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9 febbraio 2010

Afghanistan: ora i fondamentalisti islamici reclutano bambini per pochi $

Sta per partire l'operazione Moshtaraq (Insieme) contro i talebani

Testata:La Stampa - Il Foglio
Autore: Francesco Semprini - La redazione del Foglio
Titolo: «Kandahar: nelle strade dei bambini terroristi - Parte l’ultima offensiva anti talebani nella Fallujah afghana»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 09/02/2010, a pag. 11, l'articolo di Francesco Semprini dal titolo "Kandahar: nelle strade dei bambini terroristi  ". Dal FOGLIO, a pag. 3, l'articolo dal titolo " Parte l’ultima offensiva anti talebani nella Fallujah afghana ".

La STAMPA - Francesco Semprini : " Kandahar: nelle strade dei bambini terroristi "

Dieci dollari per uno Ied. Tanto basta a convincere un ragazzino afghano a piazzare un ordigno sul ciglio della strada e farlo esplodere al passaggio delle truppe Isaf. E di ragazzini disposti a uccidere ce ne sono molti, specie nel Sud del Paese, nella provincia di Kandahar, dove l’influenza talebana è ancora forte e dove le truppe americane coadiuvate dai canadesi stanno concentrando i loro sforzi in vista di una massiccia offensiva.
«Alcuni giorni fa ne abbiamo catturati due, avevano dodici e quattordici anni», ci dice il maggiore Hormann, vice comandante del 1° Battaglione del 12° Reggimento Fanteria Usa, attualmente dislocato nella base di Wilson a Nord-Ovest di Kandahar. «Erano stati convinti con dieci dollari – spiega - ma a volte basta anche meno». Una cifra notevole per la gente di questo Paese che vive con circa un dollaro al giorno, ma a volte è il prezzo della loro stessa vita, o nella migliore delle ipotesi, della cattura da parte delle truppe alleate. «Li abbiamo consegnati alla polizia afghana, come prevedono gli accordi tra noi e le forze di sicurezza locali», dice Hormann. Ma spesso vengono rilasciati a causa della pressione delle popolazioni locali e l’opera di proselitismo dei taleban che accusano gli occidentali di segregare i piccoli afghani innocenti.
Gli Ied, Improvised Explosive Devices, rappresentando il rischio più grave per le truppe che operano in Afghanistan. Sono efficienti, economici e facili da realizzare, bastano alcuni tubi di metallo, una scatola di plastica e dei fili. «La guerra contro gli Ied è una partita a scacchi in cui solo uno dei due giocatori rispetta le regole», dice il Maggiore Chris Cotton, comandante della divisione artificieri della Task Force Kandahar. Nel 2009 ci sono stati settemila incidenti di Ied, tra esplosioni, disinneschi e tentate installazioni da parte di civili. «Venivano collocati soprattutto sulla superstrada nord per isolare il resto della provincia - dice Hormann - Dichiarare guerra agli Ied è stata la nostra priorità».
Con la strada minata non solo erano a rischio le vite dei soldati ma non potevano passare i convogli dei rifornimenti e morivano i civili. Negli ultimi quattro mesi dell’anno scorso 117 afghani sono stati uccisi da Ied tra cui 30 saltati in aria mentre viaggiavano a bordo di un autobus. «Questo ha creato risentimento in una parte della popolazione - prosegue il capitano - stiamo cercando di conquistare la loro fiducia con la nostra opera di bonifica». Ma vincere la diffidenza e le paure del popolo di Kandahar è impresa difficile specie nella parte occidentale della provincia ad altissima densità Pashtun, la culla del Mullah Omar.
«Se Kandahar cade, l’intero Afghanistan la segue, per questa gente è un gioiello che deve essere protetto», dice il Tenente Colonnello Reik Andersen, comandante del 1° Battaglione 12° Reggimento. A lui è stato affidata la sicurezza delle vie di accesso dal Nord-Ovest a Kandahar City, e consentire ai canadesi, con gli altri rinforzi attesi a marzo, di concentrarsi nel distretto sud-occidentale di Panjway. I suoi uomini sono di base a Wilson e si devono occupare in particolare del distretto di Zhari, per impedire ai taleban, quando in primavera scenderanno dalle montagne o rientreranno dal Pakistan, di varcare il fiume Arghandab che attraversa la provincia da Est ad Ovest ed entrare a Kandahar City.
Wilson è una base operativa che prende il nome dal soldato canadese caduto in battaglia. Oggi conta tra i 1200 e i 1400 militari tra americani, canadesi e uomini dell’Afghan National Army, rispetto ai circa duecento che c’erano prima dell’arrivo delle truppe Usa, a metà dello scorso anno. «Pochi per mantenere le posizioni e garantire la sicurezza», ci dice il capitano Duke Reim comandante della compagnia Charlie. Sono i suoi uomini che si occupano dello «strongpoint» di Pashmul uno degli avamposti di prima linea assieme a quelli di Sanjaray e Asequeh. Si tratta di presidi di frontiera dai quali partono le azioni di «striking» contro le roccaforti taleban. «Abbiamo provato ad aprire un dialogo con la popolazione ma non c’è stato nulla da fare, per loro siamo nemici invasori», dice Reim, che nei mesi passati ha perso quattro dei suoi ragazzi a Pashmul.
«In questi casi i numeri contano, i canadesi rischiavano di rimanere isolati, disporre di molti uomini è cruciale, - prosegue Reim - pochi giorni fa abbiamo avuto uno scontro di almeno quattro ore». E sembra che sia proprio Pashmul il Ground Zero della prima fase dell’offensiva Isaf nella provincia di Kandahar. Secondo fonti informate le prime manovre potrebbero avere inizio già intorno alla metà del mese, forse in contemporanea con l’operazione «Moshtarak», l’offensiva condotta da Marine ed Esercito Usa assieme ai britannici nella provincia di Helmand, in particolare nella città di Marja.
Il generale Daniel Ménard, comandante della Task Force Kandahar al quale fanno capo tutte le truppe dispiegate nella provincia, spera che i soldati sotto il suo comando, già entro l’estate, potranno pattugliare parte di Kandahar City senza giubbetto antiproiettile ed elmetto. Secondo i militari americani, molto dipenderà dalla popolazione - gran parte della quale è ancora intimidita dai taleban - e da come la resistenza risponderà all’offensiva della Nato. «Sino a quando le cose non saranno chiare - dicono – non si schiereranno né con noi né contro di noi».

Il FOGLIO - " Parte l’ultima offensiva anti talebani nella Fallujah afghana "


Talebani

E’ tutto pronto per l’operazione Moshtaraq (Insieme) che le truppe anglo-americane e afghane stanno per lanciare contro la roccaforte talebana di Marjah, nella provincia di Helmand. L’obiettivo degli alleati – che hanno concentrato quattromila soldati britannici, duemila afghani e novemila marine – è ottenere una vittoria schiacciante in una delle rare occasioni nelle quali il nemico è su posizioni fisse ben individuate. Marjah, città di ottantamila abitanti a circa 30 chilometri a sud di Lashkar Gah, è sotto il controllo dei guerriglieri da quasi due anni ed è diventata il centro principale per la produzione e la lavorazione dell’oppio. Qui il mese scorso un’incursione britannica ha distrutto alcune raffinerie e 92 tonnellate di droga. Un successo militare contro il migliaio di talebani che, secondo le stime sono schierati a Marjah (affiancati forse da altrettanti miliziani narcos) potrebbe avere l’effetto di indurre molti gruppi della galassia talebana a negoziare la pace con Kabul. In realtà i combattenti jihadisti potrebbero essere di più perché a centinaia hanno lasciato negli ultimi mesi i distretti meridionali e settentrionali di Helmand sotto la pressione delle offensive britanniche e americane. Per ridurre il rischio di perdite civili in una battaglia casa per casa che potrebbe rivelarsi simile a quella combattuta nel 2004 nella città irachena di Fallujah, il comando alleato e le autorità afghane hanno preannunciato l’offensiva. Almeno cinquemila civili sono già fuggiti a Lashkar Gah e le autorità ritengono che gli sfollati potrebbero arrivare a 50 mila, ma il preavviso ha consentito anche ai talebani di prepararsi rafforzando bunker e gallerie e piazzando trappole esplosive nelle strade e negli edifici. Gli italiani riceveranno più sostegno dagli Stati Uniti nel settore dell’intelligence e della lotta agli ordigni esplosivi improvvisati in Afghanistan. Il vertice tra il capo del Pentagono, Bob Gates, e il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha consentito di mettere a punto una maggiore collaborazione tecnica. Gli italiani riceveranno la nuova tecnologia statunitense che consente di far esplodere preventivamente molti Ied: un jammer (disturbatore elettronico) che secondo il Pentagono ha già ridotto dell’80 per cento le vittime di questi ordigni. Gli statunitensi condivideranno con gli italiani anche la preziosa “banca dati elettronica” relativa a tutte le diverse tipologie di ordigni impiegati dai guerriglieri. “Una disponibilità – ha osservato La Russa – che ha consentito di eliminare i caveat”, cioè le limitazioni all’impiego delle truppe. Dopo l’esperimento dell’estate 2009, il ministero della Difesa ha dato il via libera alla cosiddetta “mini naja” destinata ai giovani che vorranno vivere per tre settimane l’esperienza militare. Approvata il 4 febbraio dal Consiglio dei ministri, coinvolgerà nei prossimi tre anni 15 mila giovani tra i 18 e i 30 anni è sarà finanziata da un emendamento al decreto sulle missioni all’estero con 7,5 milioni l’anno. Fortemente voluta da La Russa, la “mini naja” non sembra raccogliere molti consensi tra i militari a causa dei costi. Le Forze armate sono in gravi difficoltà nel gestire addestramento e manutenzione dei mezzi: manca il carburante per navi, aerei ed elicotteri, soltanto le unità destinate alle missioni all’estero riescono a mantenere un decente standard addestrativo grazie ai finanziamenti per le operazioni oltremare, ma molti mezzi sono fuori uso per carenza di pezzi di ricambio.

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9 febbraio 2010

Spaventati da Netanyahu

Sever Plocker
La dirigenza palestinese si è finora rifiutata di avviare colloqui con il governo israeliano guidato da Netanyahu. Non si tratta di una questione marginale. Finora i palestinesi si erano impegnati in trattative con tutti i governi israeliani dagli Accordi di Olso (1993) in poi. Yasser Arafat – sì, proprio lui – ha condotto intensi negoziati con Netanyahu durante il suo primo mandato (1996-99). Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha trattato di buon grado anche con Ariel Sharon. Al contrario, da quando nell’aprile scorso Netanyahu è entrato in carica per il suo secondo mandato come primo ministro, la dirigenza palestinese non fa che tirare fuori una scusa dopo l’altra pur di evitare qualunque significativo dialogo con Israele.
La difficoltà di spiegare l’attuale posizione palestinese è arrivata fino alla Casa Bianca. Leggendo con attenzione tutta l’intervista rilasciata da Barack Obama al settimanale Time ci si rende conto che il presidente Usa ha perso la pazienza con questa condotta sfuggente dei palestinesi. I funzionari attorno a Obama hanno parlato con durezza, accusando i palestinesi di aver umiliato il presidente e di aver fatto naufragare la sua politica.
Che cosa spinge la dirigenza palestinese ad adottare un rifiuto tanto cocciuto sottraendosi all’iniziativa di una amministrazione americana che probabilmente è quella a loro più favorevole? I palestinesi non vogliono negoziare con Netanyahu perché lo percepiscono come un politico pragmatico che cerca soluzioni concrete, e questo è proprio il genere di pasticcio da cui l’attuale dirigenza palestinesi vuole tenersi lontana. Non vuole nemmeno sfiorarlo.
Ai capi palestinesi non importava trattare con l’allora primo ministro Ehud Olmert perché sapevano che non aveva un mandato politico sufficiente per concludere un accordo, e certamente non l’accordo “sullo status definitivo (per la composizione definitiva del conflitto) su cui devono concentrarsi i negoziati. A loro andavano benissimo trattative e dispute inconcludenti. Ma quando per la prima volta si è profilata la possibilità di un accordo concreto, e si sono trovati nella necessità di dare una vera risposta, hanno abbandonato i negoziati e non sono più tornati.
Sullo sfondo delle trattative con Olmert e Tzipi Livni c’era l’amministrazione Bush, quella che a tutto il mondo arabo piaceva tanto odiare, e il cui coinvolgimento poteva essere usato per spiegare ogni fallimento.
Ma con Obama e Netanyahu i negoziati rischiano di imboccare una strada diversa. Entrambi sono politici alla ricerca di risultati concreti, e che non hanno voglia di perdere tempo in battibecchi ideologici e verbali. Pertanto Netanyahu, col sostegno di Washington, offre ai palestinesi due binari paralleli. Un binario è quello che vedrà interminabili negoziati per uno accordo sullo “status definitivo” nei quali ciascuna parte presenterà la propria versione come l’unica giusta. L’altro binario del dialogo sarà quello pratico, strettamente legato alla realtà concreta, e breve: si concluderà con l’Autorità Palestinese elevata a livello di Stato, o per lo meno di “Stato in fieri”.
Ma questo è precisamente ciò che la dirigenza palestinese in Cisgiordania vuole evitare come la peste. “Non firmeremo un altro accordo ad interim con Israele – ha detto un alto esponente palestinese in una riunione a porte chiuse – Dai tempi dei colloqui di Camp David (2000) nessun accordo è stato firmato con Israele, e il governo di Abu Mazen non infrangerà l’unanimità palestinese per il rifiuto. Né vogliamo avere da Israele uno Stato in progress. Ce l’abbiamo già. Ce lo siamo preso. La situazione attuale ci va benissimo. La Palestina cresce, la situazione della sicurezza è passabile. Hamas è sotto assedio a Gaza e l’opinione pubblica globale ci sostiene e condanna l’occupazione. Non abbiamo nessuna fretta. L’orologio della demografia cammina, e l’opzione di un unico stato bi-nazionale si sta realizzando da sola. Nulla ci spinge ad entrare in trattative con un primo ministro israeliano che vuole fare sul serio, cioè che vuole risultati concreti”.
Ecco dunque l’assurdo del conflitto israelo-palestinese, nell’anno 2010. I palestinesi sono disposti ad avviare col governo Netanyahu solo negoziati generici, sapendo in anticipo che non porteranno ad alcun risultato; ma non sono disposti ad impegnarsi in trattative concrete finché esiste la possibilità che sfocino in veri risultati sul terreno. Temono una situazione in cui verrebbe chiesto loro di accettare o respingere un accordo ad interim praticabile che comprendesse lo sgombero di diversi insediamenti e il trasferimento di altre terre sotto il loro controllo. I palestinesi chiudono la porta a Netanyahu perché, da loro punto di vista, è uno statista con intenzioni troppo serie.

(Da: YnetNews, 27.1.10)

Nella foto in alto: Sever Plocker, autore di questo articolo

 




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9 febbraio 2010

Dove buttano i discorsi sullo Stato bi-nazionale

Gadi Taub
Israele fa fatica a modificare il proprio schema mentale e a disfarsi del vecchio presupposto secondo cui quello a cui puntano i nemici del sionismo è erodere a poco a poco il territorio dello stato ebraico: un tempo la chiamavamo “la tattica a fette di salame”. Ma gli avversari del sionismo hanno capito che il modo migliore per eliminare Israele è fare esattamente l’opposto: impedire la spartizione del paese in due Stati.
In passato, la natura delle forze che cercavano di prevenire la spartizione era chiara a tutto il mondo democratico: si trattava dei fan del nazionalismo arabo che si battevano per precludere agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Il quadro era chiaro: i nazionalisti si opponevano alla spartizione mentre i sostenitori della democrazia la sostenevano.
Oggi, però, sia il nazionalismo che l’antisemitismo vengono presentati sempre più spesso sotto l’apparenza di un discorso democratico.
Naturalmente la posizione dei nazionalisti arabi è rimasta la stessa. I palestinesi si opponevano alla spartizione proposta dalle Nazioni Unite (nel 1947) e vi si oppongono ancora oggi. Anche il motivo è rimasto lo stesso: vi deve essere un unico Stato fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e sarà uguale a ogni altro Stato arabo, con una minoranza di ebrei al suo interno. Viceversa la spartizione avallerebbe l’esistenza di uno Stato per gli ebrei dotato di maggioranza ebraica (che è appunto ciò che non vogliono).
La soluzione “un unico Stato” viene sempre più spesso presentata in termini di democrazia e diritti umani. Si tratta del sodalizio tra i vari Goldstone e i loro committenti: un consesso internazionale di Stati che calpestano ogni giorno i diritti umani e che nondimeno incaricano un campione dei diritti umani di descrivere Israele come il nemico dei diritti umani.
Intanto l’altra parte – un movimento razzista che abbraccia esplicitamente l’assassinio di ebrei – copre i suoi lanci di razzi contro bersagli civili dietro la facciata di quei diritti umani, nascondendo le sue rampe di lancio e i suoi missili dietro il corpo della sua stessa gente.
La non-santa alleanza fra nazionalisti arabi e paladini della democrazia sta diventando sempre più sofisticata. Faremmo meglio a prestare attenzione a questo tentativo di cancellare la distinzione fra territori occupati e Israele vero e proprio. L’opinione pubblica occidentale viene a poco a poco preparata a questo, a cominciare da quando vede nei telegiornali le immagini di posti di blocco con la scritta “Stato ebraico” e ne conclude – sbagliando – che Stato ebraico significhi apartheid.
Quest’opera di preparazione viene sostenuta anche da mass-media e da intellettuali. Non a caso gli avversari di Israele in occidente hanno smesso di parlare di occupazione, e sono passati a parlare di apartheid. Il termine occupazione presuppone una chiara distinzione fra territori che si trovano al di qua, e territori che si trovano al di là della Linea Verde armistiziale. Viceversa il termine apartheid fa riferimento alla nozione stessa di Stato ebraico, dipingendolo come uno Stato dove un popolo ne domina un altro, e riducendo la questione del territorio semplicemente alla più vistosa manifestazione di questo fenomeno. Di conseguenza, secondo questa logica, una giusta soluzione basata sull’eguaglianza non può accontentarsi di una spartizione della terra in due Stati giacché questo non farebbe che avallare la perdurante esistenza del deprecabile Stato ebraico.
Ecco perché il fantomatico stato bi-nazionale viene visto come la soluzione giusta: qualcosa di simile al Belgio e alla Svizzera, o alla soluzione che è stata imposta alla Bosnia dalla comunità internazionale (e preservata con un'occupazione internazionale). Gli israeliani che prendono in esame questo genere di proposta capiscono perfettamente quanto sia irragionevole. Uno Stato a maggioranza araba non sarà certo simile alla Svizzera. Affidare i diritti della minoranza ebraica nelle mani di una maggioranza di Hamas e di Fatah non darà vita a una democrazia liberale. Non esiste un solo Stato arabo che abbia rinunciato al suo carattere nazionale arabo e – come ha notato lo storico Alexander Yakobson – l’idea che, di tutti i popoli arabi, proprio i palestinesi siano gli unici a farlo per il bene degli “invasori sionisti” è fondamentalmente insensata.
E tuttavia non è questo ciò che la comunità internazionale ha davanti agli occhi. Il fuoco di fila di articoli e servizi che ritraggono Israele come uno stato dell’apartheid, unito al martellamento di proposte, apparentemente ragionevoli, per lo Stato bi-nazionale, stanno gradualmente creando un contesto in cui questa sembra essere la soluzione più semplice e democratica per risolvere un sanguinoso conflitto incagliato.
Se non si riuscirà a imporre al più presto ai palestinesi la spartizione del paese, la comunità internazionale potrebbe essere tentata di eliminare del tutto Israele attraverso l’“eguaglianza bi-nazionale”. Nel nome della democrazia, naturalmente.

(Da: YnetNews, 02.02.10)

Nella foto in alto: Gadi Taub, autore di questo articolo

 




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9 febbraio 2010

Un riflessione interessante...

Le barzellette e le vignette sugli ebrei sono sempre un campo minato (senza doppi sensi). Dove porre la delicata bandiera del confine tra antisionismo e antisemitismo?

In quella di Vauro qui riprodotta e mostrata nell’ultima puntata di Annozero, si prova qualcosa di più che un fastidio. Vauro non sarà uno strisciante bolscevico antisemita, però qualcosa non va. Silvio Berlusconi dice: Israele entri in Europa. Il ragazzino (presumibilmente palestinese) commenta: «Guardi che una volta entrati non se ne vanno più». Si dirà: ma è chiaro, no? C’è un carro armato con la stella di David e Vauro si riferisce ai territori occupati. Lettura legittima.

Ma c’è un’altra lettura altrettanto legittima, e cioè che la Shoah è un’esperienza troppo europea, troppo vicina nel tempo e nello spazio, per poter scherzare su questi temi: gli ebrei sono una presenza fastidiosa, dovunque vadano, che poi è il concetto alla base dell’antisemitismo del Novecento.

Vogliamo essere buoni e diciamo pure che la vignetta di Vauro non è antisemita, ma solo inopportuna e di pessimo gusto. Però ricordiamoci che in Francia il comico Dieudonné è stato cancellato per un anno dalla televisione per una vignetta rappresentante un colono israeliano che salutava con il braccio teso al grido di «Israheil». E ha rischiato anche una contestazione ufficiale per “crimini contro l’umanità”. Non sarà il solito vizietto italiano per cui a sinistra non può mai albergare antisemitismo?

 

Già, chissà perché gli ebrei dovrebbero essere sempre "erranti" e soprattutto non stare dove stanno...

 

 esperimento




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9 febbraio 2010

Storia di Shazia, 12 anni, cristiana

Ormai la prudenza non è piu’ giustificabile ( ma non deve parlare la Chiesa ma l’Europa politica!), ma l’Europa politica tranne qualche eccezione ha fatto l’Europa delle banche e non sente ancora l’urgenza di un cambio di condotta..anzi fà la guerra alla Chiesa.
Bello che invece Berlusconi ha detto in Israele che il collante dell’Europa con Israele sono le radici comuni giudaico cristiane.

Nessuno a Hollywood le dedicherà un film (che pure sarebbe da Oscar), nessuno scrittore la immortalerà in un romanzo, nessun giornale occidentale – che dedica pagine e pagine al burqa in Francia – ha sollevato clamore.

Perché i cristiani sono tornati come al tempo di san Paolo: “siamo diventati la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti”. Dunque la triste storia di Shazia Bashir, 12 anni, cristiana, non può far notizia.Come non fa notizia che proprio i cristiani siano il gruppo umano più perseguitato del pianeta. Nemmeno i credenti lo sanno e si fanno semmai bersagliare dalle accuse opposte.

L’Avvenire di Dino Boffo aveva mostrato una certa sensibilità per il dramma dei cristiani oppressi, in decine di paesi del mondo (250 milioni di cristiani ogni giorno a rischio e migliaia di vittime ogni anno): era un forte incentivo ad aprire gli occhi. Ma di recente Boffo è stato ingiustamente indotto alle dimissioni dopo un’assurda polemica.

Detto questo la storia di questa ragazzina cristiana, Shazia Bashir, non si può tacere. Oltretutto è solo la punta dell’iceberg.

L’ha fatta emergere dal silenzio, una settimana fa, l’agenzia missionaria Asianews (del Pontificio istituto missioni estere), che fa un lavoro eccezionale, ma come una voce che grida nel deserto. Ha lanciato la notizia così, dal Pakistan: “Lahore, domestica cristiana 12enne torturata e uccisa”. L’agenzia riferisce che viene accusato il padrone musulmano: “La giovane lavorava presso la famiglia di un potente avvocato della città, dove era soggetta a violenze sessuali, fisiche e psicologiche. La morte della ragazza ha scatenato le proteste della comunità cristiana, che chiede giustizia. Attivista per i diritti umani: il 99 per cento delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi”.

Vedremo se e come le autorità arriveranno a individuare e punire il o i colpevoli. Ma non ci si possono fare illusioni sulla tutela dei cristiani in un paese come il Pakistan.

L’agenzia Asianews aggiunge: “ ‘I genitori di Shazia non hanno potuto vedere la figlia’ denuncia Razia Bibi, 44 anni, zia della vittima. La 12enne è morta il 22 gennaio scorso in ospedale a causa delle ferite subite. Sohail Johnson, (attivista per i diritti umani, nda) conferma che il cadavere presentava i segni delle torture in 12 punti diversi del corpo ed è stata ricoverata ‘con la mandibola fratturata’. In un primo momento la famiglia dell’avvocato ha proposto un risarcimento di 250 dollari ai genitori per non sporgere denuncia; poi si sono dati alla fuga. La polizia li ha arrestati dietro pressioni del governo federale”.

Il giorno dopo la morte di Shazia i cristiani hanno manifestato di fronte agli uffici dell’Assemblea provinciale del Punjab. “L’associazione dei legali di Lahore, invece, si è schierata a difesa del potente avvocato musulmano. La minoranza cristiana” scrive ancora Asianews “esprime dubbi sull’indipendenza e l’efficacia delle indagini avviate dalla polizia”.

Va detto che non stiamo parlando di un paese marginale: il Pakistan ha 180 milioni di abitanti, è addirittura una potenza nucleare e si trova in una posizione geopolitica strategica, fondamentale nella lotta occidentale al terrorismo islamico.

Ma gli Stati Uniti sbagliano profondamente se si illudono di potere vincere quella guerra solo tramite la via militare, in alleanza col regime pakistano.

Anche perché il Pakistan, che dovrebbe essere un pilastro di questa lotta al terrorismo, è uno dei paesi più integralisti, quello dove è stata inventata ed è tuttora in vigore la vergognosa “legge sulla blasfemia” che dà praticamente diritto di vita o di morte sui cristiani o su chi non si riconosca nel credo coranico.

I cristiani lì sono una minoranza ridotta alla miseria, vessata in ogni modo. Le famiglia cristiane sono così povere che per sopravvivere sono costrette a mandare le figlie a lavorare già da bambine e in genere l’unico lavoro che possono fare è quello delle serve presso le ricche famiglia musulmane.

Dove però – scrive Asianews – “sono sovente vittime di abusi e violenze fisiche, sessuali e psicologiche”.

Secondo un’organizzazione per i diritti umani “in alcuni casi i loro padroni le danno in spose a domestici musulmani, obbligandole a convertirsi all’islam”. In sostanza “queste vulnerabili ragazze cristiane non godono di alcuna protezione”.

La Chiesa italiana e il Vaticano si sono spesso (anche in queste ore) pronunciati in difesa degli immigrati. Giustamente. Ma chi si occupa dei poveri cristiani di quei paesi, così poveri da non poter neanche tentare di emigrare?

Ragazzine come Shazia sono costrette a subire una vita infernale per una paga di 12 dollari al mese, a volte neanche corrisposta: perché la Chiesa, tramite le parrocchie, la Caritas o tante altre organizzazioni, non lancia una grande campagna per le “adozioni a distanza” di queste ragazzine cristiane?

Io credo che tantissimi sarebbero disposti a dare 12 dollari al mese, cioè 8 euro al mese, per salvare queste povere fanciulle da un simile inferno. La vita di una fanciulla cristiana di dodici anni vale almeno 8 euro?

Mi chiedo perché gli stessi cattolici, che nei primi secoli onoravano e veneravano le giovani cristiane martirizzate dai pagani, ignorano la sorte terribile e il martirio di tante fanciulle in molti paesi.

Nei primi secoli addirittura i padri della Chiesa scrivevano pagine immortali in onore di queste fanciulle: penso al caso di sant’Agnese, martire a 16 anni. Sant’Ambrogio, san Girolamo e san Damaso esaltarono il suo esempio, la Chiesa la venera da 1700 anni, a lei ha dedicato chiese e memorie liturgiche.

Mentre noi cristiani del XXI secolo neanche conosciamo i nomi dei martiri di oggi. Nel tempo dell’informazione planetaria globale i cattolici stessi ignorano la vastità e la crudeltà dell’odio anticristiano e delle persecuzioni nel mondo.

Così nessuno ha mai pensato di aiutare le povere famiglie cristiane di questi paesi, né di realizzare un qualche osservatorio internazionale o un’agenzia di difesa sul modello dell’ “Anti defamation league” o di Amnesty international.

Non si potrebbe sostenere di più il lavoro di associazioni come “L’Aiuto alla Chiesa che soffre”? Non si potrebbero moltiplicare gli sforzi e le organizzazioni di questo tipo?

Non  potrebbero i cattolici e il Vaticano, anche in accordo con le organizzazioni cristiane protestanti (questo sarebbe il vero ecumenismo), creare ad esempio un’équipe di avvocati specializzati con la missione di fornire assistenza legale gratuita a livello internazionale, per patrocinare le cause dei cristiani perseguitati in ogni sede giuridica, politica o amministrativa?

Sono domande che personalmente pongo da anni, con articoli, libri e conferenze. Ma non ho mai avuto il barlume di una risposta. Forse perché i molti uffici del Vaticano sono impegnati con tanti altri problemi delicati.

Ma siamo sicuri che la tragedia dei cristiani perseguitati sia una questioncella secondaria? Siamo sicuri che non si possa fare di più?

Quando leggo articoli come quello apparso ieri sul Foglio, dove Vittorio Feltri rivela che è stato “un informatore attendibile, direi insospettabile” che, riassume il Foglio, “ha spacciato per vero un documento falso sull’ex direttore di Avvenire Dino Boffo, creando il caso” e portando alle sue dimissioni, e che tutto questo è nato quando – aggiunge Feltri – “una personalità della chiesa della quale ci si deve fidare istituzionalmente mi ha contattato”, viene da chiedersi con amarezza: veramente ci sono “personalità della chiesa” che si dedicano a questo?

Si deve sperare che si faccia chiarezza assoluta. E che i cattolici dedichino le loro energie ai poveretti che, nel mondo, soffrono a causa della loro fede cristiana e aspettano aiuto.

 

Antonio Socci

 da Libero,




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9 febbraio 2010

La UE dovrebbe vigilare per il bene dei palestinesi l’utilizzo dei fondi

a: Jerusalem Post, 30.1.10)

di Matthew Sinclar

È facile per i governi occidentali fare prediche su cosa bisognerebbe fare per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Ma in quanto governo coinvolti nella elargizione di finanziamenti all’Autorità Palestinese, essi dovrebbero ammettere che anche loro hanno da render conto, ed esigere lo stesso come una sorta di ricevuta da coloro che aiutano. Una larga porzione di quei fondi finiscono infatti col supportare nei territori palestinesi l’istigazione, l’indottrinamento all’ostilità e la cultura dell’odio, cose che a loro volta gettano i semi per il prolungarsi del conflitto futuro nei decenni a venire.

Nel 2007 l’Unione Europea come tale ha donato 420 milioni di euro all’Autorità Palestinese, ma anche gli stati membri hanno singolarmente garantito ampi aiuti bilaterali indipendentemente da quelli della UE. La Germania ha provveduto 55 milioni di euro, la Francia 67 milioni, l’Italia 26,8 milioni, la Svezia 617 milioni di corone, il Regno Unito 63,6 milioni di sterline, oltre a molti altri contributi da altre nazioni. Successivamente molti paesi hanno aumentato le loro donazioni, in particolare in relazione allo sforzo di ricostruzione dopo il conflitto nella striscia di Gaza, e naturalmente anche gli Stati Uniti sono un grosso donatore.

Tutte queste donazioni generano responsabilità. Milioni di euro dei contribuenti europei contribuiscono attualmente in modo determinante a sostenere l’Autorità Palestinese. Molti di questi fondi vengono dati come supporto finanziario diretto, sottoforma di trasferimenti incondizionati all’Autorità Palestinese o pagamenti dei suoi debiti. Ciò significa che i governi occidentali stanno sorreggendo l’Autorità Palestinese e tutte le attività, buone e cattive, che l’Autorità Palestinese intraprende con il suo budget.

 

(…)

Il che è particolarmente preoccupante dal momento che una delle aree che l’Autorità Palestinese finanzia coi suoi fondi è la gestione dei mass-media ufficiali e la stampa dei libri di testo scolastici, i quali fanatizzano i palestinesi.

(…)

Questo uso grossolanamente distorto dei fondi resi disponibili dalle donazioni straniere è particolarmente allarmante alla luce della demografia della popolazioni palestinese che ha il 42% dei suoi membri sotto i 15 anni d’età. Le scelte che faranno queste giovani generazioni paleseranno il futuro della regione. Vi saranno sempre voci maligne, da Hamas al regime iraniano, che aizzano i palestinesi a continuare a combattere e che condannano qualunque compromesso come una resa da codardi. I palestinesi devono essere in grado di respingere il cattivo consiglio se si vuole dare una speranza o una possibilità a progressi duraturi. Come disse John F. Kennedy, “la pace non si fonda soltanto su carte e trattati, essa nasce nei cuori e nelle menti di ogni persona”.

I princìpi del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) dimostrano che i paesi donatori possono esercitare pressione sull’Autorità Palestinese, ma si concentrano unicamente sul comportamento dell’Autorità Palestinese al tavolo delle trattative. Si dovrebbe invece prestare più attenzione all’opera di fanatizzazione della popolazione palestinese che avviene grazie a un budget che è finanziato in larga misura dai governi occidentali.

—————————————————————————

*Nota storica:

Dopo il 1994 Israele ha ceduto all’ Autorità Palestinese ogni competenza sul sistema educativo nei territori a questa sottoposti ; questa ha firmato con l’ UNESCO un accordo che trasferiva competenze di verifica del curriculum , ed ha investito di questa responsabilità il vice presidente dell’ Università di Bir Zeit , Ibrahim Abu Lughod.

Il curriculum elaborato( e pagato dall’ Italia ) avrebbe dovuto sottolineare i valori dell’ identità nazionale palestinese nel contesto dei valori della democrazia, dei diritti umani e della pace.

Dal 1997 questo centro, non più diretto da Lughod, è sottoposto interamente alla sola giurisdizione dell’ Autorità Palestinese.

L’ Italia ha contribuito a progetti educativi attraverso i canali palestinesi del Ministero dell’ Educazione e del Ministero dell’ Educazione Superiore ( con borse di studio universitarie ed istruzione degli insegnanti palestinesi) , oltre a quelli dell’ UNESCO e della banca Mondiale.




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8 febbraio 2010

DANIEL PIPES: Caro presidente Obama, e' il momento di attaccare

Una forte maggioranza - il 57, il 52, il 58, il 61 e ancora il 61 per cento - è già favorevole all'uso della forza
 

Pezzo in lingua originale inglese: How to Save the Obama Presidency: Bomb Iran

di Daniel Pipes
 

Abitualmente non offro consigli a un presidente alla cui elezione ero contrario, che persegue degli obiettivi che temo e delle linee politiche che non condivido. Ma qui ho un'idea affinché Barack Obama salvi la sua traballante amministrazione, facendo un passo a tutela degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Se la personalità, l'identità e la celebrità di Obama incantarono nel 2008 la maggioranza dell'elettorato americano, nel 2009 queste stesse qualità si sono dimostrate inadeguate per governare. Obama non è riuscito a mantenere l'impegno per quanto riguarda il problema dell'occupazione e la riforma sanitaria, ha fallito nei tentativi di politica estera tanto piccoli (per esempio assicurarsi le Olimpiadi del 2016) quanto di vasta portata (rapporti con Cina e Giappone). L'operato del controterrorismo a malapena supera il test della risata. Questa esigua performance ha provocato un crollo senza precedenti nei sondaggi e la sconfitta in tre importanti elezioni suppletive, culminando due settimane fa in una sorprendente sconfitta senatoriale in Massachusetts. I tentativi di Obama di "resettare" la sua presidenza probabilmente falliranno se egli si concentrerà sull'economia, dove lui è solo uno degli innumerevoli attori. Obama ha bisogno di un gesto plateale per cambiare l'immagine che l'opinione pubblica ha di lui come campione dei pesi leggeri, raffazzonando ideologi, preferibilmente in un'arena dove la posta è molto alta e dove lui può battere le aspettative. Una simile opportunità esiste: Obama può dare ordini all'esercito di distruggere la capacità di produzione delle armi nucleari di Teheran. Le circostanze sono propizie. Innanzitutto le agenzie di intelligence Usa hanno ribaltato i contenuti dell'assurdo National Intelligence Estimate (NIE) del 2007, quel rapporto che asseriva con «un ampio margine di probabilità» che Teheran aveva «sospeso il suo programma di armamento nucleare». Nessuno (a parte i governanti iraniani e i loro agenti) nega che il regime si sia buttato a capofitto nella costruzione di un ampio arsenale nucleare. In secondo luogo, se i leader di Teheran dalla mentalità apocalittica avessero la Bomba, essi renderebbero il Medio Oriente ancor più instabile e pericoloso. Potrebbero utilizzare le loro armi nella regione, portando a eccidi e distruzione. E alla fine, potrebbero lanciare un attacco a impulsi elettromagnetici contro gli Stati Uniti, devastando completamente il Paese. Eliminando la minaccia iraniana, Obama protegge la patria e invia un messaggio agli amici e ai nemici degli americani.

L'impianto nucleare di Qum in una foto scattata il 26 settembre 2009 da 423 miglia nello spazio e fornita da GeoEye.
In terzo luogo, i sondaggi d'opinione mostrano un sostegno americano di lunga data per un attacco nucleare iraniano. Secondo il Los Angeles Times/Bloomberg del gennaio 2006, il 57 per cento degli americani è a favore di un intervento militare qualora Teheran perseguisse un programma in grado di permetterle la costruzione di armi nucleari. Secondo Zogby International dell'ottobre 2007, il 52 per cento dei potenziali elettori appoggia un attacco militare Usa per impedire all'Iran di costruire delle armi nucleari; il 29 per cento si oppone a una simile misura. Nel maggio 2009 viene chiesto agli intervistati da McLaughlin & Associates se siano d'accordo con «l'impiego dell'esercito [Usa] per attaccare e distruggere gli impianti in Iran che sono necessari per produrre un'arma nucleare», il 58 per cento di 600 potenziali elettori si dice a favore dell'uso della forza e il 30 per cento si dichiara contrario. Da Fox News, nel settembre 2009, viene chiesto «Sei favorevole o contrario all'impiego da parte degli Stati Uniti di un'azione militare che impedisca all'Iran di avere delle armi nucleari?» Il 61 per cento dei 900 iscritti alle liste elettorali si dice favorevole all'azione militare e il 28 per cento si dichiara contrario. Il Pew Research Center chiede nell'ottobre 2009 se è più importante «impedire all'Iran lo sviluppo di armi nucleari, pur implicando ciò l'impiego di un'azione militare» oppure «evitare un conflitto militare con l'Iran, pur implicando ciò il possibile sviluppo di armi nucleari». Il 61 per cento degli intervistati si dichiara favorevole della prima opzione e il 24 per cento mostra una preferenza per la seconda.

Non solo una forte maggioranza - il 57, il 52, il 58, il 61 e ancora il 61 per cento - è già favorevole all'uso della forza, ma dopo un attacco gli americani si stringeranno presumibilmente intorno alla bandiera, facendo salire rapidamente queste percentuali. In quarto luogo, se l'attacco americano si limitasse a distruggere gli impianti nucleari iraniani e non ad ambire a un cambio di regime, ciò richiederebbe pochi "scarponi sul terreno" e implicherebbe delle perdite piuttosto esigue, rendendo un attacco politicamente più appetibile.

Proprio come l'11 settembre ha indotto gli elettori a dimenticare i primi mesi di distrazione della presidenza di George W. Bush, un attacco contro gli impianti iraniani manderebbe l'inefficiente primo anno del mandato di Obama giù nel dimenticatoio e trasformerebbe la scena politica interna. Inoltre, un attacco accantonerebbe la riforma sanitaria, indurrebbe i repubblicani a lavorare con i democratici, farebbe protestare i netroots, provocherebbe un ripensamento negli indipendenti e farebbe andare in brodo di giuggiole i conservatori. Ma l'opportunità di fare benissimo è fugace. E dal momento che gli iraniani rafforzano le loro difese e parlano di armamenti, la finestra dell'opportunità è chiusa. Il momento di agire è adesso oppure il mondo diventerà presto un luogo molto più pericoloso.

Argomenti correlati: Iran, Politica estera statunitense





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8 febbraio 2010

Turchia, sepolta viva: aveva amici maschi

Turchia in Europa? Magari ne riparliamo più avanti.

Hurricane 53

Sepolta viva dai familiari per aver stretto amicizia con alcuni ragazzi. È l’assurda vicenda che vede protagonista una 16enne di Kahta, villaggio della provincia turca sudorientale di Adiyaman. Il cadavere della ragazza, scrive l’agenzia Anadolu, è stato ritrovato dalla polizia seduto e con le mani legate, in una buca di due metri scavata nel giardino della casa di famiglia, sotto un recinto per i polli.

La polizia ha ritrovato il corpo in seguito a una segnalazione, 40 giorni dopo la denuncia della scomparsa della ragazza. Il ritrovamento risale a dicembre, ma solo in questi giorni la scientifica ha concluso la sua autopsia, arrivando alla conclusione che la ragazza è stata seppellita viva, come proverebbero tracce di terra ritrovate sotto le sue unghie e nel suo stomaco. «Secondo i nostri esami, la ragazza, che non aveva lividi sul corpo o tracce di narcotico o veleno nel sangue, era viva e del tutto cosciente quando è stata seppellita», ha detto una fonte giudiziaria anonima.

Il Giornale

 


 




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8 febbraio 2010

Chavez ha un nuovo nemico: Twitter

La protesta contro il presidente venezuelano si diffonde in Rete, tra microblogging e social network, insomma dove la gente può trovare degli spazi. La risposta del democratico presidente: "Siete terroristi e vi fermeremo"

Hurricane 53

El gordo (il ciccione) si scruta intorno alla ricerca dei ... terroristi

Anche Hugo Chavez ha scoperto l’esistenza di Twitter. E quello che ha visto non deve essergli piaciuto molto. Da domenica, il presidente del Venezuela è l’obiettivo di una vivace campagna di protesta online, nata all’indomani della decisione di chiudere il canale televisivo RCTV Internacional. Lanciata dalle associazioni locali per la libertà di espressione e diffusasi negli ambienti universitari di Caracas, la campagna ha trovato nel mondo dei social network il terreno fertile per svilupparsi e diffondersi anche oltre i confini venezuelani.

Per Chavez, i conti con RCTV International sono aperti da parecchio tempo. Nel 2007, il presidente obbligò la stazione ribelle a interrompere le sue trasmissioni via etere e a traslocare sul cavo. Un ridimensionamento che non ha impedito al network di mantenere una posizione molto critica nei confronti dell’azione del governo. La politica di controllo dell’informazione di Chavez, soprattutto di quella “meno allineata”, non riguarda comunque solo RCTV, ma coinvolge anche le radio, i giornali e – di recente – altri canali tv via cavo accusati di non trasmettere i periodici messaggi del presidente alla nazione.

Il silenziatore imposto ai mezzi d’informazione nazionale si sta però trasformando in detonatore su Internet. Il gruppo
Chavez estas ponchao! ("Chavez sei stato eliminato!", nel gergo del baseball) su Facebook conta oggi oltre duecentomila iscritti e digitando l’hashtag #freevenezuela su Twitter si rimane inondati da una marea di informazioni, vignette, link e messaggi a favore della libertà d’espressione in Venezuela e contro il presidente. Un flusso inarrestabile, che si rinnova e ingrossa minuto dopo minuto, al quale Chavez ha deciso di opporsi a modo suo. Accusando Twitter di non essere altro che una nuova forma di terrorismo e sollecitando l’Assemblea Nazionale a varare delle leggi per il controllo del Web, come riporta il settimanale colombiano Semana.

E’ un sogno condiviso con molti altri colleghi. Per ogni dittatura che si rispetti (e non solo per le dittature), l’ecosistema dei social network sta diventando una patata sempre più bollente. In Cina il 2010 è stato inaugurato dal muscoloso braccio di ferro tra il governo di Pechino e Google, a Cuba la classe dirigente se la deve vedere con le barricate digitali messe su dai blogger, mentre a Teheran il regime di Ahmadinejad e degli ayatollah ha già imparato sulla propria pelle quanto sia difficile mettere un argine alla massa di piccole informazioni che circolano su Twitter, sui social network, su YouTube.

Irreggimentare le tv non è poi così difficile; e i giornalisti stranieri possono essere facilmente tenuti al di là delle frontiere, per impedire che ficchino il naso in affari che non li riguardano. Ben diverso è riuscire a impedire a ogni singolo cittadino di sfruttare il mix tra telefonini e reti digitali per raccogliere e far circolare notizie, messaggi e immagini di denuncia e protesta. "Il cyberspazio in Sudamerica sarà piuttosto affollato quest'anno", prevede Doug Hanchard, un esperto di high tech citato dal sito americano
FoxNews. Una prospettiva probabilmente non troppo gradita al presidente Chavez, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovamento del parlamento, in programma il 26 settembre, alle quali il Venezuela arriva nel pieno di una difficile situazione economica e sociale.

Luca Castelli La Stampa




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8 febbraio 2010

La Danimarca si sottomette al BULLISMO ISLAMISTA nelle SCUOLE o reagisce a prepotenza?

 

Copenaghen, una scuola danese, nega ai padri danesi e immigrati il diritto di partecipare alle riunioni di classe per parlare dei problemi provocati dai loro figli.

A Coopenagen sta crescendo il bullismo e la misoginia degli alunni islamici, verso gli alunni e le alunne non musulmani e dato l’insegnamento che ricevono dai padri, è loro costume picchiare tutti quelli che non si convertono, aggredendo indifferentemente maschi e femmine.

Alla riunione della scuola, sono state invitate solo le madri, perché i mariti delle donne musulmane credono che le donne non devono prendere parte a qualcosa, se vi sono altri uomini presenti,  così anche i padri danesi si sono visti negare la possibilità di partecipare alle riunioni, ma dato che le madri islamiche sono sottomesse, non hanno certo l’autorità per imporre ai figli maschi il loro comportamento, quindi non serve a nulla che la scuola parli con le madri, invitandole e offrendo loro pasticcini e dolcetti.

Questo è il vero razzismo, che discrimina tutti i genitori danesi e i genitori immigrati non islamici, minando il concetto di solidarietà e autorità fra coniugi e figli danneggiandone i principi e i rapporti.

Il preside è finito sotto inchiesta in quanto non ha assolto al suo dovere di tenere sotto controllo il bullismo, ne ha pensato di avvertire qualcuno per ciò che stava succedendo, ma si scusa sostenendo di non aver avuto scelta, poiché non è dipeso da lui scegliersi gli studenti e non è colpa sua se il bullismo ha preso il sopravvento, anche se in realtà era suo dovere prendere delle decisioni in merito, il suo comportamento irresponsabile, ha permesso che si attuasse la sharia, che recita che i figli degli islamici possono  picchiare i figli dei non islamici. Infatti i ragazzi islamici ritengono di non essere tenuti alla disciplina della cultura danese che si attua nelle scuole danesi e se si vuole parlare con loro pretendono di far diventare la scuola una moschea con divisione fra i sessi, cibo halal e soddisfare tutte le loro pretese, altrimenti i figli dei non islamici a scuola possono essere picchiati.  

Alcuni politici danesi sono sul piede di guerra, non hanno nessuna intenzione di permettere agli immigrati islamici di stabilire l’agenda e il modo con il quale realizzare riunioni a scuola, e chiaramente non concordano con le scelte del preside e dei docenti di questa scuola, che a furia di relativizzare i valori, sono entrati nella confusione mentale più totale.

Chissà se questa scuola è la stessa che ha consigliato ai genitori ebrei di portare via dalla scuola i loro figli, per la loro stessa sicurezza.  

Una beffa per i danesi che rischiano di non vedere mai più rispettati i loro diritti e questo ovviamente sarà quello che accadrà definitivamente se Geert Wilders verrà condannato, diventerà impossibile difendere i valori della democrazia occidentale, del diritto, dell’uguaglianza, perché gli islamici ritengono di essere superiori ai non islamici e saranno loro ad imporre l’educazione nelle scuole pretendendo insegnanti islamici che obbligheranno gli alunni alla sottomissione all’islam attraverso la paura, cosa che con i bambini è facilissimo fare, creando proselitismo.

Il bullismo però è stato documentato anche sulle ragazze islamiche, che maltrattano e picchiano le ragazze danesi, chiamandole puttane infedeli, in quanto non portano il velo e mettono in mostra i loro bei capelli biondi, proprio come accade anche in Germania.

Questo regime che avanza è barbaro, cancella secoli di civiltà, ci riporta alla legge della  jungla, dove il più forte, vince sul più debole e non c’è legge che protegga il più debole, destinato a soccombere alle prepotenze del più forte e in questo caso, visto che la legge viene usata per difendere soltanto i diritti dei musulmani, ma lega le mani ai danesi, essi sono obbligati a diventare più deboli e se non vogliono soccombere si debbono convertire all’islam.    

Se questo è il futuro dell’Europa politicamente corretta, siamo nella merda.

Adriana Bolchini

 




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8 febbraio 2010

Tra Cina e Iran, Obama manifesta tutti i sintomi della "sindrome Carter"


 

 

Obama affetto dalla sindrome di Carter ...

L’amministrazione Obama mostra sempre più sintomi della  “sindrome Carter”, la pericolosissima patologia politica che colpì gli Usa tra il 1977 e il 1981 con risultati disastrosi: una presidenza affetta da enfasi retorica, mancanza di raccordo con la realtà, segnali contraddittori, sbandieramento pleonastico del tema dei diritti umani. Risultato finale: un clamoroso declino della potenza americana (che nel 1980 aveva perso Iran e Afghanistan, aveva spinto Nuova Dehli ancor più nelle braccia dell’Urss e aveva lasciato tutta l’Africa in balìa dei miliziani di Fidel Castro in Etiopia, Mozambico, Angola e persino Zaire).

L’ultimo episodio della patologia è di questi giorni: qualcuno infatti –presumibilmente Obama in persona- ha infatti deciso di tirare tre calci nei denti alla Repubblica Popolare di Cina. Prima una fornitura di armi a Taiwan, quindi un attacco frontale alla politica commerciale cinese da parte di Obama in persona che ha promesso una politica commerciale più severa nei confronti di Pechino, accusandola di mantenere tasso di cambio dello yuan a un livello ''non realistico di svalutazione rispetto al dollaro, con il risultato di gonfiare artificialmente il prezzo delle merci americane sul mercato cinese, riducendo altrettanto artificialmente il prezzo dei prodotti cinesi su quello americano e non solo”; e per concludere l’invito ufficiale al Dalai Lama alla Casa Bianca.

Il disastro è che mentre la prima e la seconda mossa  rispondono comunque ad una logica politica –sia pure discutibile – la terza è palesemente frutto di annebbiamento mentale. In questo momento, infatti, tutto il poco prestigio che Obama riscuote in un campo internazionale da cui si è clamorosamente ritirato dopo aver urlato a tutto il mondo per i primi sei mesi del suo mandato che “iniziava una nuova era”, è legato alla riuscita di un accordo con Russia e Cina sulle sanzioni all’Iran. Passaggio centrale della crisi mediorientale, determinante per l’approvvigionamento energetico, con effetto domino sulla crisi israelo-palestinese, in cui Washington si gioca peraltro i rapporti con i suoi alleati arabi, ferocemente anti-iraniani: Egitto, Arabia Saudita, Emirati del Golfo Giordania e Marocco.

Questo, in una fase in cui Obama stesso viene dileggiato dai giornali israeliani che più slegatamente avevano tifato per lui, con un Haaretz che ha definito l’emissario personale di Obama in Medio Oriente Mitchell: “Un canguro che se ne salta con una grande borsa vuota da una capitale all’altra, senza alcuna proposta da fare”. Mentre Beshir al Assad, dittatore siriano, si diverte addirittura a dileggiare il presidente Usa: “Non abbiamo ancora ricevuto dall’amministrazione Obama una chiara idea di  quello che veramente vogliono che succeda in Medio Oriente”.

Per tornare al Dalai Lama, è chiaro poteva e doveva essere invitato da Obama un minuto dopo l’accordo all’Onu –quindi con la Cina – sulle sanzioni contro Teheran, invece Obama ha deciso di irritare con una mossa assolutamente non urgente, proprio nella fase saliente della trattativa, ottenendo la scontata, disastrosa, risposta di Pechino che manovra con perizia l’arma del veto. Da Parigi, infatti, il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi ha annunciato che la Cina in questo momento non solo non intende trattare sulle sanzioni, ma ritiene addirittura che non se ne debba assolutamente neanche parlare: “Parlare di sanzioni, in questo momento, complicherà la situazione. La questione nucleare iraniana deve essere risolta attraverso un processo diplomatico. Le cose continuano a muoversi e pensiamo che sia molto importante concentrarsi sul processo diplomatico, attraverso il dialogo e la consultazione. Non penso che gli iraniani abbiano completamente chiuso le porte alla proposta di fornitura di combustibile nucleare per il reattore di ricerca di Teheran. Faremo del nostro meglio per vedere come rilanciare i negoziati nel più breve tempo possibile”.

Ahmadinejad ha così trovato in Pechino la sponda di cui aveva assolutamente bisogno per rilanciare per l’ennesima volta un negoziato palesemente morto e continuare così indisturbato i propri programmi nucleari. La “nuova” proposta negoziale che Teheran ha infatti avanzato è palesemente una presa in giro, perché pretende che la consegna di uranio arricchito all’estero per proseguire nel processo, avvenga solo contestualmente alla fornitura di pari quantità di uranio all’Iran. Il tutto, nella evidente intenzione dell’Iran di continuare indisturbato a arricchire uranio, senza nessun controllo esterno. Sia gli Usa che la Francia che l’Inghilterra, che Ue, che la stessa Russia  l’hanno infatti seccamente rigettata. Ma non Pechino, come s’è visto, che ora impone un nuovo, inutile e quasi umiliante round negoziale.

Peggio ancora, la decisione di Obama di ricevere il Dalai Lama, ha senso solo in un quadro complessivo che veda gli Usa – e questa presidenza – lavorare strategicamente su questo terreno “à tout azimut”, nei confronti di tutto il pianeta. Ma non c’è il minimo riscontro di iniziative americane o obamiane né verso lo stesso Iran, né verso il Darfour o altre situazioni di crisi. Di nuovo, un pessimo “dejà vu” della presidenza Carter che agitò i diritti umani per indebolire il regime dello Scià, senza sapere minimamente gestire la crisi del suo regime, con l’esito disastroso che è sotto gli occhi di tutti.

Questo di Obama è dunque il secondo errore dilettantesco sui tempi da lui commesso a proposito della ormai minacciosa crisi iraniana. Anche uno consigliere d’ambasciata alle prime armi avrebbe infatti compreso che lo “storico” discorso del Cairo all’Islam, in cui offriva credito alla dirigenza iraniana, avrebbe dovuto essere pronunciato non il 4 giugno, ma anche solo dopo pochi giorni, dopo, non prima, delle elezioni presidenziali iraniane del 12 giugno che hanno così clamorosamente smentito tutto l’impianto di quella dichiarazione.

Il tutto, nelle costante riproposizione di uno schema di comportamento tipico delle presidenze democratiche in cui l’ideologia programmatica (a partire dai pur fondamentali 14 punti di Wilson del 1917), non trovava un raccordo concreto con la realtà delle crisi, concorrendo a  produrre risultati esiziali (allora, il Trattato di Versailles che incubò la Seconda guerra mondiale).

Carlo Panella

 


 




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8 febbraio 2010

Perché l'Iran attacca il Cav.

Inserire i pasdaran sulla lista nera. Da lì passa la pace in medio oriente e a Teheran

Pasdaran

La compagnia radiolevisiva di Stato iraniana ha attaccato Silvio Berlusconi per l'intervento alla Knesset, accusando il presidente del Consiglio di aver "completato tutta la serie di servigi fatta ai padroni israeliani". Sul sito in italiano dell'emittente, si legge che "dopo aver sparato dichiarazioni decisamente discutibili sull'Iran, Berlusconi è arrivato a dire che la guerra contro Gaza fu giusta, calpestando cosi' i cadaveri di 1400 civili palestinesi uccisi l'anno scorso da Israele durante tre settimane di folli bombardamenti". Sul sito si afferma che "prima e durante la visita in Israele", Berlusconi "ha rivolto all'Iran tutte le accuse possibili, a cominciare da quella di voler sviluppare armi nucleari". E davanti al Parlamento israeliano, aggiunge, il premier "si è davvero superato definendo 'esempio di democrazia e liberta'' il regime israeliano, nato con la forza bruta sulla terra altrui e che si è macchiato dei crimini più orrendi e che da 3 anni ha assediato e murato un milione e mezzo di persone a Gaza". (Agi)

Silvio Berlusconi ha lasciato più di una porta aperta alla clamorosa richiesta avanzatagli formalmente dal ministro degli Esteri di Israele Avigdor Lieberman di inserire i pasdaran iraniani nella lista delle organizzazioni terroristiche: “E’ una decisione che bisogna prendere a livello europeo e comunque serve una istruttoria approfondita. Stiamo riflettendo su misure individuali che, se adottate da Onu o Ue, potrebbero limitare la circolazione e la concessione di visti ai componenti di quella organizzazione”. Il rimando al contesto Ue – ben più probabile di quello Onu – è d’obbligo e segnala le ragioni per cui Israele ha scelto proprio il premier italiano per avanzare questa richiesta. Fu infatti Franco Frattini a ottenere nel secondo semestre del 2003, sotto presidenza dell’Ue di Silvio Berlusconi, che Hamas fosse inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell’Ue. Un risultato insperato, che ha poi segnato positivamente le relazioni tra l’Europa e Hamas, bloccando tutti i tentativi di legittimare in pieno, e di finanziare, il governo jihadista di Ismail Haniyeh a Gaza (a scapito peraltro della periclitante Anp di Abu Mazen).

Se l’Italia, come è auspicabile, si farà portatrice in tutte le sedi internazionali di questa iniziativa, la forza politica di pressione delle sanzioni internazionali su Teheran prenderebbe tutt’altra piega. Innanzitutto perché centrerebbe in pieno un risultato urgente e coprirebbe una straordinaria mancanza: colpire i pasdaran significa infatti schierarsi in toto a fianco del movimento dell’Onda Verde e della prospettiva di regime change che questo persegue. Questo, sfuggendo peraltro al rischio di una “indebita ingerenza” di dichiarazioni di solidarietà agli oppositori che potrebbero rischiare di essere usate da Ahmadinejad e Khamenei per accreditare la tesi di manifestanti eterodiretti da Israele e Stati Uniti. Sono i pasdaran a dirigere la repressione nelle strade iraniane; sono i pasdaran a chiedere e ottenere le forche per gli arrestati. Sono i pasdaran infine, a fondere in un tutto unico una componente militare di base (sono volontari) e il “clero combattente”, quella parte della gerarchia religiosa che pratica il jihad. Certo, i pasdaran sono una struttura ufficiale delle forze armate iraniane e non è facile – per le inerziali cancellerie mondiali – compiere questo passo, dalle evidenti conseguenze dirompenti. Ma è proprio la loro storia a offrire tutte le motivazioni, anche formali, per compierlo.

Un fatto per tutti: l’attuale ministro della Difesa di Teheran, Ahmad Vahidi, è stato comandante della “Forza al Qods”, l’unità responsabile delle operazioni estere che è oggi inseguito da mandato di cattura internazionale Interpol, quale mandante dell’attentato al centro ebraico di Buenos Aires del 18 luglio 1994, in cui furono sterminati 85 ebrei. Ancora, la Forza al Qods è al centro di molte operazioni terroristiche in medio oriente, dall’invio delle armi sequestrate sulla Karine A verso la Palestina nel gennaio 2002, all’attuale armamento di Hezbollah in Libano, agli innumerevoli attentati portati a segno in Libano dal 1983 al 2008 da Imad Mughnyeh (ucciso in un attentato a Damasco), comandante operativo all’estero della “Forza al Qods”.
 Ma oltre al palese schieramento a fianco dei manifestanti massacrati dai pasdaran nelle strade iraniane, oltre al riconoscimento del dato di fatto indiscutibile delle loro attività terroristiche all’estero, questa decisione avrebbe un impatto immediato proprio sullo sviluppo del programma nucleare e del programma missilistico.

Tutte le strutture industriali e militari nucleari e balistiche iraniane infatti, non sono solo sotto il controllo operativo dei Pasdaran, ma in larga parte sono da loro controllate anche dal punto di vista azionario attraverso le Boyand, le Fondazioni che a loro fanno riferimento che hanno profittato delle privatizzazioni per incamerare le industrie e più alta tecnologia (i pasdaran controllano il 51 per cento della Azienda di telecomunicazioni). Seguendo infatti il modello dello stato nazista che intrecciava i corpi militari d’élite con il controllo azionario di larga parte dell’industria bellica (Konzern H. Goering Werke e WVHA delle Ss). Inserire i pasdaran nella lista delle organizzazioni terroriste sarebbe quindi un deterrente eccezionale per tutte le tante aziende, anche italiane- che aggirano con facilità con triangolazioni (ad esempio col Venezuela e la Bolivia alleate di Teheran), fornendo all’Iran materiale destinato ai programmi militari.

Leggi Il discorso di Berlusconi alla Knesset - Guarda il video - Leggi qui "Nessuna opzione esclusa con l'Iran", la frase che il Cav. avrebbe dovuto pronunciare - Leggi Il Cav, la knesset, le barzellette dal blog Cerazade

Carlo Panella Il Foglio




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8 febbraio 2010

Se la pura verità è fuori moda

 

Yair Lapid

Dopo aver a lungo rinviato, di recente ho finalmente guardato il film di Alan Dershowitz “The Case for Israel” (La causa a favore di Israele). Il celebre avvocato americano apre il film dichiarando di essere sia pro-Israele che pro-palestinese, e di sostenere la soluzione a due stati, ma…
Dershowitz non è né un filosofo né un cineasta. Non è nemmeno di destra. Ci siamo abituati all’idea che la causa di Israele venga difesa solo da membri della destra, e invece Dershowitz sostiene Israele proprio perché è un professore di legge di sinistra, presso l’Università di Harvard dove si occupa di diritti umani.
Con che coraggio definiscono Israele uno stato da apartheid? si domanda con genuino stupore. La società araba è marchiata dall’apartheid ai danni delle donne, degli omosessuali, dei cristiani, degli ebrei e della democrazia. I gay vengono impiccati in Arabia Saudita, in Sudan è in corso un genocidio, un po’ in tutto il mondo arabo delle donne vengono uccise per non aver indossato il velo giusto o per essersi innamorate dell’uomo sbagliato. Eppure, nonostante tutto questo, le ultime otto risoluzioni delle Nazioni Unite riguardanti i diritti umani si occupano tutte, guarda caso, di Israele: l’unico stato in tutta la regione dove le minoranze hanno diritto di voto, un paese nel cui parlamento siedono deputati arabi praticamente dal suo primo giorno.
Davvero alla sinistra mondiale, e alla sinistra israeliana, importa così poco del terrificante regime dei talebani, della orrenda repressione delle donne negli stati del Golfo, delle kermesse di impiccagioni di massa organizzate in Iran?
Davvero non è capace di vedere che tutti i posti di blocco in Cisgiordania, che indubbiamente causano continue sofferenze umane, verrebbero smantellati nel giro di ventiquattr’ore se solo i palestinesi fossero abbastanza cortesi da smetterla di cercare di ammazzare gli ebrei?
E com’è che si parla sempre e solo dei 750mila profughi palestinesi, dimenticandosi regolarmente degli 800mila profughi ebrei buttati fuori dai paesi arabi?
Come mai nessuno ricorda che i palestinesi hanno già avuto come minimo quattro occasioni concrete di istituire il loro stato, e che ogni volta hanno preferito tornare al terrorismo?
E chi è che ha il coraggio di definire “muro dell’apartheid” la barriera di sicurezza trascurando il fatto che venne eretta, in conformità al diritto internazionale, solo dopo che più di mille israeliani erano stati assassinati in meno di tre anni di attentati e stragi?
Guardando il film di Dershowitz, anziché felicitarmi per l’opera ben fatta mi sono sentito un po’ stupido. In fondo anch’io, come qualunque altro israeliano, conosco perfettamente tutti questi dati di fatto, e dunque com’è che siamo sempre sulla difensiva, sempre lì a giustificarci e a discolparci, sempre perdenti nella battaglia per l’opinione pubblica globale?
È vero, naturalmente, che milioni di petrodollari vengono impiegati per alimentare la propaganda anti-israeliana. Ma come diavolo siamo riusciti ad arrivare al punto che la verità – la pura e semplice verità fattuale – è diventata fuori moda?

(Da: YnetNews, 1.02.10)

Nella foto in alto: Yair Lapid, autore di questo articolo

Si veda (in inglese):
The Case Against Goldstone Report: Study in Evidentiary Bias
By Alan Dershowitz
The full text of Alan Dershowitz's highly detailed rebuttal of the Gaza war report.
http://www.jpost.com/Israel/Article.aspx?id=167379




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7 febbraio 2010

a proposito di Berlusconi (e quindi dell’Italia) servo di Israele…

così è stato chiamato il nostro Presidente del Consiglio sul sito internet della radiotelevisione di Stato iraniana (Irib) e la replica del Ministro degli esteri Franco Frattini non si è fatta attendere: «Noi siamo al servigio dei nostri valori e dei nostri ideali. Questi dicono che l’Olocausto è stata la più grande tragedia dell’umanità”

Ma io dico di soffermarci sulla sostanza della protesta iraniana:

Il Medio Oriente comprende 7 sui 19 regimi più repressivi al mondo È anche la culla della Jihad (guerra santa), una ideologia di dominazione del mondo. La metà dei principali  gruppi del mondo del  terrore  sono arabi e iraniani e 5 su 7 degli stati,  sponsor del terrorismo nel mondo,  sono arabi e iraniani.

Eppure la dittatura iraniana vuol darci lezioni di democrazia…

Nella propaganda dittatori arabi e iraniani ‘non c’è quasi nessun problema che non è causato da l’esistenza di Israele, unica democrazia del Medio Oriente. La maggior parte degli Stati arabi e musulmani non riconoscono il diritto di Israele ad esistere.

Eppure i soli arabi  e musulmani liberi  nel Medio Oriente vivono in Israele. Il governo israeliano è l’unico in Medio Oriente che è eletto dai cittadini liberi – compresi gli arabi ei musulmani.

A chi noi diamo i nostri “servigi”? Ad Israele? Dà fastidio che ci sentiamo piu’ vicini allo Stato di Israele che non ad un paese come l’Iran?

Ma come potrebbe essere diversamente? Israele è un paese libero occidentale, che riconosce i diritti individuali dei suoi cittadini (come il loro diritto alla libertà e la libertà di parola). Esso utilizza la forza militare solo per autodifesa. I nemici di Israele, al contrario, sponsorizzano le organizzazioni terroristiche e le dittature. Essi non riconoscono i diritti individuali dei loro sudditi e delle minorante religiose.

Usano  ogni mezzo per mantenere  ed espandere  il loro potere.

Le realizzazioni di Israele in qualsiasi campo sono enormi e non hanno alcun parallelo in qualsiasi altro paese di dimensioni paragonabili o di età. Essi sono stati raggiunti nonostante e durante una incessante e continua minaccia di violenza, nonostante la guerra, il terrore e la delegittimazione che potrebbero aver sconfitto ogni popolo minuto. In quasi ogni campo – lo sviluppo economico, tecnologico, l’integrazione degli immigrati e il mantenimento della democrazia – Israele dovrebbe oggi essere annunciata a livello internazionale come un modello  da emulare.

Soprattutto, Israele ha perseguito la pace. In soli 10 anni ha fatto un salto qualitativo per il quale sarebbe difficile trovare un precedente nel passato dei paesi europei .

Il processo “di pace”, il cui motto principale è “territori per la pace”, implica un paradosso in base al quale una democrazia minuscola è costretta a fornire ai propri nemici totalitari – decine di volte le sue dimensioni – l’unica cosa che gli manca: territorio.

In cambio, alle tirannie circostanti è stato chiesto di fornire la sola e unica cosa che gli manca: la pace.

Chi  ha offerto ai palestinesi  un futuro vero? Egitto?  Giordania? Siria? Libano? Gli Stati del Golfo? Se diamo solo una rapida occhiata alla storia del Medio Oriente ci  rendiamo i conto che per la maggior parte, le dittature vicine hanno sfruttato i palestinesi per i propri fini ideologici indifferenti alle conseguenze.  Israele, da solo in Medio Oriente, ha cercato di costruire, con e per i palestinesi, un futuro sostenibile e pacifico.

Lo sfruttamento dei palestinesi da parte dei paesi arabi è testimoniato ad esempio, dal fatto che ancora oggi ci sono i campi profughi, (nonostante milioni e milioni di euro a pioggia donati ad Arafat ed ai suoi successori) perchè non dare loro una migliore sistemazione se non per tenere eternamente aperto il problema e covare il rancore?

E che modello di pace mostrano nei loro paesi i paesi arabi a cominciare dall’Iran? Il disprezzo per la libertà della propria gente , il disprezzo per le minoranze.

Non accettiamo quindi lezioni da quel “pulpito”. L’impudenza è tanta!

http://komunistelli.oknotizie.virgilio.it/go.php?us=31654098fc80305f




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7 febbraio 2010

Mo:Shalit spostato in altro nascondiglio

Fonta Hamas, portato in luogo piu' sicuro striscia di Gaza

Ghilad Shalit, il soldato israeliano prigioniero dal 2006 e' stato spostato in un nuovo nascondiglio piu' sicuro nella striscia di Gaza. Lo scrive il settimanale cairota El Arabi citando un alto responsabile del movimento Hamas. 'La persona responsabile della guardia e della protezione di Shalit ha deciso di spostarlo recentemente in un luogo piu' sicuro - precisa - nessuno dei dirigenti di Hamas, compreso il primo ministro, conosce il nuovo nascondiglio '.
 




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7 febbraio 2010

E il mondo dorme...

L'Iran puo' arricchire uranio con laser

Teheran e' in grado di utilizzare la tecnica laser per l'arricchimento dell'uranio. Lo ha affermato il presidente iraniano Ahmadinejad.Grazie ad essa, ha sottolineato Ahmadinejad, l'Iran puo' produrre uranio arricchito 'a qualsiasi percentuale'. Quindi anche oltre il 90%, necessario per costruire armi atomiche. 'Ma per il momento non utilizzeremo questa tecnica', ha aggiunto il presidente, in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato.
 




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7 febbraio 2010

Lazio, Golasa rinuncia al trasferimento

 

Il centrocampista Eyal Golasa (18 anni) ha rinunciato al trasferimento alla Lazio e ha confermato che resterà nelle fila del Maccabi Haifa. Lo afferma un comunicato emesso dalla squadra di calcio israeliana. Ieri Golasa è rientrato dall'Italia in Israele e oggi ha avuto un incontro di chiarimento a Tel Aviv negli uffici del consigliere legale del Maccabi Haifa. «Eyal si è scusato, e le sue scuse sono state accolte» sostiene il comunicato del Maccabi Haifa pubblicato al termine dell'incontro. «Il contratto fra di noi resta infatti vincolante. Lui ha compreso di essere stato tratto in errore dai suoi consiglieri, che lo hanno indotto a comportarsi così come ha fatto» ossia a firmare a Roma un contratto di ingaggio nella Lazio per quattro stagioni e mezzo. Il Maccabi Haifa precisa quindi che anche nelle prossime stagioni Golasa giocherà nelle proprie fila. Da parte sua Golasa non ha finora rilasciato alcuna dichiarazione alla stampa.

LA RISPOSTA - La Lazio non molla la presa sull'israeliano Eyal Golasa e si prepara a far valere legalmente i suoi diritti sul giocatore, nel caso questi decida di non fare ritorno nella capitale e di continuare a giocare nel Maccabi Haifa. È quanto si apprende da ambienti della società biancoceleste. Dopo il comunicato ufficiale del club israeliano che ha annunciato che il 18enne centrocampista, dopo essersi scusato, «ha deciso di restare al Maccabi e di rinunciare al trasferimento alla Lazio», la società del presidente Lotito fa sapere che «c'è un contratto regolarmente depositato in Lega Calcio» (4 anni e mezzo), e che ora aspetterà fino a domenica sera il ritorno di Golasa. Se poi il giocatore non dovesse tornare a Formello, la Lazio si muoverà per tutelare il contratto sottoscritto con l'israeliano.

 




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7 febbraio 2010

HATIKVA Inno nazionale dello stato di Israele


Ecco il testo e la storia dell'inno che si sente in questo blog

Naftali Herz Imber [1882]

 

Transliteration  
Kol od balevav p'nimah
Nefesh Yehudi homiyah
Ulfa'atey mizrach kadimah
Ayin l'tzion tzofiyah
Od lo avdah tikvatenu
Hatikvah bat shnot alpayim
L'hiyot am chofshi b'artzenu
Eretz Tzion v'Yerushalayim


 

Hatikva - English Lyrics

As long as deep in the heart,
The soul of a Jew yearns,
And forward to the East
To Zion, an eye looks
Our hope will not be lost,
The hope of two thousand years,
To be a free nation in our land,
The land of Zion and Jerusalem.


Hatikva -Italiano
Finché dentro il cuore, in profondità,                                       
l'Anima Ebrea ci sussurrerà
e alle porte d'Est, là dove sorge il sol
un occhio guarda al monte di Sion,
non è persa la Speranza,
speranza già bimillenne,
d'esser un popol libero in terra
di Sion, Gerusalemme.

 

 

 

 

 

 

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Sound

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Electronic

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Hatikva2

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Electronic

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Midi

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Hatikva choral

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Chorus

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Hatikva-Streisand

MP3

Barbra Streisand

428,118

 

Il titolo dell'inno nationale israeliano, non riconosciuto ufficialmente, Hatikvah, significa "La Speranza". Il testo fu scritto da Naftali Herz Imber (1856-1909), un immigrato Galiziano che si trasferì in palestina nel 1882. La melodia fu adattata da Samuel Cohen, un immigrato moldavo, forse sulla base del tema musicale della "Moldava" di Smetana o su un canto popolare scandinavo.

Hatikva esprime la speranza del popolo ebraico, di tornare un giorno nella terra dei loro avi come profetizzato nella Bibbia. Il popolo ebraico fu esiliato da Israele nel 70 d.C. dall'esercito romano, guidato da Tito, che distrusse la città ed il Tempio di Gerusalemme; durante i due millenni di esilio, il popolo ebraico pregava in modo speciale ogni giorno per il ritorno in Israele, rivolgendosi ad est nella direzione di Gerusalemme. Il monte Sion rappresenta Israele e Gerusalemme.

 

 




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7 febbraio 2010

l’odio piu’ antico

antisemitismo-antisionismo, un odio antico con radici anche cattoliche

antisemitismo-antisionismo, un odio antico con radici anche cattoliche

Un rapporto sull’antisemitismo informa che  in Europa  gli incidenti antisemiti sono arrivati al livello  di quelli precedenti la 2WW, L’Agenzia Ebraica  porta i numeri che a scriverli sanno di freddo e matematico ma  dietro a quei numeri ci sono delle persone che hanno sofferto,. hanno avuto paura.
Dietro a quei freddi numeri vi sono  ebrei che, mentre venivano minacciati dagli antisemiti moderni, pensavano a quei SEI MILIONI, un numero immenso che a dirlo fa paura ma che a pensarlo lascia senza fiato. 

Provate a dire Sei Milioni e pensate che Sei Milioni significa persone che sono state portate via dalle loro case, che  sono state torturate, che hanno visto ammazzare i loro bambini, che hanno visto  ammazzare i loro genitori, sono stati gettati vivi in fosse comuni, sono morti urlando mentre il gas usciva dalle docce, sono stati uccisi a pochi giorni di vita infilzati nelle baionette tedesche, sono stati dati in pasto ai cani dopo essere stati tirati fuori dalle pance delle loro povere madri rantolanti nel loro stesso sangue. Sono stati  cuciti insieme mentre urlavano senza voce perche’ gli avevano tagliato le corde vocali.

Tutto questo e molto altro rappresenta quel SEI MILIONI.

La cosa tremenda e’ che tutto questo e’ accaduto senza un motivo: semplicemnte perche’ i Sei Milioni erano ebrei e avevano nomi ebraici, si chiamavano Sarah, Rivka, David.
Queste sono state le ragioni che hanno portato alla distruzione degli ebrei europei.
Pensare che  dopo tutto questo, ancora oggi esistono dei criminali  che paragonano  la Shoa’ alla guerra combattuta a Gaza fa quasi svenire di rabbia.
Esistono questi criminali e  sono come tutti noi, lavorano, ridono,  vanno in macchina, giocano a carte, amano i loro figli. Sembrano gente comune  solo  che hanno la lebbra nel cuore e nell’anima.  Sono malati, avvelenati , odiano sempre gli ebrei ma oggi sono gli ebrei di Israele l’oggetto del loro odio maledetto.  

Illan Halimi rapito, torturato e assassinato in Francia e Daniel Pearl in Pakistan

Illan Halimi rapito, torturato e assassinato in Francia e Daniel Pearl in Pakistan

 Nella prima meta’ del 2009 in Francia  ci sono stati 631 incidenti antisemiti, 600 in Inghilterra. In Olanda abbiamo avuto centinaia di manifestazioni di odio antiebraico.

In Ukraina, in Ungheria, in Romania, in tutti i paesi dell’ex URSS e in tutti i paesi dell’Europa . 

In Ukraina  addirittura e’ stato usato l’antisemitismo per fare campagna elettorale dicendo che  25.000 bambini ukraini sono stati portati  in Israele per fare il prelievo di organi….gli ebrei succhiano il sangue dei bambini cristiani…ve lo ricordate? Gli ebrei usano il sangue dei bambini cristiani per fare le mazot.

Per centinaia d’anni ci hanno uccisi con questa accusa e se oggi non avessimo Israele e il nostro esercito, ricomincerebbero ad ammazzarci.
Esiste un Youtube americano  che  racconta che gli  israeliani a Haiti hanno fatto commercio di organi. 
Pare un incubo vero? Tutto questo odio non ha niente di umano, e’ diabolico. e’ spaventoso, e’ sporco, laido, ripugnante eppure fa tanti proseliti.
Israele e’ il paese che ha fatto il lavoro migliore a Haiti,  a detta di tutti i testimoni.
Gli altri paesi ancora discutevano come sistemarsi  che gia’ Israele aveva aperto ii suoi ospedali perfettamente funzionanti e  i suoi gruppi  di salvataggio con decine di cani avevano gia’ incominciato ad estrarre  persone vive da sotto le macerie.

I media internazionali hanno definito Israele “la Rolls Roice degli aiuti”.

I media italiani invece, o almeno un buon numero tra essi, hanno diffuso la propaganda strappalcrime  palestinese , cioe’ la palla che i gazesi avevano raccolto  giochi per i bambini di Haiti e che Israele non glieli lasciava mandare. Sti cattivi, perfidi israeliani.
Naturalmente e’ risultato essere solo mera propaganda.
L’odio e’ troppo grande e golbalizzato e dai paesi arabi e comunisti,  tipo Venezuela di Chavez amico intimo di Ahmadinejad e di tutti i maggiori terroristi palestinesi,  e’ partita l’insinuazione che Israele in realta’ ruba organi a Haiti, Youtube  si e’ dato subito da fare.

Alimentatori df'odio antisemita e antisionista

Alimentatori df'odio antisemita e antisionista

Dunque siamo tornati all’odio antico  e oggi , nel terzo millennio,  gli europei odiano gli ebrei come hanno sempre fatto nei secoli e nei millenni precedenti. Oggi di piu’, se possibile, perche’ aiutati e  appoggiati dal mondo islamico, hanno il cervello lavato dalle menzogne del mondo islamico, sono  nelle mani di chi diffonde menzogne su Israele, considerano Israele il demonio da odiare e distruggere. Credono a tutte le bugie della propaganda araba.

Internet e’ la casa dell’odio antisemita , si ritrovano tutti la’ e fanno a gara, incontrollati, su chi racconta piu’ diffamazioni su Israele.
Nel 1938 erano i nazifascisti a dare addosso agli ebrei.
Oggi sono nazisti fascisti, comunisti, religiosi cattolici, musulmani.
I miei famigliari nel 1943 sono stati presi  e ammazzati ad Auschwitz  perche’ catturati dai nazisti. Oggi io ho paura quando  mio figlio e i miei nipoti vanno in Italia e possono essere riconosciuti come ebrei e israeliani.

L’onda nera di odio che si e’ abbattuta sull’Europa antisemita 65 anni fa  ha sepolto tutto, gli europei camminano sulla cenere uscita dai camini di Auschwitz, camminano su un  milione e mezzo di bambini, camminano su sei milioni di ebrei e continuano a odiarli come se nulla fosse accaduto.
No, L’Europa non merita il 27 gennaio, L’Europa non puo’ ricordare oggi  il genocidio piu’ tremendo  della storia dell’umanita’ per poi , domani, scagliarsi contro Israele e dire che  gli ebrei di Israele sono come i nazisti.
L’Europa non puo’  spargere lacrime di coccodrillo oggi davanti alle lapidi e da domani  gridare “A morte Israele”  

 No no e no!

Vorrei tanto che questa giornata fosse abolita perche’ l’odio europeo non si e’ estinto e noi ebrei non abbiamo bisogno del 27 gennaio per ricordare SEIMILIONI. L’onda nera di odio che ha percorso l’Europa 65 anni fa  sta ritornando indietro come un terribile tzunami e si abbatte  su Israele.
Oggi siamo noi ebrei israeliani  che  facciamo sbavare di odio molti europei e quasi tutti gli arabi.
Si, hanno la bava alla bocca, forse e’ acquolina perche’ i cannibali che hanno potuto ammazzare un milione e mezzo di bambini ebrei terrorizzati, senza le loro mamme vicino, questi cannibali oggi vorrebbero poter ripetere  il crimine contro Israele.
Non potranno, oggi Israele ha un esercito, l’esercito dei suoi cittadini.
Questo li fa morire di rabbia e io spero che la stessa rabbia li soffochi.
Concludo ripetendo la mia preghiera:
abolite il 27 gennaio in un Europa che non lo merita. 

 Deborah Fait 

grazie a Adriana Bolchini




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6 febbraio 2010

Cartoline da Eurabia di Ugo Volli: "Ebrei e cattolici sono tutti bugiardi, per il Corano"

Cari amici, quelli di voi che sono cristiani, forse qualche volta hanno sentito leggere l'inizio del Vangelo di Matteo, uno dei passi più solenni del Nuovo Testamento: "1:1 Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo. 2 Abramo generò Isacco; Isacco generò Giacobbe; [...]e Iesse generò Davide, il re. Davide generò Salomone da quella che era stata moglie di Uria; 7 Salomone generò Roboamo; [...]12 Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel; [...] Eliud generò Eleàzaro; Eleàzaro generò Mattan; Mattan generò Giacobbe; 16 Giacobbe generò Giuseppe, il marito di Maria, dalla quale nacque Gesù, che è chiamato Cristo." O i passi paralleli di Luca (1.26 Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città di Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine fidanzata a un uomo chiamato Giuseppe, della casa di Davide; e il nome della vergine era Maria.) Anche quelli che non lo sono sanno che la discendenza davidica di Gesù è uno degli elementi invocati dalla tradizione cristiana a sostegno della sua messianicità.

Be', tutto sbagliato. Mi spiace deludervi, ma se volete diventare dei bravi eurarabi o cattarabi, dovete buttare via il vostro vangelo. Gesù era palestinese, e quindi non poteva discendere dal re Davide né dalle generazioni esiliate a Babilonia; inoltre era musulmano e quindi non poteva essere cristiano, o comunque il paradigma della cristianità. Vi chiedete se mi sono bevuto il cervello? O addirittura come mi permetto?

No, no, un attimo. Io non faccio altro che riportare quel che scrivono alte, altissime autorità eurarabe. Non quel poveraccio di Piero Sansonetti che predica queste cose su un giornale clandestino intitolato giustamente "L'altro" (nel senso di non un giornale giusto che ti racconta le cose... l'altro, quello che vende solo ideologia) . No, non lui, cui a novembre rispose per le rime Deborah Fait (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=70&id=32043).

Molto di più e di meglio: sono i palestinesi stessi che lo dicono. E, a parte che per un bravo eurarabo i palestinesi hanno sempre ragione - come il Puzzone che a suo tempo innalzava la spada dell'Islam e poi, guarda un po', fece le leggi razziali -, chi può sapere meglio dei palestinesi se qualcuno è palestinese o no? E loro lo dicono e lo ripetono. Quella meritoria organizzazione che si chiama Palestinian Media Watch ha organizzato un piccolo dossier per esporre questa questa teologia cristo-palestinese. Se siete interessati ai dettagli, la trovate qui:
http://palwatch.org/STORAGE/special%20reports/Jesus%20misrepresented%20as%20Muslim%20Palestinian.pdf . Ma per vostra comodità ve ne traduco dei pezzi, così domani potete rettificare le vostre preghiere (mi raccomando, in particolare agli eurabissimi membri di Pax Christi, e ai vari parrochi che mettono la moschea nel presepe cinque volte al giorno e in direzione della Mecca, senza segni della Croce, ostie e cose del genere).

Nei giorni della visita del papa, il 9 maggioscorso per esempio, il muftì dell'Autorità Paletinese, Muhammed Hussein, ha dichiarato alla tv dell'AP: "Gesù è nato in questa terra, ha fatto i primi passi su questa terra e in questa terra ha diffuso il suo insegnamento [islamico]. Lui e sua madre, possiamo dire, erano palestinesi per eccellenza.". E qualche giorno prima, il 21 aprile, sempre sulla Tv palestinese, lo stesso alto funzionario religioso predicava: "Noi sappiamo che c'è stata una catena continua di profeti da Adamo a Maometto, che hanno rappresentato la vocazione monoteistica e la missione dell'Islam... tutti i profeti erano della stessa religione [l'Islam]. Gesù è nato in questa terra a Betlemme, è andato poi a Nazaret e quindi a Gerusalemme, dunque era un palestinese... Noi rispettiamo Gesù, crediamo in lui come un profeta dell'Islam, proprio come crediamo in Maometto."

Pensate che siano baggianate di un vecchio clerico? Be' non è un pensiero molto rispettoso, ma devo confessarvi che anch'io... Ma isolato non è. Per esempio c'è quel Mustafà Bargouti che è abbastanza famoso per essere quasi omonimo con il pluriomicida che sta in carcere in Israele e che talvolta, forse per contrasto con la ferocia di costui, passa per un moderato. Sapete cosa ha detto fra gli auguri di Natale di quest'anno, sempre in televisione? "Noi ricordiamo sempre che Gesù è stato il primo palestinese torturato in questa terra."

Vi risparmio le altre citazioni che fanno di Gesù addirittura uno Shahid, cioè un attentatore suicida – naturalmente ucciso dagli ebrei, come insinua anche Barghouti. Non cercate però di discutere con questi signori, per esempio citando i sacri testi. Loro pensano che il Vangelo, insieme alla Torah, sia una falsificazione. Ebrei e cattolici sono tutti bugiardi, per il Corano. E se gli opponete tutte le testimonianze storiche per cui il nome stesso palestina fu inventato dai romani dopo il 70, quando distrussero il Tempio e cercarono di cancellare la nazione ebraica in seguito alle sue rivolte, vi risponderanno che il Tempio non c'è mai stato, che Gerusalemme è islamica da sempre, anche se fra i tempi di Gesù e quelli di Maometto passano buoni seicento anni. E naturalmente Abramo, Mosé, Gesù, se erano profeti potetvano insegnare solo la vera religione dell'Islam, che poi è stata falsificata nella Torah e nel Vangeli. Messi alle strette, vi tireranno fuori il loro libro di storia preferito, i Protocolli dei Savi di Sion, e magari un bel coltello, se non di peggio.

Dunque, non cercate di ragionare con loro. Scegliete: da un lato la storia, la Torah, l'archeologia e anche i Vangeli. Dall'altro Eurabia e Sansonetti e il muftì e Barghouti e tutti i clerici islamivi e in definitiva il Gesù palestinese e attentatore suicida. Fate un po' voi.

Ugo Volli
 
 




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