chiama appunto "Sinistra per Israele"; gli abbracci tra ebrei e palestinesi con la benedizione del sindaco Veltroni; la stessa Rifondazione che nel novembre dell' anno scorso partecipò alla fiaccolata di solidarietà per Israele sotto l' ambasciata dell' Iran. Ma il punto difficile, il vero dramma della sinistra - se ha ancora un senso parlarne come di un' entità unica - è che fin quando laggiù continueranno a spararsi, a far saltare bar, autobus e mercati, a bombardare e a buttar giù le case con le ruspe, ecco, la linea dell' equidistanza non solo appare ambigua e impotente, ma qui in Italia scivola, sbatte e degenera in ambivalente dissociazione. Quanto di più simile, in politica, a una specie di astuta e vana schizofrenia. - FILIPPO CECCARELLI
| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 21:11 | |
17 marzo 2010
Operazione “Piombo Fuso”: la relazione Malam smonta completamente il rapporto Goldstone
di Miriam Bolaffi
A darne notizia con grande risalto questa mattina è il Jerusalem Post. Dopo mesi di lavoro è pronta la lunghissima relazione che contesta punto per punto l’ormai tristemente famoso “Rapporto Goldstone”. Si tratta di una relazione che contiene immagini e video prodotta dal Intelligence and Terrorism Information Center (Malam) che dimostra inequivocabilmente come Hamas, durante l’operazione Piombo Fuso, abbia usato vecchi, donne e bambini come scudi umani oltre che case civili e ospedali come rampe di lancio e deposito di armi.
La “relazione Malam”, 500 pagine, dimostra come almeno 100 moschee sono state usate da Hamas per scopi militari, dimostra con immagini e video come i terroristi di Hamas si nascondessero in mezzo ai civili, dimostra come i tetti degli ospedali e di diverse strutture civili siano stati usati da Hamas come rampa di lancio per i missili, dimostra come i terroristi di Hamas usassero case di civili per combattere contro i militari dell’IDF.
Le 500 pagine della relazione Malam, a differenza del rapporto Goldstone, sono dettagliate e precise, coadiuvate da un impressionante numero di immagini desecretate e video ripresi da droni e dagli aerei israeliani.
Alla relazione, che verrà presentata oggi, hanno collaborato le Forze di difesa Israeliane (IDF) e lo Shin Bet, i quali hanno messo a disposizione di Reuven Erlich, ex colonnello del servizio segreto militare che guida il Malam, centinaia di video e immagini che dimostrano senza ombra di dubbio come Hamas lanciasse attacchi da almeno un centinaio di moschee e di come fosse una pratica sistematica usare bambini e donne come scudi umani. Le immagini mostrano come i terroristi si camuffassero da donna per ingannare i militari israeliani e come avessero posto i loro centri di comando e i loro depositi di armi all’interno di strutture civili quali ospedali e scuole.
Una parte della relazione è dedicata alle tecniche di combattimento usate dall’IDF in zone altamente popolose come lo è Gaza, tecniche che hanno sempre tenuto conto (nei limiti del possibile) dei civili e della possibilità che venissero usati da Hamas come scudi.
In buona sostanza la “relazione Malam” demolisce completamente e definitivamente il “rapporto Goldstone” e dimostra come detto rapporto sia stato scritto in maniera sommaria, faziosa e unilaterale senza fornire alcuna prova di quanto ivi affermato, ascoltando unicamente la versione fornita da Hamas che, lo ricordiamo, per stessa ammissione del suo leader politico Khaled Meshaal, considera la morte di un civile palestinese una vittoria morale e mediatica per Hamas e una sconfitta per Israele. Anzi, la relazione Malam fa di più, dimostra inequivocabilmente come in effetti sia Hamas a essere responsabile della morte dei tanti civili deceduti durante l’operazione Piombo Fuso confermando, se ce ne fosse bisogno, che la Striscia di Gaza è tenuta in ostaggio con la forza dal gruppo terrorista palestinese, l’unico e vero responsabile dell’attuale situazione del milione e mezzo di palestinesi di Gaza.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 17:59 | |
17 marzo 2010
Wall Street Journal: Perché Obama se la prende con Israele?
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Testa a testa anche fra i giornali americani sulla crisi fra Stati Uniti e Israele a proposito dell’approvazione della costruzione di 1.600 nuove unità abitative nella parte est di Gerusalemme annunciata durante la visita in Israele del vice presidente Usa, Joe Biden. Lunedì il Wall Street Journal ha pubblicato un editoriale che critica aspramente il violento attacco a Israele firmato domenica dal celebre editorialista del New York Times, Thomas Friedman. Biden, aveva scritto Friedman, avrebbe dovuto ripartire subito per Washington lasciando detto agli israeliani, paragonati a “guidatori ubriachi”, di “richiamare quando avranno intenzioni serie”.
Nella sua risposta l’editoriale del Wall Street Journal, intitolato “Obama si volge contro Israele”, ricorda che l’amministrazione Obama «ha sostenuto “sane relazioni” fra Iran e Siria, ha mitemente disapprovato l’accusa di “colonialismo” lanciata agli Usa dal presidente siriano Bashar Assad, si è pubblicamente scusata con Muammar Gheddafi per averlo trattato senza la dovuta deferenza dopo che il dittatore libico aveva invocato una “jihad” (guerra santa) contro al Svizzera». Invece, continua l’editoriale, quando si tratta di Israele «l’amministrazione non ha nessun problema ad elevare di molti gradi l’indignazione pubblica. Le ripetute scuse da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non hanno impedito al segretario di stato Hillary Clinton – in base a quelle che fonti della Casa Bianca hanno ostentatamente definito indicazioni personali del presidente, di etichettare l’annuncio israeliano come “un insulto” agli Stati Uniti. Dal momento che nessuno difende l’annuncio di Gerusalemme, men che meno un governo israeliano evidentemente in imbarazzo, è difficile capire perché l’amministrazione abbia scelto questa occasione per scatenare una crisi diplomatica in pena regola con il suo più affidabile alleato mediorientale … Se Israele avrà l’impressione che l’amministrazione cerca qualunque pretesto per far saltare le relazioni, si curerà molto meno di come potrebbero reagire gli Stati Uniti a un eventuale raid militare sull’Iran».
Sulla questione degli insediamenti in Cisgiordania il quotidiano finanziario prende una posizione opposta a quella dell’amministrazione Obama. «È sempre più difficile sostenere che la loro esistenza sia un ostacolo fondamentale ad un accordo di pace coi palestinesi» scrive, e spiega: «Israele si è ritirato da tutti gli insediamenti della striscia di Gaza nel 2005 solo per veder trasformato quel territorio in uno staterello di Hamas e in una base per il continuo lancio di razzi contro civili israeliani. L’ansia di Israele circa il ruolo dell’America come onesto mediatore in qualunque sforzo diplomatico non può essere mitigata nevrosi dell’amministrazione su questo particolare progetto edilizio, che cade all’interno dei confini municipali di Gerusalemme e che può essere chiamato un “insediamento” solo nei termini massimalisti del lessico della parte palestinese. Qualunque realistico accordo di pace dovrà prevedere un raggiustamento delle linee del 1967 e uno scambio di territori: un concetto formalmente riconosciuto dall’amministrazione Bush prima del ritiro di Israele dalla striscia di Gaza». Conclude il Wall Street Journal: «Se l’amministrazione Obama preferisce trasformarsi, come hanno fatto gli europei, nell’ennesimo pool di avvocati dei palestinesi, troverà sempre più difficile ottenere concessioni da Israele. Il che potrebbe anche essere il risultato più ambito dai nemici di Israele, sia nel mondo arabo che in occidente, perché permette loro di dipingere Israele come la parte intransigente che ostacola la strada della “pace”. Perché debba desiderarlo un’amministrazione Usa che ribadisce continuamente la propria amicizia verso Israele è tutt’altra questione. Ma, di nuovo, questo episodio corrisponde perfettamente allo schema seguito finora della politica estera di Obama: i nostri nemici vengono corteggiati, i nostri amici vengono strapazzati. È successo in Polonia, nella Repubblica Ceca, in Honduras e in Colombia. Ora è la volta di Israele».
(Da: YnetNews, 15.3.10)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 15:30 |
17 marzo 2010
PERCHE' E' IMPORTANTE SAPERE CHI ERA HENRY FORD ?
I piu' si chiederanno:perche' e' importante ai nostri giorni sapere chi e' stato Henry Ford.
La risposta e':perche' la fondazione da lui creata e' la maggior offerente americana del NIF (FONDI PER UNA NUOVA ISRAELE)ovvero chi e' che sta dietro alle ong di sinistra che tanto amano bersagliare Israele.
Henry Ford fu un antisemita convinto ed ammiratore del fuhrer tanto che Hitler dichiaro' che Ford era il suo miglior amico.
Gli ebrei appartenenti alle ong finanziate dalla Fondazione Ford sono degni eredi di quegli ebrei che collaborarono coi nazisti a rastrellare i loro fratelli perche fossero mandati ai campi di concentramento,
anche se non sapevano la fine che costoro avrebbero fatto non percio' furono considerati innocenti dalla Storia !
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/anti-semitism/ford1.html
http://en.wikipedia.org/wiki/The_International_Jew
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/anti-semitism/ford.html
http://history.hanover.edu/hhr/99/hhr99_2.html
http://www.orange-papers.org/orange-rroot540.html
http://www.reformed-theology.org/html/books/wall_street/chapter_06.htm
| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 13:0 | |
17 marzo 2010
Hamas ha usato bambini come scudi umani a Gaza. Una non notizia
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Riportiamo dal GIORNALE l'articolo i Fausto Biloslavo dal titolo " Hamas ha usato i bambini come scudi umani ".

" Sssssh! Se no sei a rischio ".
Bambini usati come scudi umani, miliziani palestinesi travestiti da civili, oltre a moschee e ospedali trasformati in arsenali, comandi o postazioni per lanciare razzi. Un rapporto israeliano di 500 pagine denuncia le porcherie di Hamas durante la guerra nella striscia di Gaza dello scorso anno.
Il documento, anticipato ieri sul quotidiano Jerusalem Post, è stato realizzato dal Centro di informazione di intelligence e terrorismo (Malam), un'organizzazione non governativa formata in gran parte da ex agenti israeliani. Non a caso la minuziosa ricerca è stata guidata da Reuven Erlich, ex ufficiale dell'intelligence militare. Le forze armate israeliane e lo Shin Bet, il servizio segreto interno, hanno messo a disposizione informazioni, foto e riprese aeree, oltre alle confessioni dei prigionieri e le testimonianze degli ufficiali impegnati nell'operazione Piombo fuso scatenata da Israele contro Hamas, nella striscia di Gaza, fra il 27 dicembre 2008 ed il 18 gennaio 2009.
In un video citato nel rapporto, del 6 gennaio dello scorso anno, si vede un cecchino palestinese che spara contro le truppe israeliane da un palazzo. Si accorge di essere stato individuato e chiede ai civili di aiutarlo a fuggire. Poco dopo arriva un gruppetto di bambini all'ingresso dell'edificio utilizzato come postazione. Il cecchino esce e grazie ai piccoli utilizzati come scudi umani si dilegua. Un altro video del 13 gennaio 2009 mostra un capo di Hamas finito nel mirino di un velivolo israeliano. Per sfuggire all'attacco corre verso un'anziana donna camminandole a fianco pur di non venir colpito. Più tardi le truppe israeliane scopriranno che «la vecchietta» era in realtà un miliziano di Hamas travestito.
Il rapporto dell'Onu dell'ex giudice Richard Goldstone sulla guerra di Gaza sosteneva di non aver «trovato prove che i combattenti palestinesi si siano mescolati tra i civili con l'intenzione di nascondersi dagli attacchi». Gli israeliani adesso dimostrano che gli uomini di Hamas usavano abiti civili per non farsi individuare. Le conferme arrivano non solo dalle immagini, ma dalle testimonianze di diversi ufficiali che hanno combattuto in prima linea e dalle ammissioni dei prigionieri. Gli uomini di Hamas si sono addirittura mascherati da donne con bambini in braccio per fregare gli israeliani. Il rapporto Malam denuncia anche il trasporto di una partita di razzi in un rimorchio dove c'erano dei bambini, che servivano a «proteggere» il carico.
Il palazzo Andalous, nel quartiere al-Karama della città di Gaza, ridotto ad uno scheletro di cemento, è diventato un simbolo di come gli israeliani bombardavano i civili. Invece sul tetto c'era una postazione di fanatici di Allah, che non volevano muoversi nonostante le suppliche degli inquilini. «Morire con noi è un grande onore. Sia fatta la volontà di Allah», dicevano.
A Sheik Zayed, 20 chilometri a nord di Gaza city, un farmacista palestinese era barricato con la famiglia al secondo piano del suo condominio. I militanti islamici avevano piazzato una trappola esplosiva sulla strada di fronte nascondendosi al terzo piano con il detonatore. La famiglia del farmacista ha dovuto fuggire per evitare il peggio. I soldati con la stella di Davide hanno sequestrato uno schizzo con il reticolo di cecchini e trappole esplosive che aveva trasformato Beit Lahiya, una cittadina nel nord della Striscia dove si è combattuto duramente, in un enorme scudo umano. Il rapporto Malam denuncia anche l'utilizzo di un centinaio di moschee e otto ospedali come posti di comando, arsenali o zone di lancio per i razzi di Hamas. Erlich, l'ex ufficiale dell'intelligence militare responsabile del gruppo di ricerca, ha dichiarato: «Mettendo tutte le loro armi vicino alle case, operando nei dintorni delle abitazioni, dalle moschee e dagli ospedali, sparando razzi vicino alle scuole e usando scudi umani, Hamas è responsabile per la morte dei civili».
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 10:30 | |
17 marzo 2010
I palestinesi non si lasciano sfuggire un’occasione per alimentare le fiamme
| Un copione già visto |
| di Amos Harel e Avi Issacharoff |
Anche se è stato Israele a innescare l’ultima crisi su Gerusalemme, Israele non è certo l’unico a gettare benzina sul fuoco. Il comportamento dell’amministrazione Obama, con i suoi alti funzionari che fanno a gara per redarguire in pubblico Israele, rievoca la rigida posizione intenzionalmente assunta un anno fa nei confronti del governo Netanyahu. Né i palestinesi si lasciano sfuggire un’occasione per alimentare le fiamme.
Certo, il primo ministro israeliano ha fatto il loro gioco sulla faccenda delle nuove costruzioni nel quartiere Ramat Shlomo, e il sindaco di Gerusalemme continua a farlo. Ma dal canto suo l’Autorità Palestinese sta facendo un gioco molto pericoloso, forse il più pericoloso di tutti, su Gerusalemme e in particolare sul Monte del Tempio.
Mohammed Dahlan, che non è certo famoso per un particolare fervore religioso, Khatem Abdel Kader, che detiene il dicastero su Gerusalemme in Fatah, e altri come loro domenica hanno esortato gli arabi israeliani e gli abitanti di Gerusalemme est ad andare in massa al Monte del Tempio per “proteggere le moschee dagli ebrei”. Un opuscolo fatto circolare domenica con un appello analogo era firmato dalle Forze Nazionali e Islamiche, un’organizzazione che coordinava le attività ai tempi della seconda intifada, e che in pratica oggi non esiste più. L’opuscolo arriva ad affermare che un grande rabbino del XVIII secolo avrebbe profetizzato che l’apertura della sinagoga di Hurva (re-inaugurata in questi giorni, dopo la ricostruzione seguita alla sua distruzione ad opera degli arabi) avrebbe avviato l’apertura del Terzo Tempio, e che dunque per questo bisogna accorrere a difendere la moschea di al-Aqsa.
Difficile credere che Dahlan e Abdel Kader credano veramente che la moschea di al-Aqsa corra questo pericolo. C’è un’altra ragione dietro al loro appello: nelle scorse settimane Fatah ha visto Hamas ribare la scena all’Autorità Palestinese nella gestione della lotta per il Monte del Tempio. Gli attivisti della base del Movimento Islamico in Israele hanno guidato le manifestazioni. Nel frattempo la polizia israeliana ne ha arrestati diversi e Fatah ritiene che questo sia il momento giusto per approfittare del successo: se il governo israeliano è diventato il punching ball della Casa Bianca, un altro round di violenze al Monte del Tempio può solo fare gli interessi dei palestinesi. Fatah vuole cavalcare la tigre e usare i previsti scontri per le sue necessità.
Ecco perché Abdel Kader ha indetto un incontro all’hotel Ambassador di Gerusalemme est con alti esponenti di Fatah della città e rappresentanti delle associazioni sindacali della Città Vecchia. Ed ecco perché si è deciso di indire uno sciopero di due ore alle 11 del mattino, esattamente quando gli studenti escono delle scuole per la preghiera di mezzogiorno: tempismo perfetto per scatenare un'altra pausa pranzo di violenze.
Riunioni di questo genere si sono già tenute in passato all’Ambassador: nel settembre 2000, alla vigilia della visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, è lì che alti esponenti di Fatah della città si riunirono per pianificare le violente proteste che avrebbero portato allo scoppio della seconda intifada.
Questa volta Israele non sembra volersi prendere tali rischi. Il ministro della difesa Ehud Barak ha tenuto conto delle raccomandazioni dei capi della polizia e ha esteso la chiusura della Cisgiordania per impedire che dei palestinesi venissero fatti confluire a Gerusalemme a ingrossare le manifestazioni. E mentre l’Autorità Palestinese si prepara per il prossimo round di dimostrazioni violente (certo meglio spendibili degli attentati suicidi sul mercato della simpatia mondiale), a Ramallah si registra uno sviluppo che ricorda altri tempi: una squadra dell’antiterrorismo ha arrestato Maher Auda, conosciuto come “l’ultimo dei moicani” della rete clandestina di Hamas nella città, considerato responsabile dell’uccisione di una settantina di israeliani. Già braccio destro del capo di Hamas a Ramallah Ibrahim Hamed (arrestato nel 2006), Maher Auda era considerato dai servizi di sicurezza israeliani “persino più pericolo del suo capo”.
(Da: Ha’aretz, 15.3.10)
Nelle foto in alto: La sinagoga di Hurva prima del 1948; la stessa sinagoga distrutta dagli arabi durante l’occupazione giordana di Gerusalemme Vecchia (1948-1967)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/3/2010 alle 8:0 | |
16 marzo 2010
Iraq: a difendere Bush c'è arrivato persino Lorenzo Cremonesi, Che cosa aspettano gli atri?
lettere@corriere.it
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 16/03/2010, a pag. 16, il commento di Lorenzo Cremonesi dal titolo " Nuove speranze per la democrazia dal successo delle elezioni in Iraq ".

Vi manco già ?
Il risultato delle elezioni parlamentari del 7 marzo in Iraq costringe a rivedere gli scetticismi diffusi contro la destra americana neocon, che guidò le invasioni del 2001 e 2003. Di fronte al crescere di caos, attentati, delusione e povertà dal 2004 in Iraq e due anni dopo in Afghanistan, era cresciuta l'opinione per cui l'ottimismo di chi cerca di «esportare la democrazia» è fallimentare. Come poteva George Bush illudersi di imporre il modello illuminista del voto individuale in regioni dominate dai clan tribali, dall’influenza dei leader religiosi e dagli antichi odi confessionali? Il voto alle presidenziali afghane del 20 agosto scorso è parso confermare lo scetticismo. Doveva rappresentare il momento culminante della campagna di ricostruzione militare e civile del Paese contro la violenza e l'arretratezza medioevale talebane, ma è stato un flop che, tra accuse di brogli e bassa affluenza, ha delegittimato Hamid Karzai.
Non così però il voto in Iraq. I più critici ripetono che comunque la Mesopotamia è dove da infinite generazioni le tribù di invasori si sostituiscono con ricorrente violenza a quelle stanziali nel cuore della «mezza luna fertile». Eppure, questa volta il meccanismo elettorale ha funzionato. A nove giorni dal voto e meno del 50 per cento dei 12 milioni di schede scrutinate, le accuse di brogli e irregolarità sono meno della metà di quelle registrate alle provinciali dell'anno scorso. Nessuno mette in dubbio il dato del 62,4 per cento di affluenza alle urne. Un quorum molto più alto delle medie Usa e in totale assonanza con quelle europee.
È vero che i risultati emersi sino ad ora confermano logiche settarie: le zone sciite nel Centro-sud hanno votato in massa per il premier sciita Nuri al Maliki; quelle sunnite nel Centro per il laico Iyad Allawi; e quelle curde al Nord sono schierate con i partiti locali. Le divisioni sono quelle di sempre. Però Saddam Hussein le zittiva con la repressione più crudele. Oggi vengono discusse dai 325 parlamentari, che presto eleggeranno il presidente e il premier. Il cambiamento è impressionante e, per una volta, dà speranza.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 22:54 | |
16 marzo 2010
Netanyahu tiene duro e non bloccherà la costruzione di nuove case a Gerusalemme
Analisi di R. A. Segre, Angelo Pezzana, Redazione del Foglio. Cronache di Maurizio Molinari, Francesco Battistini
Testata:Il Giornale - Libero - Corriere della Sera - La Stampa - il Foglio
Autore: R. A. Segre - Angelo Pezzana - Maurizio Molinari - Francesco Battistini - La redazione del Foglio
Titolo: «Questo è uno scontro fra uomini, non fra Stati - Israele non cede, è crisi con gli Usa - Israele non si piega: 'Avanti con le colonie' - Che cosa c'è dietro lo scontro tra Israele e Stati Uniti»
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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 16/03/2010, a pag. 16, il commento di R. A. Segre dal titolo " Questo è uno scontro fra uomini, non fra Stati ". Da LIBERO, a pag. 21, l'analisi di Angelo Pezzana dal titolo " Nei colloqui di pace Israele vuole affermare l’indipendenza da Obama". Dalla STAMPA, a pag. 14, la cronaca di Maurizio Molinari dal titolo " Israele non cede, è crisi con gli Usa ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 18, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Israele non si piega: 'Avanti con le colonie' ", preceduto dal nostro commento. Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Che cosa c'è dietro lo scontro tra Israele e Stati Uniti ", preceduto dal nostro commento. Ecco i pezzi:
Il GIORNALE - R. A. Segre : " Questo è uno scontro fra uomini, non fra Stati "

R. A. Segre
Un vento di follia soffia sui rapporti fra Washington e Gerusalemme (lo dice Uri Dromi, che fu portavoce di Rabin e di Peres quando erano primi ministri). Lo dice il New Herald Tribune in due fondi, uno intitolato «La follia di Netanyahu». «Il primo ministro (col piano di nuove costruzioni) sta sabotando ogni possibilità di accordo su Gerusalemme... La sua campagna per consolidare il controllo su Gerusalemme Est deve essere fermata». «Israele ha perso il contatto con la realtà» afferma sul New York Times L. Friedman, influente commentatore politico americano, due volte premio Pulitzer (e che gioca a golf con Obama), definendo lo schiaffo dato al vicepresidente Biden con l’annuncio della costruzione di nuovi 1600 alloggi in zona araba come «pura follia». Il segretario di Stato Clinton parla di «insulto» alla presidenza statunitense. Il portavoce di Obama intenzionalmente non chiama più Netanyahu premier ma «Bibi Netanyahu».
A Gerusalemme e a Washington si sta perdendo la testa e il controllo dei nervi? Un poco sì, per reazione a differenti forme di orgoglio ferito. Ma dalle due parti si cerca di rabberciare i cocci perché questa tempesta (che non è certo in un bicchier d’acqua) è una crisi fra persone ma non fra Stati. Anzi, potrebbe essere una crisi non voluta ma sfruttabile per crearne all’interno della coalizione governativa israeliana un’altra allo scopo di ricomporre l’alleanza.
Una crisi del genere non dispiacerebbe a Netanyahu. Sa di aver perso il controllo della sua coalizione in cui indisciplinati spezzoni parlamentari - laici e religiosi - animati da miopi interessi locali cercano di far allineare i loro gruppi su posizioni messianiche, ultranazionaliste e in certi casi persino fascistizzanti. Sono mesi che il premier cerca di rompere l’unità del partito di opposizione Kadima, guidato dalla signora Livni, per attrarre una parte dei suoi deputati nella coalizione e renderla più disciplinata.
Allo stesso tempo gli americani sanno che la Livni non è in grado di ottenere una maggioranza alla Knesset. Vorrebbero che Netanyahu ne formasse un’altra possibilmente con lei e danno l’impressione di star gonfiando la crisi proprio per questo. Una cosa è certa: questa è una crisi a livello personale e di immagine, non a livello degli interessi reciproci che legano i due Paesi. Israele non può fare a meno dell’alleato americano. L’America non ne dispone di un altro sicuro nella regione, soprattutto nel momento di confronto (attivo o passivo) con l’Iran.
C’è poi il Congresso di Washington. Rimane decisamente schierato a favore di Israele, con una percentuale di sostegno nella opinione pubblica a favore di Israele sopra il 60 per cento. A dimostrare l’influenza ebraica sul Congresso c’è la denuncia dell’ «olocausto» degli Armeni per mano turca nella Prima guerra mondiale. La denuncia è passata alla Commissione del Congresso perché quest’anno gli israeliani non si sono dati da fare come in passato a bloccarla a causa del congelamento dei rapporti della Turchia con Gerusalemme.
Al Congresso poi c’è in bilico l’approvazione della legge Obama per la riforma della sanità. Le elezioni per il rinnovo di una parte del Senato si avvicinano. Anche i repubblicani che non amano Israele sono lieti di difenderlo contro un’amministrazione che appare sempre più incerta in politica estera. A Washington e a Gerusalemme ci sarà chi continuerà a sentirsi offeso. Alla fine però si dovranno «ingoiare i rospi» (palestinesi inclusi) e piegarsi alla volontà americana tanto sulle costruzioni ebraiche negli insediamenti quanto sulla ripresa dei negoziati.
LIBERO - Angelo Pezzana : " Nei colloqui di pace Israele vuole affermare l’indipendenza da Obama"

Angelo Pezzana
Che l’America senza Bush fosse ridiventato un interlocutore degno di rispetto per la maggior parte dei nostri giornali lo si era già visto durante la campagna elettorale di Barck Obama, seguita con un senso di venerazione per il candidato democratico che prometteva l’opposto di quanto Bush aveva realizzato. Ma è stato sufficiente un anno o poco più perché il “nuovo” annunciato da Obama si presentasse carico di delusioni e insuccessi. Un disastro è stato soprattutto il rapporto con il mondo arabo musulmano, che ha mostrato la fragilità del nuovo corso obamiano, quasi un duplicato della fallimentare politica del fu presidente Carter. L’ennesima prova l’hanno data Joe Biden, vice Presidente, e Hillary Clinton, Segretario di Stato, nell’affrontare la ripresa dei colloqui israelo-palestinesi. È vero che una mano gliel’ha data lo stesso Netanyahu, quando nel momento in cui Biden arrivava a Gerusalemme, il suo Ministro dell’interno annunciava la ripresa delle costruzioni nella parte orientale della città, una dichiarazione di cui non si sentiva proprio la mancanza, e per questo difficilmente attribuibile ad un errore, anche se Bibi si è detto dispiaciuto. Biden se l’è presa a male, tanto da dimenticare che avrebbe potuto e dovuto presentare il conto ad Abu Mazen. Hillary seguiva a ruota da Washington con una lunga telefonata a Bibi, nella quale sottolineava quanto gli Stati Uniti erano risentiti per l’“offesa” ricevuta. Il consigliere di Obama Si è mosso anche David Axelrod, il consigliere di Obama, del quale ieri Repubblica evidenziava l’es - sere ebreo, così come aggiungeva, non fosse stato chiaro abbastanza, ebreo lo è anche Rahm Emanuel, l’altro consigliere di Obama. Se possibile, le sue dichiarazioni sono state ancora più dure nei confronti di Israele, ed il fatto che venissero da un ebreo ha eccitato e ingrandito lo spazio da dedicare alla notizia. Si sono scatenati corrispondenti e commentatori abitualmente schierati dalla parte palestinese, descrivendo un Netanyahu “scioccato”, addirittura “tramortito” dai rimproveri ricevuti, che riflette più un desiderio di chi l’ha scritto che non la realtà. Bibi sa benissimo che gli Stati Uniti sono un alleato indispensabile dello Stato ebraico, ed essendo anche un esperto diplomatico, sa bene quando si deve usare il guanto di velluto. Quanto è avvenuto pare a noi più che altro una dimostrazione, magari non voluta in quei termini così precisi, di una affermazione di indipendenza del governo di Israele nei confronti della politica mediorientale di Obama. Attenzione, Israele è uno Stato sovrano alle prese con un avversario con il quale si vuole sì fare la pace, ma che sia tale, non una capitolazione. Obama, e chi per lui, imparino a conoscere la società palestinese, divisa com’è fra Anp e Hamas, fra una Cisgiordania che grazie alla collaborazione con Israele avanza e progredisce sul piano economico, ma in quanto alle garanzie di sicurezza troppi episodi, anche recenti, dimostrano che il governo di Abu Mazen non controlla affatto la situazione. L’alleato israeliano Non sappiamo che cosa pensino Obama-Biden- Clinton sul potenziale offensivo di Hezbollah in Libano, se sono stati informati del riarmo di Hamas a Gaza, quale valutazione abbiano tratta dalla delusione ricevuta dalla Siria, che nel progetto obamiano pareva sufficiente riaprire i rapporti diplomatici per staccarla dall’Iran. Si è visto come è andata. Saremmo anche curiosi di conoscere a che punto è la questione Turchia, dopo che il regime è riuscito a soffocare la protesta dei militari, chiamandoli golpisti invece che difensori della laicità messa sotto attacco da Erdogan. A queste domande, che temiamo resteranno fin da ora inevase, andrebbe aggiunto l’Iran, a meno che Obama, per coronare il suo “yes, we can” non intenda mandarci a trattare Jimmy Carter, che con gli ayatollah ha già dato prova di quanto sa fare in passato. In una situazione simile, sarà opportuno che la diplomazia americana, in Medio Oriente, si adonti meno, e impari da chi ne sa di più. E non dimentichi che il suo alleato, da sempre, è Israele.
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Israele non cede, è crisi con gli Usa "

Èun aspro botta e risposta fra Stati Uniti e Israele sulle nuove costruzioni a Gerusalemme Est a mettere in risalto la «più seria crisi bilaterale degli ultimi 35 anni», come la definisce l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren. Le costruzioni in questione sono le 1600 case del quartiere di Ramat Shlomò che il governo israeliano ha approvato durante la recente visita del vicepresidente Joe Biden a Gerusalemme sollevando le forti proteste della Casa Bianca. Proprio dando seguito a tale irritazione il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha fatto recapitare all’ambasciatore Oren la richiesta di «cancellare la decisione sui nuovi insediamenti a Gerusalemme Est». Sono due i motivi che spingono Hillary. Primo: ottenere da Nethanyau un gesto riparatore dell’«offesa all’America» spingendolo a estendere a Gerusalemme Est il già proclamato congelamento negli insediamenti in Cisgiordania. Secondo: favorire l’inizio dei «colloqui indiretti» facendo capire ai palestinesi che gli Usa sostengono la loro opposizione agli insediamenti e considerano Gerusalemme Est oggetto del negoziato. La risposta del premier israeliano non si è fatta attendere e intervenendo alla Knesset ha ribattuto: «Le costruzioni a Gerusalemme continueranno come avvenuto negli ultimi 42 anni» ovvero dal giugno 1967 quando con la Guerra dei Sei Giorni la parte orientale della città cadde nelle mani di Israele che la dichiarò capitale «unica e indivisibile». Il disaccordo fra i due tradizionali alleati non potrebbe essere più evidente e Oren ne trae le conseguenze: «È una crisi molto seria, abbiamo di fronte una fase difficile di relazioni bilaterali, per trovare qualcosa di simile bisogna risalire al 1975» quando l’amministrazione Ford recapitò con Henry Kissinger al premier Itzhak Rabin la richiesta di ritirare gran parte delle truppe dal Sinai. A riflettere le fibrillazioni fra amministrazione Obama e governo Nethanyau è la spaccatura fra associazioni ebraiche americane: l’«Aipac », il maggior gruppo pro- Israele a Washington, parla di «escalation negativa» chiedendo alla Casa Bianca di «non imporre ultimatum unilaterali», mentre «J Street», composto da sostenitori di Obama, imputa l’attuale crisi «alle scelte di Nethanyau» chiedendo agli Stati Uniti di «suggerire alle parti i parametri per i negoziati» ovvero di porre condizioni esplicite durante i «colloqui indiretti» del mediatore George Mitchell. Il duello con Israele espone Obama alle critiche dei conservatori. Aspro l’editoriale del «Wall Street Journal»: «Questo presidente corteggia i dittatori e litiga con gli amici»
CORRIERE della SERA - Francesco Battistini : " Israele non si piega: 'Avanti con le colonie' "
Il titolo è particolarmente scorretto. L'utilizzo delle virgolette lascia intendere che Netanyahu si sia espresso in questi termini, cosa impossibile dal momento che Gerusalemme non è una colonia e, di sicuro, non è considerata tale dal governo israeliano. Facciamo notare ai lettori che nemmeno la titolazione dell'articolo di Udg sull'Unità si è spinta a questi livelli.
Il tono dell'articolo, invece, ricorda i pezzi di Udg, di Ugo Tramballi sul Sole 24 Ore e di Michelangelo Cocco e Ali Rashid sul Manifesto, tutti pendenti in favore dei palestinesi.
Ali Rashid, in particolare, sostiene che Israele stia umiliando gli Stati Uniti continuando la costruzione di case a Gerusalemme.
Tanto può l'antisemitismo, spingere il quotidiano comunista a difendere l'America.
Ecco l'articolo di Francesco Battistini:

Gerusalemme, il Kotel
GERUSALEMME — Pronto, Silvio? Pronto, Angela? Più inquieto che preoccupato, sabato il premier israeliano Bibi Netanyahu aveva chiamato gli amici europei che gli rimangono, Berlusconi e la Merkel, per capire da loro che cosa stesse succedendo a Washington. Non aveva ancora finito di scusarsi per la gaffe durante la visita di Joe Biden, il vice di Obama messo in pubblico imbarazzo con l’annuncio dei 1.600 alloggi a Gerusalemme, che Hillary Clinton aveva rincarato furiosa. Domenica, di nuovo: aveva appena minimizzato la crisi diplomatica con gli Usa, chiedendo ai suoi nervi saldi, ed ecco spuntare un consigliere di Obama a definirsi «insultato». Ieri, Bibi ha gettato ogni cautela, è andato alla Knesset e l’ha detto chiaro. Niente dietrofront, basta scuse: «Negli ultimi 42 anni, nessun governo israeliano ha mai limitato le costruzioni nei dintorni di Gerusalemme. Le costruzioni continueranno».
Avanti betoniera. Non si ferma «la peggior crisi fra Israele e Stati Uniti dal 1975», come la definisce Michael Oren, oggi ambasciatore di Gerusalemme a Washington: roba che ricorda l’ira di Ford ai tempi del Sinai, o momenti neri come la nave americana affondata in piena guerra dei Sei giorni o ancora, in era Reagan, il clamoroso arresto dello spione Pollard. La furia di Obama viene descritta come autentica, ma anche Netanyahu non scherza e la diffidenza è reciproca: se l’America vuole più fatti nel congelamento delle colonie, Israele vorrebbe meno chiacchiere nel confronto con l’Iran; se Barack ricorda d’aver applaudito quando Bibi annunciò 10 mesi di moratoria nelle nuove costruzioni, Bibi non dimentica d’aver sottolineato a Barack che — da quella moratoria — è sempre stata esclusa Gerusalemme; e se c’è chi nota l’errore d’aver parlato delle case di Ramat Shlomo in piena visita di Stato, c’è chi osserva come quelle case fossero già decise da tre anni e nessun inviato americano, nemmeno il George Mitchell in arrivo oggi, le aveva pubblicamente contestate.
Ragioni e torti s’incrociano, come in ogni lite fra amici. Sempre che di vera rissa si tratti e non, per dirla con l’ex ambasciatore Avi Pazner, d’un malinteso. Perché dietro le parole, cominciano i sospetti. Con la Casa Bianca che si chiede fin dove Bibi sia ostaggio dei suoi alleati di governo più estremisti. Con un anonimo ministro israeliano, intervistato da Ma’ariv, che si domanda se Obama non stia in realtà «cercando di far cadere Netanyahu » . Il dilemma d’Israele è: c’è qualcosa di sproporzionato in questa rabbia, come ha scritto un commentatore, o davvero (parole di Yedioth Ahronot) «stiamo perdendo il sostegno di un’intera ala dell’ebraismo americano, la sinistra moderata, che giudica provocatoria la politica di Netanyahu»? Una risposta, Bibi ieri se l’è data.
Meno lampante se Obama abbia le idee altrettanto chiare: un segnale sarà fra un mese, a Washington, dove il premier israeliano è atteso per la conferenza sul nucleare e ha in agenda un incontro col presidente Usa. «Israele resta un alleato strategico — dice un portavoce del Dipartimento di Stato —. Però attendiamo una sua risposta formale». Abbastanza forte da sentirsi fin laggiù.
Il FOGLIO - " Che cosa c'è dietro lo scontro tra Israele e Stati Uniti "
Ecco la 'colonizzazione' di Israele. Restaurare siti archeolocigi e sacri per gli ebrei. Non è esattamente ciò che farebbero (e hanno fatto in passato e continuano a fare) gli arabi, che hanno distrutto ogni cosa sul loro passaggio e non garantivano l'accesso ai luoghi sacri alle minoranze.
Ecco il pezzo:

La tomba di Rachele, a Betlemme
Antiche sinagoghe. Tombe millenarie. Fortezze nel deserto. E’ attorno ai simboli religiosi e alla conservazione del carattere ebraico di Gerusalemme che è scoppiata “la peggior crisi tra Israele e Stati Uniti dal 1975”, come ha detto ieri l’ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren (nel 1975 Israele si rifiutò di firmare un trattato sul Sinai). Una crisi che secondo molti commentatori rischia di sfociare in una terza Intifada. Il governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di 1.600 abitazioni a Gerusalemme est, che i palestinesi reclamano come loro capitale. Negli stessi giorni a Gerusalemme c’era in visita il vicepresidente Joe Biden e la Casa Bianca ha usato parole durissime, denunciando l’“oltraggio” israeliano.
Se in “Giudea e Samaria”, come i religiosi israeliani chiamano la Cisgiordania contesa, Netanyahu ha promosso un congelamento per diversi mesi degli insediamenti, decisione politica senza precedenti tra i governi israeliani anche di sinistra, a Gerusalemme si va avanti a costruire e si è intensificato lo scontro attorno a leggendari simboli ebraici. Netanyahu ha chiarito come tale decisione “non modifichi in nulla lo status quo dei siti in questione”. Ma ha anche spiegato che la libertà di culto si ha soltanto dal 1967 sotto responsabilità israeliana. Prima della guerra dei Sei giorni, infatti, agli ebrei era vietato dai giordani l’ingresso nella città vecchia di Gerusalemme, dove si trova il luogo più importante della tradizione ebraica, il Muro del pianto; a Hebron, dove sono sepolti i patriarchi biblici; alla tomba di Giuseppe a Nablus e della matriarca Rachele a Betlemme. L’Autorità palestinese ha violato sistematicamente gli accordi di Oslo nella protezione dei luoghi santi ebraici in Cisgiordania. Durante la seconda Intifada i palestinesi distrussero la Tomba di Giuseppe e la sinagoga Shalom al Yisrael a Gerico. C’è chi chiede che anche quest’ultima sia inclusa nel piano Netanyahu. Attualmente l’esercito israeliano consente soltanto una visita mensile.
Per annunciare la sua nuova politica del patrimonio culturale, Netanyahu non ha scelto un posto a caso. E’ andato in cima a Tel Hai, dove si svolse una celebre battaglia contro gli arabi. Lì è sepolto Joseph Trumpeldor, un ardente sionista che cercò di difendere il kibbutz dall’aggressione araba. Prima di perire disse al suo medico: “E’ un bene morire per il proprio paese”. Il piano Netanyahu è semplice: 73 milioni di euro per restaurare siti cari a Israele. Non soltanto lo skyline di Tel Aviv e il suo Bahaus, ma anche i principali siti archeologici di biblica memoria. Netanyahu vuole incrementare il volto ebraico di Gerusalemme, da mesi al centro di battaglie legali sulle costruzioni. A scatenare le ire degli alleati americani è stata l’inclusione fra i tesori culturali anche di tombe che sorgono nei Territori contesi dopo la guerra del 1967.
Netanyahu ha annunciato di voler rinverdire l’area del Cedron, adiacente alla cittadella di David. Gli arabi affermano che è una zona di loro proprietà, ma non sono stati capaci di dimostrarlo davanti alla magistratura israeliana. Il giardino di re David è citato più volte nella Bibbia, da Isaia a Geremia, con le sue acque leggendarie. Lì sorge anche la tomba di un venerato rabbino di origini italiane, Ovadiah Ben Avraham. Sempre lì si trovano le tombe monumentali del secondo Tempio. E’ la valle di Giosafat, sotto il monte degli Ulivi.
E’ qui che secondo la Bibbia si svolgerà il Giorno del Giudizio. Molti ebrei da tutto il mondo comprano ormai rari lotti. Sono quattromila anni che si viene a morire qui volentieri. Fra le grandi tombe quella di Assalonne e di una principessa egizia venuta in sposa a re Salomone. Ieri nella Città vecchia a Gerusalemme il governo Netanyahu ha inaugurato la storica sinagoga Hurva, che come scrive il Jerusalem Post “forse più di ogni altro sito archeologico simboleggia il desiderio del popolo ebraico di tornare alla propria terra”. Distrutta dai musulmani nel XVIII secolo, ricostruita attraverso i fondi di magnati ebrei, la sinagoga è stata nuovamente distrutta nel 1948 dai soldati giordani. E’ rimasta senza ebrei fino al 1967. Ieri è stata riconsegnata al pubblico dopo anni di desolazione e incuria.
Tra i luoghi che Netanyahu intende valorizzare, oltre al roccione di Masada teatro del suicidio dei guerrieri ebrei contro i romani e a tre sinagoghe sul Golan, c’è la tomba dei patriarchi di Hebron, dove poche centinaia di ebrei vivono in mezzo a decine di migliaia di palestinesi e che è stato teatro di una fitta scia di dolore in cui sangue chiama sangue. La città è menzionata nella Bibbia ottanta volte e risale a più di tremila anni fa. Lì sono sepolti Abramo, la moglie Sara, il figlio Isacco e sua moglie Rebecca, quindi Giacobbe e sua moglie Lea. Nel 1929, senza che ci fosse stata provocazione verso gli arabi, sessanta ebrei furono massacrati in un pogrom. Quando dopo il 1967 gli ebrei tornarono a vivere nel cuore di Hebron, mancavano da una generazione.
C’è l’antica sinagoga di Sussiya, a sud di Gerusalemme, centro del Talmud. E la nota Qumran, dove sono stati rinvenuti i rotoli del Mar Morto. La tomba di Rachele dista pochi metri dalla linea tra Gerusalemme e Betlemme. Due stanzette ritenute la tomba di quella che per gli ebrei è una specie di madre universale, la moglie di Giacobbe che morì nel dare alla luce Beniamino. Le donne senza figli cercano lì miracoli di fertilità. Netanyahu ha annunciato di voler proteggere la tomba di Erode, la stessa zona del profeta biblico Amos. Dalla fine dell’800 la tomba divenne uno dei trofei più contesi dell’archeologia biblica. Nel 1982 uno studente americano fu ucciso da palestinesi. Il giorno dopo i coloni fondarono una comunità. Si chiama Nokdim e tra i suoi abitanti c’è il ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 21:31 | |
16 marzo 2010
Shoah, un “eroico” Schindler svedese di nome Wallenberg

Roma, 15 mar (Velino) - Raoul Wallenberg, eroico diplomatico svedese, è passato alla storia per aver salvato migliaia di ebrei a Budapest durante l’Olocausto. Una delle figure più ammirate, ma allo stesso più enigmatiche di questo tragico periodo: catturato dai sovietici, morì il 17 luglio del 1947 nel gulag moscovita di Lubyanka. Numerose sono le associazioni filantropiche a lui ispirate, così come scuole, piazze, strade dedicate, senza dimenticare le cittadinanze onorarie riconosciutegli. Una figura quasi "mitica" a cui Paul A. Levine dell’Università di Uppsala, in Svezia, ha cercato di restituire una sincera dimensione storica attraverso il suo ultimo libro "Raoul Wallenberg in Budapest; Myth, History & Holocaust", pubblicato da Vallentine Mitchell & Co Ltd. “Ho trascorso gli ultimi vent’anni a studiare Wallenberg, la sua figura e la sua missione - dice Levine alla Bbc - e questo libro ne è il risultato”. Perché un giovane rampollo di una ricca famiglia svedese ha deciso di abbandonare tutto e partire per una Budapest infestata dai nazisti per salvare migliaia di ebrei, concedendo passaporti svedesi di protezione? “Quando nei primi anni ’90 ho iniziato a intervistare i sopravvissuti direttamente o indirettamente aiutati da Wallenberg, ho capito quanto la forza morale del suo lavoro toccasse l’immaginazione di molti”. Poco soddisfatto dalle notizie e dalle ricerche storiche già esistenti, “perché superficiali, non-contestualizzate e poco convincenti”, Levine capì come molte dei racconti e delle conoscenze che circondavano questa figura fossero basati più sul mito che su uno studio storico-scientifico.
Raoul Wallenberg, eroico diplomatico svedese, è passato alla storia per aver salvato migliaia di ebrei a Budapest durante l’Olocausto. Una delle figure più ammirate, ma allo stesso più enigmatiche di questo tragico periodo: catturato dai sovietici, morì il 17 luglio del 1947 nel gulag moscovita di Lubyanka. Numerose sono le associazioni filantropiche a lui ispirate, così come scuole, piazze, strade dedicate, senza dimenticare le cittadinanze onorarie riconosciutegli. Una figura quasi "mitica" a cui Paul A. Levine dell’Università di Uppsala, in Svezia, ha cercato di restituire una sincera dimensione storica attraverso il suo ultimo libro "Raoul Wallenberg in Budapest; Myth, History & Holocaust", pubblicato da Vallentine Mitchell & Co Ltd. “Ho trascorso gli ultimi vent’anni a studiare Wallenberg, la sua figura e la sua missione - dice Levine alla Bbc - e questo libro ne è il risultato”. Perché un giovane rampollo di una ricca famiglia svedese ha deciso di abbandonare tutto e partire per una Budapest infestata dai nazisti per salvare migliaia di ebrei, concedendo passaporti svedesi di protezione? “Quando nei primi anni ’90 ho iniziato a intervistare i sopravvissuti direttamente o indirettamente aiutati da Wallenberg, ho capito quanto la forza morale del suo lavoro toccasse l’immaginazione di molti”. Poco soddisfatto dalle notizie e dalle ricerche storiche già esistenti, “perché superficiali, non-contestualizzate e poco convincenti”, Levine capì come molte dei racconti e delle conoscenze che circondavano questa figura fossero basati più sul mito che su uno studio storico-scientifico.
“Questo libro corregge molte delle falsità e mistificazioni su Wallenberg”, continua l’autore. Scavando negli archivi del governo svedese, Levine ha riportato alla luce verità “scottanti”, in conflitto con quanto finora è stato detto su questo “eroe”. “Contrariamente alle credenze popolari, Wallenberg non è andato a Budapest per salvare gli ebrei ungheresi - dichiara il professore -. Questo era impossibile, perché la maggior parte erano già stati trasferiti ad Auschwitz-Birkenau al momento del suo arrivo”. La scelta del giovane diplomatico fu dettata più dal tentativo di trasformare la propria reputazione in patria - un ricco, viziato rampollo di buona famiglia dedito a una vita mondana ed eccentrica - che dalla reale volontà di impegnarsi in questa disperata missione umanitaria. Detto questo, “quando le drammatiche circostanze glielo imposero”, come sottolinea Levine, Wallenberg insieme ai suoi colleghi ha dato la propria vita per salvare, non 100 mila come vuole la leggenda, ma comunque migliaia di vite umane. Catturato nel 1945 dall’Armata Rossa per motivi ancora sconosciuti, egli non fece più ritorno a casa, trasformandosi nella memoria di molti in un eroico “Schindler”. “Questa tragedia ci tormenta ancora - conclude l’autore -. Eppure è giusto ricordare quest’uomo non tanto per come è morto, ma piuttosto per ciò è riuscito, volutamente o meno, a fare in vita”.
“Questo libro corregge molte delle falsità e mistificazioni su Wallenberg”, continua l’autore. Scavando negli archivi del governo svedese, Levine ha riportato alla luce verità “scottanti”, in conflitto con quanto finora è stato detto su questo “eroe”. “Contrariamente alle credenze popolari, Wallenberg non è andato a Budapest per salvare gli ebrei ungheresi - dichiara il professore -. Questo era impossibile, perché la maggior parte erano già stati trasferiti ad Auschwitz-Birkenau al momento del suo arrivo”. La scelta del giovane diplomatico fu dettata più dal tentativo di trasformare la propria reputazione in patria - un ricco, viziato rampollo di buona famiglia dedito a una vita mondana ed eccentrica - che dalla reale volontà di impegnarsi in questa disperata missione umanitaria. Detto questo, “quando le drammatiche circostanze glielo imposero”, come sottolinea Levine, Wallenberg insieme ai suoi colleghi ha dato la propria vita per salvare, non 100 mila come vuole la leggenda, ma comunque migliaia di vite umane. Catturato nel 1945 dall’Armata Rossa per motivi ancora sconosciuti, egli non fece più ritorno a casa, trasformandosi nella memoria di molti in un eroico “Schindler”. “Questa tragedia ci tormenta ancora - conclude l’autore -. Eppure è giusto ricordare quest’uomo non tanto per come è morto, ma piuttosto per ciò è riuscito, volutamente o meno, a fare in vita”.
(sta)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 17:59 | |
16 marzo 2010
Cosa pensa la piazza araba (e musulmana)? Chi detesta e chi, invece, ammira?
| L’opinione della piazza araba |
| di Emmanuel Sivan |
Cosa pensa la piazza araba (e musulmana)? Chi detesta e chi, invece, ammira? Sono domande che risuonano tra noi dai giorni di Gamal Abdel Nasser fino all’oggi di Hassan Nasrallah. Ma chi parla a nome della “piazza” araba?
A causa della totale mancanza di affidabili votazioni e sondaggi dell’opinione pubblica, dei regimi autoritari e di mass-media ben ammaestrati su ciò che devono dire, non sorprende che le opinioni dell’uomo della strada siano così poco comprensibili e basate meramente su impressioni viscerali.
È su questo arido sfondo che il Global Attitudes Project del Pew Research Center ha pubblicato la scorsa settimana una ricerca condotta nei paesi musulmani. L’istituto, che ha sede a Washington, ha investito grandi sforzi in questa sua analisi delle questioni islamiche, la seconda che abbia finora condotto, prendendo in esame nazioni e popolazioni arabe in Egitto, Libano, Autorità Palestinese e arabi d’Israele, nonché in paesi musulmani non arabi come Turchia, Nigeria, Pakistan e Indonesia. In ogni paese sono state intervistate fra 1.000 e 1.200 persone, uomini e donne sopra i 18 anni, secondo una campionatura selezionata con criteri scientifici. Le interviste sono state effettuate, nella lingua madre degli intervistati, fra maggio e luglio dello scorso anno.
Ciò che colpisce innanzitutto il lettore israeliano sono i risultati circa l’atteggiamento negativo verso gli ebrei. In Egitto, Libano e Autorità Palestinese tra il 95 e il 98% degli intervistati ha opinioni negative di questo genere. Ci troviamo dunque di fronte ad una evidenza significativa delle dimensioni dell’antisemitismo arabo. Tali sentimenti di ostilità anti-ebraica risultano prevalenti anche nei paesi musulmani non arabi: riguarda tre quarti dei cittadini in Turchia, Pakistan e Indonesia, e il 60% dei musulmani in Nigeria.
Ma ciò che preoccupa di più gli intervistati è la spaccatura fra musulmani sunniti e musulmani sciiti: una frattura che, per quanto li riguarda, esiste dappertutto. La pensano così il 95% circa dei musulmani in Libano, tre quarti dei palestinesi, pressappoco il 60% di quelli in Egitto e Giordania, circa metà dei turchi e persino il 42 % degli arabi d’Israele.
A questo riguardo, il paese più diviso, oltre all’Iraq, risulta il Libano. E la frattura risulta sempre più profonda se confrontata son la ricerca condotta dal Pew Research Center due anni fa. Hezbollah gode del supporto di tutti gli sciiti e del 2% (!) dei sunniti (contro il 95% di loro che gli è ostile). Fra i cristiani, un quarto lo appoggia e gli altri lo osteggiano.
Naturalmente questo fenomeno è collegato al drammatico cambiamento nelle alleanze politiche. Se prima della guerra civile libanese (1975-1990) i sunniti erano ostili ai cristiani e tendevano a favorire l’idea di una Grande Siria, vent’anni più tardi essi sono diventati patrioti libanesi ostili alla Siria, soprattutto dopo l’assassinio nel 2005 dell’ex primo ministro Rafik Hariri. E sono sospettosi verso Hezbollah, alleato di Damasco.
Un’altra importante frattura, sebbene minore, si registra in Egitto. Nonostante il mito ufficiale dell’antica unità della nazione, metà dei musulmani egiziani guardano negativamente e con sospetto ai cristiani copti.
Ovviamente l’importanza dell’opinione pubblica nei regimi non democratici è limitata. Al massimo, delinea i confini di “ciò che è ragionevole” e come tale esercita una pressione indiretta sui governanti. Ma sulla questione di cosa i governanti considerino materia di supremo interesse, l’opinione pubblica è totalmente insignificante. Così, ad esempio, più della metà degli intervistati in Egitto e Giordania esprimono un atteggiamento positivo verso Hamas, ma questo non ha impedito al presidente Hosni Mubarak di erigere un “muro di acciaio” fra Egitto e striscia di Gaza. Né lui né re Abdullah di Giordania hanno accettato di troncare i rapporti diplomatici con Israele durante l’operazione anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009. Ciò nondimeno questa generalizzata ostilità comporta infauste conseguenze per le possibilità d’Israele di integrarsi nella regione, perlomeno con i suoi vicini più prossimi, anche dopo l’eventuale firma di un accordo di pace con Siria e Autorità Palestinese.
In conclusione, alla luce della crisi nei rapporti fra Israele e Turchia, è interessante notare che il 60% dei turchi considera negativamente il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il suo regime. Il che può essere connesso al fatto che la maggior parte dei turchi è sunnita. Ma come si può spiegare il fatto che il 70% di loro risulta ostile a Hamas e solo il 5% lo appoggia? Quello che emerge è che l’opinione pubblica araba e musulmana è divisa dal punto di vista etnico, ma unita nel suo antisemitismo.
(Da: Ha’aretz, 12.3.10)
Nella foto in alto: Sulla maglietta si legge "Hamas, Hamas, Jews to the gas".
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 15:30 | |
16 marzo 2010
Israele: ecco i gelati «come Dio comanda»
Apre a Gerusalemme «Zisele», la nuova gelateria kosher riservata a un pubblico rigorosamente religioso
nel locale ingressi separati per uomini e donne
Israele: ecco i gelati «come Dio comanda»
Apre a Gerusalemme «Zisele», la nuova gelateria kosher riservata a un pubblico rigorosamente religioso
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME (ISRAELE) - In fila per sei ore, sotto il primo sole caldo di Gerusalemme. In seimila, forse anche più. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra. Ultraortodossi, tutti. Golosi di gelato, anche. In Israele, lo sbarco negli ultimi giorni delle più famose marche internazionali (da Gap a H&M, a Ikea) non ha attirato tanto pubblico quanto «Zisele» (parola yiddish che sta per «dolcezza»), la nuova gelateria kosher riservata a pubblico rigorosamente, esclusivamente religioso. Dunque, con entrate separate. Vetrine d’angolo ad hoc: a sinistra pastrani e cappelli, a destra cuffie e gonne lunghe. E già prima dell’apertura, le file composte. Poi la folla e l’intervento della polizia, costretta a chiudere l’accesso a quel crocevia, con scene di conseguenza: donne svenute, passeggini capovolti, bambini andati persi. Il tutto, per poter avere in mano il primo gelato artigianale abbastanza kosher da soddisfare anche le richieste dei più severi tra gli ultraortodossi.
GUSTI DEL PARADISO - Siccome al palato non si comanda, spontanei i commenti: «Sono i gusti del paradiso», li ha definiti un anziano religioso. Forse c’entra il fatto che fosse tutto gratis, per il giorno dell’inaugurazione, e che in meno di due ore se ne siano andati più di 300 chili di creme. La tecnica e le macchine per fare il gelato come Dio comanda sono tutte italiane. In quattro apprendisti sono partiti da Gerusalemme, destinazione Veneto, e lì hanno imparato quel che serviva. Al rientro, non hanno fatto altro che adattare le nostrane ricette “tricolori” alle regole ferree sulla preparazione kosher, ottenendo dopo attento esame la certificazione della commissione religiosa: ingredienti separati secondo la regola, esclusione d’alimenti proibiti. Adesso, sono più di quaranta i gusti scelti secondo le preferenze dell’acquirente ultraortodosso: limone e vodka, ciliegie e cioccolato all'arancio (che è fra i più leccati). Passano anche sapori particolari: miele, cetriolo e perfino l’arak, l’aroma del liquore all’anice, tanto popolare fra i ragazzi delle scuole religiose.
CHE SUCCESSO - Yaakov Halperin, l’ideatore e imprenditore di «Zisele», prevede d’aprire altri venticinque negozi in tutto il Paese. Un investimento da 130mila euro per ciascun locale, facilmente ripianabile: «Sono sorpreso», racconta, mentre osserva quanta gente s’accalchi all'apertura del primo negozio gerosolimitano. «Sapevo che al pubblico degli ultraortodossi mancava un buon gelato, ma non immaginavo che la polizia dovesse addirittura transennare il marciapiede». Nonostante la confusione, Halperin ha chiesto al pubblico di rispettare le due entrate della rivendita: donne di qua, uomini di là. Perfino i Naturey Karta, i più estremisti fra gli ultraortodossi, quelli che non riconoscono nemmeno il laico Stato d’Israele, perfino loro non hanno voluto mancare alle degustazioni d’esordio: non senza sottolineare, con tanto d’altoparlanti, di restare in code distinte e distanti. E gli altri? Proprio in queste ore, e proprio a Gerusalemme, a centinaia sono scesi in piazza con cartelli e slogan («Qui non è Teheran!») per manifestare contro la proposta d’introdurre autobus separati per femmine e maschi, come vorrebbero gli ultraortodossi e come sembra piacere al ministro dei Trasporti. I contestatori le hanno viste, le file alla cremeria kosher. Ma nessuno s’è sentito disturbato, né s’è sognato di ridire qualcosa. Perché un gelato non è un tram: e tutti, in fondo, hanno diritto di chiamarlo desiderio.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 12:59 | |
16 marzo 2010
TERRORISMO: CENTRO WIESENTHAL, SUL WEB SEMPRE PIU' ODIO

Su Twitter, Facebook e YouTube il numero degli attacchi a sfondo razziale o di matrice terroristica e' aumentato del 20 per cento nell'ultimo anno, secondo i dati diffusi dal Centro Simon Wiesenthal contro l'intolleranza. Il Rapporto sull'odio in digitale, che ha preso in esame 11.500 siti, ha rilevato che il linguaggio carico d'odio trova sempre piu' spazio sul web e ha lanciato un appello alle forze dell'ordine e ai media, ma anche alle famiglie, perche' vigilino con maggiore attenzione .
| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 10:30 | |
16 marzo 2010
La coscienza palestinese
| La coscienza palestinese |
| Da un editoriale di Yisrael Hayom |
I palestinesi possono tranquillamente dire: ecco qua una piazza nuova, intitoliamola alla memoria della più celebrata eroina della storia del nostro popolo, la leggendaria combattente per la libertà che si oppose all’occupazione e restò uccisa nell’adempimento del suo dovere, la santa martire Dalal Mughrabi, che Iddio l’abbia in gloria. Cosa fece Dalal Mughrabi? Oh, semplicemente con i suoi camerati sequestrò un autobus e fece strage di 37 israeliani, ferendone e mutilandone un’altra settantina. Bambini? Donne? Sì, certo: sono tutti soldati dell’esercito d’occupazione (nel senso dell’esistenza stessa di Israele), erano tutti figli della morte. E i negoziati di pace? Nessuna preoccupazione: gli ebrei muoiono dalla voglia di trattare con noi, quello che facciamo non importa nulla. E che si fa in quei negoziati? Si parla. Noi ci lamentiamo continuamente degli israeliani, chiediamo ulteriori allentamenti delle restrizioni e chiediamo fondi e ancora fondi, e poi ce ne usciamo con un bel comunicato stampa in cui diciamo che gli israeliani sono intransigenti e ostinati e che non vogliono accettare nessun compromesso. Tanto è quello che già pensano in molti, nel mondo dei mass-media. Tanto questi ebrei hanno un antica abitudine: prendersi la colpa di qualunque cosa. Come ebbe a dire un regista palestinese, autore di una pièce teatrale con Dalal Mughrabi come protagonista: “'Dalal è un simbolo della Palestina, noi la consideriamo come parte della coscienza palestinese”. Parole illuminati: ecco qual è la coscienza palestinese. E tutte le sciocchezze su colloqui di pace e accordi e cooperazione e tutte le altre ciance politiche sono solo schiuma sulla superficie della nostra storia insanguinata.
(Da: Yisrael Hayom, 11.3.10)
Nella foto in alto: i resti dell’autobus della linea litoranea israeliana dopo l’attacco del commando di Dalal Mughrabi (11 marzo 1978). Sbarcato sulla spiaggia, il commando di 11 terroristi provenienti dal Libano uccise dapprima un fotografo americano, poi sequestrò un taxi uccidendone gli occupanti, quindi procedette sparando sui passanti, e sequestrò due autobus, concentrando poi tutti i passeggeri su uno solo di essi. Fermati a un posto di blocco della polizia, durante lo scontro a fuoco che ne seguì Dalal Mughrabi fece esplodere a bordo delle cariche esplosive. In tutto morirono 37 israeliani, compresi dieci bambini. I feriti e mutilati furono 71. Tre giorni dopo le Forze di Difesa israeliane lanciavano l’Operazione Litani contro le basi terroristiche nel Libano meridionale.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/3/2010 alle 7:59 | |
15 marzo 2010
Qualcuno ancora crede che la Siria rivoglia il Golan per l'agricoltura Da quando in qua si coltivano i razzi ?
panorama@mondadori.it
Riportiamo da PANORAMA n° 12 del 12/03/2010, a pag. 99, l'articolo di Pino Buongiorno dal titolo " Assad bifronte Il gioco di equilibri del 'giovane leone' ".
L'articolo di Pino Buongiorno ha un tono un po' troppo ammirato nei confronti di Bahar al Assad, il dittatore siriano.
Nel corso del pezzo vengono elencati tutti i suoi 'successi' in politica estera. Il più clamoroso è il riavvicinamento con la Turchia : " Poi ha consolidato i legami con la Turchia, un paese con il quale solo 10 anni fa era sull’orlo della guerra. Al premier Erdogan, nello scorso dicembre, il presidente siriano ha chiesto un’ulteriore mediazione, dopo quella fallita nel 2009, per arrivare a un accordo di pace con Israele. La posta in palio più importante è la restituzione delle alture di Golan, vitali per l’economia siriana, che ha bisogno di acqua e di terreni coltivabili. ". La Siria non ha mai coltivato il Golan. L'ha sempre e solo usato per bombardare Israele. Per questo motivo continua ad insistere per riaverlo e, sempre per questo motivo, è poco probabile che Israele glielo ceda.
Buongiorno ha mai fatto un giro sulle alture del Golan? Glielo consigliamo, siamo sicuri che le sue analisi sulla politica e sull'economia siriana sarebbero diverse, più veritiere.
Ecco l'articolo:

Bashar al Assad
Il Palazzo del popolo, in cima al monte Kassioun, domina tutta Damasco. La residenza ufficiale del presidente siriano è un edificio maestoso, che mette quasi soggezione. Sotto le imponenti volte intarsiate gli ospiti stranieri devono camminare su un tappeto rosso lungo 100 metri prima di essere accolti da Bashar Assad, 44 anni, al potere dal luglio 2000.
Le visite di stato si susseguono a ritmo frenetico, come in nessun’altra capitale mediorientale: dal presidente francese Nicolas Sarkozy a re Abdallah dell’Arabia Saudita, dall’alleato strategico iraniano Mahmoud Ahmadinejad al primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. Dal 18 al 20 marzo, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, potrà ammirare dalle ampie vetrate una delle più antiche città del mondo e tentare di convincere Assad che è nel suo interesse collaborare sul piano politico, su quello delle riforme democratiche, delle relazioni commerciali, del turismo e degli investimenti.
Solo 5 anni fa Bashar Assad, conosciuto anche nel mondo arabo come «il Dottore» per via della laurea in oculistica, era un paria, vilipeso e isolato dopo l’assassinio a Beirut del premier libanese Rafik Hariri che scatenò la Rivoluzione dei cedri in Libano e portò alla cacciata delle truppe di occupazione siriane. Oggi è un leader coccolato, che tutti vogliono coinvolgere perché ne riconoscono l’influenza nella turbolenta regione: in Libano, in Iraq, in Palestina, perfino nello Yemen, dove ha mediato per preservare l’unità del paese contro le spinte secessioniste della minoranza sciita, al punto da mettersi in contrasto con l’Iran.
È sicuramente un interlocutore difficile e ambiguo che, da una parte, fa timide aperture all’Occidente e, dall’altra, rafforza l’asse con il blocco radicale, Iran-Hezbollah-Hamas, tanto per aumentare la sua forza contrattuale.
Le ultime settimane hanno visto l’apoteosi del doppio gioco. Il 17 febbraio scorso, per la prima volta da anni, il Palazzo del popolo si è aperto a un esponente di rango dell’amministrazione americana. William Burns, sottosegretario di stato per gli Affari politici, accompagnato dal coordinatore dell’antiterrorismo Daniel Benjamin, ha portato tre buone notizie da Washington: l’imminente arrivo a Damasco dell’ambasciatore Usa Robert Ford, dopo cinque anni di ostracismo, il ritiro del veto politico per l’accesso della Siria all’Organizzazione mondiale del commercio e il rallentamento dell’embargo Usa sui pezzi di ricambio degli aerei della compagnia siriana. Fra le righe è stata ventilata anche la possibilità di inviare a Damasco una delegazione di imprenditori della Silicon Valley.
Secondo quanto Panorama ha accertato, queste concessioni, volute da Barack Obama nel segno di una politica meno muscolare, sono state subordinate a una serie di iniziative che Assad dovrebbe prendere nell’immediato. La prima: arrestare l’incessante flusso di guerriglieri stranieri in Iraq, nel momento in cui i soldati americani si accingono a lasciare il paese, e smantellare le reti logistiche in Siria anche per superare i dubbi del Congresso e di diversi settori del dipartimento di Stato, per nulla convinti della conversione filoccidentale del presidente siriano. La seconda: aumentare lo scambio di informazioni dei servizi segreti di Damasco con la Cia sul terrorismo.
La risposta siriana è stata interlocutoria e tattica: passi discreti sono possibili, ma occorrono anche premi immediati, senza dovere necessariamente reimpostare tutto il dialogo bilaterale. Alla fine Burns, da vero diplomatico qual è, ha riassunto a Washington il senso dei suoi colloqui con questa formula: «entusiasmo contenuto».
Anche perché, otto giorni dopo, il 25 febbraio, lo stesso Palazzo del popolo ha spalancato i battenti al «summit della resistenza»: Siria (Assad), Iran (Ahmadinejad), Hezbollah (Hassan Nasrallah) e Hamas (Khaled Meshaal) hanno discusso le questioni della sicurezza, dei rapporti interpalestinesi e del reciproco sostegno, se Israele dovesse attaccare gli impianti nucleari dell’Iran.
In questa politica da Giano bifronte il «giovane leone», com’è descritto Bashar in un bel libro dallo storico inglese David Lesch, si sta rivelando più machiavellico del padre Hafez, «il vecchio leone». Il fine, che è quello di essere il cardine dei futuri assetti politici della regione, giustifica i mezzi: tenere aperte tutte le opzioni, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, dall’Iran ai paesi vicini, Turchia e Arabia Saudita.
È una questione di sopravvivenza per lui, per la famiglia e soprattutto per il suo clan, quello degli alawiti, una setta islamica assolutamente minoritaria (7 per cento) nella Siria a maggioranza sunnita. Già questo la dice lunga su cosa significhi governare a Damasco e dintorni.
All’inizio, nel 2000, pochi scommettevano sul giovane Bashar, impegnato negli studi all’estero. Il padre aveva deciso che il suo successore sarebbe stato il primogenito Basel. Ma un incidente d’auto fece saltare le linee ereditarie prestabilite e l’inesperto Bashar varcò il palazzo presidenziale. Ci mise tempo per prenderne pieno possesso e far fuori la vecchia guardia. Solo nel luglio dello scorso anno, per esempio, è uscito di scena il potentissimo cognato Assaf Shawkat, capo dell’intelligence, fatto fuori probabilmente per il suo coinvolgimento nell’omicidio di Hariri.
Nella spietata lotta di potere ha avuto la meglio Ali Mamluk, nominato al vertice dei servizi segreti (Mukhabarat), considerato oggi l’interfaccia del presidente e il punto di raccordo fra tutte le figure chiave del governo, del parlamento, del partito Baath e del mondo degli affari. L’altro uomo forte è Mahmoud Makhluf, lo zio di Bashar, uno degli esponenti politici ed economici più in vista.
I figli, Rami e Ihab, sono i principali imprenditori del paese, attivissimi, il primo all’estero, il secondo in patria. L’altro personaggio che conta nella ristretta cerchia del presidente è la moglie Asma, una siriana nata in Gran Bretagna, che funge da voce liberal del regime.
Funambolo a casa sua, Bashar Assad sembra ancora più a suo agio negli equilibrismi internazionali. Qui, fra le priorità, c’è la precaria situazione economica a causa della disoccupazione, del deficit crescente, degli scarsi investimenti internazionali e dei tre anni di siccità. Ecco la necessità di giocare su più tavoli. Anche se non è sempre facile.
Lo dimostra il dossier nucleare. A Panorama risulta che il presidente siriano avesse deciso di imitare il modello libico del colonnello Muammar Gheddafi e ammettere l’esistenza di un progetto nucleare a scopi militari, sviluppato grazie alla Corea del Nord e all’Iran. L’autodenuncia sarebbe servita a migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e l’Europa. Non solo, poteva essere usata come arma di scambio per evitare una condanna da parte del tribunale internazionale che indaga sull’omicidio di Hariri.
Sia Ahmadinejad sia Kim Jong-il si sono opposti con tutte le forze fino a minacciare conseguenze disastrose per la Siria, se Assad avesse dato seguito ai suoi propositi. Sta di fatto che nell’ultimo rapporto, del 18 febbraio scorso, gli ispettori dell’agenzia atomica delle Nazioni Unite hanno denunciato «la mancanza di cooperazione» da parte del governo siriano e hanno sollevato seri dubbi sugli scopi civili del programma nucleare.
Un altro esempio di quanto sia irta di ostacoli la strada che porta a Damasco è la mancata firma dell’Accordo di associazione (Asa) della Siria con l’Europa, offerto da Bruxelles assieme a sostanziosi aiuti economici (130 milioni di euro). Anche in questo caso c’è lo zampino dell’Iran, che vede come una minaccia all’alleanza strategica qualsiasi tipo di cooperazione con l’Occidente. Un gruppo di economisti iraniani è stato spedito a dimostrare che l’economia siriana avrebbe patito gravi danni dalla competizione con i prodotti europei. Assad si è fatto convincere, almeno per il momento, e ha chiesto agli europei più tempo per approfondire le conseguenze di quel trattato di associazione.
Non per questo se n’è stato tranquillo a subire i diktat degli ayatollah. Quasi a voler far male all’Iran, all’improvviso ha migliorato i rapporti con l’Arabia Saudita, tanto che l’uomo di Riad in Libano, il giovane Saad Hariri, ha potuto essere nominato capo del governo a Beirut (anche se sono continuati i rifornimenti di armi a Hezbollah).
Poi ha consolidato i legami con la Turchia, un paese con il quale solo 10 anni fa era sull’orlo della guerra. Al premier Erdogan, nello scorso dicembre, il presidente siriano ha chiesto un’ulteriore mediazione, dopo quella fallita nel 2009, per arrivare a un accordo di pace con Israele. La posta in palio più importante è la restituzione delle alture di Golan, vitali per l’economia siriana, che ha bisogno di acqua e di terreni coltivabili. Ma l’oculista di Damasco è fatto così: ha la vista sempre lunga.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/3/2010 alle 22:56 | |
15 marzo 2010
La presidenza degli Stati Uniti troppo ostile ad Israele
di Yossi Dayan
Visto l’ultimo irresponsabile statement dell’amministrazione Obama in seguito all’annuncio della costruzione di 1600 appartamenti nella capitale dello stato ebraico, Israele a questo punto dovrebbe affrancarsi da un'America ostile. Per gli aerei da caccia e i missili pazienza, si troveranno altrove (non li costruiscono solo gli Usa e Israele si costruisce da sola blindati, carri e quasi tutto il resto). Per l'aiuto americano in sede Onu non è più scontato. Per gli aiuti in soldoni, contribuiscono solo per il 2 per cento all'economia israeliana, si può sopravvivere. E poi questi aiuti gli USA li elargiscono quasi in egual misura ad Egitto ed Arabia Saudita. Riguardo quindi ad un’eventuale rottura con gli USA, ovviamente Israele perderebbe il loro aiuto ma agli Stati Uniti verrebbero meno parecchie cose, una su tutte i rapporti di intelligence dei servizi israeliani molto utili a Washington per la lotta al terrorismo. Perderebbero inoltre l'unico alleato mediorientale in grado di aiutarli sul campo e anche parecchi brevetti scientifici che Israele gira agli Usa come payment per gli aiuti economici. Senza dimenticare che anche gli aiuti per le spese militari vengono reindirizzati agli americani come commesse per armi e velivoli da caccia. Il disgustoso e continuo assalto dell'amministrazione Obama a qualsiasi movimento dello stato ebraico non può continuare a rimanere impunito, soprattutto considerando che ai palestinesi non viene richiesto praticamente nessun contributo per una soluzione pacifica della questione. Senza considerare che un'eventuale ulteriore congelamento o arresto delle costruzioni in Giudea, Samaria e Gerusalemme, farebbe cadere il governo Netanyahu, con gravi conseguenze per quanto riguarda la sicurezza dello stato ebraico. Certo viene da pensare che il comportamento dell'amministrazione Obama denoti la volontà di perseguire anche questo obiettivo.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/3/2010 alle 20:31 | |
15 marzo 2010
la siniagoga di kharvah rinasce per la terza volta
lunedì verrà dedicata questa sinagoga nell'antico quartiere ebraico di Gerusalemme. Simbolo dell'ebraismo (askenazita) rifiorito nella città vecchia. Distrutta nel 1721, ricostruita nel 1864 ancora distrutta nel 1948.
Una volta c'era solo un grande arco, ma adesso c'è la costruzione nuova.
Una profezia del Gaon di Vilna, che aveva ispirato un ritorno in Israele dalla Lituania nel 1821 affermerebbe che la 3a ricostruzione di quella sinagoga sarà il segnale che potrà ricominciare la costruzione del 3° tempio!!
La cabbala potrebbe riservare delle sorprese
| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/3/2010 alle 17:59 | |
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