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20 maggio 2013
La Boldrini arriva dalla Fao, viaggi tra stipendi d’oro e hotel di lusso
“Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”. Sarebbe utile che rileggesse queste parole di Abraham Lincoln la neo-Presidente della Camera, Laura Boldrini. Nella sua vita lavorativa, fin dal 1989 si è occupata di curare la comunicazione di FAO, WFP (programma alimentare mondiale) e UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati); insomma, un’esistenza passata a dar fiato al trombone della propaganda buonista, utile solo a giustificare sprechi e spese folli di strutture tanto costose quanto inutili.
Se vi dovesse capitare di passare da Viale delle Terme di Caracalla, a Roma, buttate un occhio a quel mastodontico complesso che ricorda vagamente il palazzo della Lubjanka; è il quartier generale della FAO, uno dei più grandi concentrati di privilegi che la storia conosca, roba che, a confronto, i deputati rischiano di passare per Francescani. Ed è proprio da qui che inizia la carriera della maestrina dalla penna rossa che vien da Macerata. Proprio oggi ha conquistato la prima pagina di “sette”, il magazine del Corsera, titolando: ”Ho scelto la politica vedendo cos’hanno fatto alla Grecia”. Prima di guardare altrove, ci chiediamo se si sia mai domandata come utilizzino alla FAO i 430 milioni di budget annuale? Qualcuno ha addirittura stimato che con quei soldi si strapperebbero alla morte oltre un milione di persone all’anno, particolare non di poco conto, visto che l’obiettivo del carrozzone, carico di un esercito di 4000 dipendenti, dovrebbe essere proprio quello, sfamare il mondo. In verità non è proprio così, infatti l’organismo impegnato sul fronte della lotta contro la fame nel mondo è il World Food Program, che di dipendenti ne ha circa 8000, e un budget molto più alto, che sfiora i 3mld di dollari. Immagino che vi starete domandando a cosa serva allora la FAO; bhè, vi invito a non essere così maliziosi. Sicuramente serve a coccolare le migliaia di dipendenti, che si godono stipendi tutti ben sopra alla media italiana, con cifre spesso a cinque zeri. Non finisce qui. Dentro al palazzone opera un fiorente spaccio, riservato ai diplomatici, con prodotti di lusso, Champagne e capi firmati, a prezzi naturalmente stracciatissimi, grazie alla extraterritorialità del luogo. Ai normali impiegati, oltre duemila, tocca accontentarsi di una boutique con il 40% di sconto. Alla FAO hanno trovato anche il modo di combattere il caro benzina, dotando la struttura di un distributore dedicato, naturalmente il carburante è venduto sottocosto. D’altra parte bisogna sfamare anche i serbatoi delle loro auto. Certo direte voi, la benzina sarà pure scontata, ma le belle auto bisogna pagarle, e quelle costano caro, e poi le assicurazioni sono salate. Non preoccupatevi, la FAO pensa anche a quello: 40% di sconto nei migliori concessionari della capitale e assicurazioni a prezzo agevolato.Capita poi che se qualche funzionario dovesse rischiare di arrivare in ritardo ad un importantissimo brunch, cocktail o pranzo di lavoro, può dare gas tranquillamente e sfrecciare a tutta velocità, sono infatti immuni anche dalle multe. Ma la FAO è generosa anche con i propri ospiti; quando arrivano i delegati dei Paesi del terzo o quarto mondo a chiedere aiuto, vengono sistemati in Hotel a 5 stelle, senza disdegnare mega suite da 200mq, naturalmente con tutti i comfort del caso: idromassaggio, bagno turco, cucine autonome e posate d’argento. Ma non pensiate che sia oro tutto quello che luccica, c’è anche il faticoso lavoro sul campo da svolgere, trasferte dure, in territori poveri, inospitali, tutt’altro che una vacanza. Segnalo, a questo proposito, che tra i paesi assistiti sono inseriti anche: Bahamas, Maldive, Seychelles, Barbados, Mauritius e Fiji. Luoghi in cui, è risaputo, l’agricoltura è una fonte primaria! A questo punto possiamo comprendere, dopo tutte queste spesucce, il motivo per cui la FAO detiene un altro poco invidiabile record, è infatti prima tra i mancati pagatori della tassa rifiuti del Comune di Roma. Tra hotel di lusso, viaggi alle Maldive, benzina e auto scontate, è normale che non si trovino i 5 milioni e 337 mila euro (al netto delle sanzioni), da riconoscere al Comune per la monnezza. Ma i privilegi non sono solo economici, come tutte le caste, anche i diplomatici della FAO, godono del più odiato tra i privilegi: l’immunità. Grazie all’accordo del 31 ottobre 1950 firmato a Washington, e recepito dall’Italia il 9 gennaio del 1951, ai funzionari è riconosciuta l’immunità diplomatica. Ne faranno buon uso, penserete voi. Non sempre. E’ capitato che un funzionario della FAO, presa in affitto una villa a Castelgandolfo, fu colpito da ingiunzione di pagamento, essendo evidentemente in ritardo nel corrispondere l’affitto. Secondo voi cosa fece il funzionario? Ma è elementare! Oppose il suo status di diplomatico, rivendicando l’immunità e quindi la non competenza del Giudice italiano. Hai un privilegio e non vuoi usufruirne? Peccato che la Corte di Cassazione, con sentenza del 1 giugno 2006, dichiarò ciò che pare ovvio a tutti, ovvero che non pagare l’affitto di una villa non rientra tra le attività diplomatiche e quindi niente immunità e niente sconto. Almeno per questa volta. Ora, il Presidente Laura Boldrini, dopo una vita passata nel variegato mondo dello spreco targato ONU, vorrebbe che l’accogliessimo come la moralizzatrice della politica italiana, applaudendola perché si è ridotta lo stipendio o perché ha rinunciato al suo appartamento? Cara Boldrini, il Paese non ha bisogno di sceneggiate, come la sua visita ai funerali delle tre persone che si sono tolte la vita per disperazione, non abbiamo bisogno della sua ipocrisia e del suo finto buonismo. Ce lo risparmi. Attendiamo invece una bella commissione d’inchiesta, che indaghi sui costi della FAO, pagati anche dal Governo Italiano, che è anche Paese ospitante, oltre a versare quote milionarie di finanziamento. Fonte ilmonti http://www.imolaoggi.it/?p=47023
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 5:59 | |
19 maggio 2013
Negare il ruolo dell'Islam nel terrorismo Spiegarne il perché
di Daniel Pipes Middle East Quarterly Primavera 2013
Pezzo in lingua originale inglese: Denying Islam's Role in Terror: Explaining the Denial
A più di tre anni dalla strage compiuta nel novembre 2009 dal maggiore Nidal Malik Hasan a Fort Hood, in Texas, non si sa ancora come classificare il suo crimine. Nella sua saggezza, il dipartimento della Difesa, con il sostegno delle forze dell'ordine, dei politici, dei giornalisti e degli accademici, ritiene che l'uccisione di tredici persone e il ferimento di altre quarantatré possa essere considerata una forma di "violenza sul posto di lavoro". Ad esempio, lo studio di 86 pagine volto a evitare che l'episodio si ripeta, dal titolo Protecting the Force: Lessons from Fort Hood, menziona sedici volte "la violenza sul posto di lavoro".[1]  La copertina del Middle East Quarterly della Primavera 2013. |
In effetti, se il soggetto non fosse stato patologico, avrebbe potuto far sorridere la discrepanza su ciò che esattamente ha indotto il maggiore a esplodere in una rabbia cieca. Fra le varie ipotesi ventilate c'è quella che ritiene Hasan una vittima del "razzismo", di "vessazioni perché musulmano", di un senso di "non appartenenza", di "problemi mentali", di "problemi emotivi", di "una eccessiva dose di stress", o della possibilità di essere inviato in Afghanistan, che di fatto era il suo "peggiore incubo", o di qualcosa che è stato definito in modo fantasioso "disturbo da stress pre-traumatico". Un titolo di giornale, che strillava "Ciò che è passato per la testa al maggiore solitario è un mistero", sintetizza questo stato di confusione. [2]Al contrario, alcuni membri del Congresso hanno ridicolizzato l'ipotesi della forma di "violenza sul posto di lavoro" e una coalizione composta da superstiti e familiari delle vittime – centosessanta in tutto – ha diffuso di recente un video, "La verità su Fort Hood", criticando l'amministrazione americana. Nel terzo anniversario del massacro, centoquarantotto persone tra superstiti e familiari delle vittime hanno citato in giudizio il governo statunitense perché si è sottratto alle responsabilità giuridiche e finanziarie, non avendo riconosciuto l'episodio come un atto di terrorismo.[3] La leadership militare ignora deliberatamente ciò che ha sotto gli occhi, vale a dire la chiara ed evidente ispirazione islamista di Hasan; Protecting the Force menziona i termini "musulmano" e "jihad" più volte e "Islam" solo una volta, in una nota a piè di pagina.[4] Ufficialmente il massacro continua a non essere collegato al terrorismo e all'Islam. Questo esempio s'inserisce in uno schema più ampio. L'establishment nega che l'islamismo – una forma di Islam che mira a rendere i musulmani dominanti attraverso un'estremistica, totalitaria e rigida applicazione della legge islamica, la Shari'a – rappresenti la principale causa globale del terrorismo, quando è così chiaro che lo è. L'islamismo si rifà alle norme medievali nella sua aspirazione a creare un califfato che governi l'umanità. "L'Islam è la soluzione" sintetizza la sua dottrina. Il diritto pubblico islamico può essere così schematizzato: considerare i musulmani superiori ai non-musulmani, gli uomini superiori alle donne e approvare l'uso della forza per diffondere il dominio musulmano. Negli ultimi decenni, gli islamisti (i seguaci di questa visione dell'Islam) hanno stabilito un record senza precedenti di atti di terrorismo. Per citare un elenco: TheReligionOfPeace.com conta ventimila attentati in nome dell'Islam dall'11 settembre,[5] ossia circa cinque al giorno. In Occidente, si registrano pochi atti terroristici ispirati da matrici diverse dall'Islam. È importante documentare e spiegare questa negazione e sondare le sue implicazioni. Gli esempi provengono soprattutto dagli Stati Uniti, anche se potrebbero arrivare da qualsiasi Paese occidentale, ad eccezione di Israele. Documentare la negazione La copertina dello studio Protecting the Force: Lessons from Fort Hood. |
Il governo, la stampa e il mondo accademico negano sistematicamente che le motivazioni islamiste giochino un duplice ruolo, costituendo una minaccia specifica e generalizzata. Gli specifici atti di violenza perpetrati dai musulmani inducono le autorità a chiudere pubblicamente, deliberatamente e con aria di sfida gli occhi davanti alle motivazioni e agli obiettivi islamisti. Piuttosto, esse puntano il dito contro una serie di motivi banali, obsoleti e individualistici, presentando spesso il perpetratore come una vittima. Ecco alcuni esempi antecedenti e successivi all'11 settembre: - L'assassinio del rabbino Meir Kahane, avvenuto nel 1990 a New York, è stato attribuito a "un farmaco prescritto per (…) la depressione".[6]
- "Una rapina andata male", è stato detto per spiegare l'omicidio di Makin Morcos a Sidney, nel 1991.
- "Un'uccisione non-intenzionale", così è stato definito l'assassinio del reverendo Doug Good commesso nel 1993 nell'Australia occidentale.
- L'attentato compiuto contro turisti stranieri ospiti di un hotel del Cairo nel 1993, che ha fatto dieci vittime, è stato attribuito a motivi connessi all'infermità mentale.[7]
- "La rabbia di strada" ha mosso la mano dell'assassino di un ebreo chassidim sul Ponte di Brooklyn, nel 1994.[8]
- "Molti, molti nemici nella sua mente", per spiegare l'omicidio con arma da fuoco in cima all'Empire State Building, nel 1997.[9]
- "Un incidente stradale", per motivare l'attacco a un autobus di scolari ebrei nei pressi di Parigi, nel 2000.
- Per l'aereo schiantatosi nel 2002 contro un edificio di Tampa per mano di un cittadino americano di origine araba (ma non musulmano), ammiratore di Osama bin Laden, si è puntato il dito contro l'uso del farmaco anti-acne Accutane.[10]
- "Una controversia lavorativa" è la causa ravvisata nel duplice omicidio all'Aeroporto internazionale di Los Angeles, nel 2002.[11]
- Un "burrascoso rapporto familiare" ha armato la mano dei cecchini del mondo politico statunitense, nel 2002.[12]
- Si è parlato di un "problema comportamentale" per l'attacco lanciato nel 2003 da Hasan Karim Akbar contro soldati della stessa fede, uccidendone due.[13]
- Si ritiene che "la malattia mentale" sia stata la causa dell'omicidio con mutilazione di Sebastian Sellam, nel 2003.[14]
- "Solitudine e depressione", per un'esplosione a Brescia, in Italia, fuori da un McDonald, nel 2004.[15]
- Per la furia omicida scatenatasi in una casa di riposo in Virginia, nel 2005, si è parlato di "una divergenza tra l'indiziato e un altro membro del personale".[16]
- Una violenta azione criminosa alla Jewish Federation di Greater Seattle, nel 2006, è stata attribuita al "malanimo verso le donne".[17]
- "Il suo recente matrimonio combinato potrebbe averlo stressato", è stato detto a proposito di un musulmano che ha travolto dei pedoni con il proprio Suv nella Carolina del Nord, nel 2006.[18]
Questo modello seguito per la negazione è tanto più sorprendente poiché si tratta di forme di violenza chiaramente islamiche come le operazioni suicide, le decapitazioni, i delitti d'onore e la pratica di sfigurare il volto delle donne. Ad esempio, riguardo ai delitti d'onore, Phyllis Chesler ha asserito che questo fenomeno si differenzia dalla violenza domestica e, nei Paesi occidentali, è di solito perpetrato dai musulmani.[19] Tali prove, però, non convincono le istituzioni, che tendono a escludere l'Islam dall'equazione.  Il procuratore generale degli Stati Uniti, Eric Holder, nel 2010, che evita di menzionare l'islamismo. |
La minaccia generalizzata ispira più negazione. I politici e altri evitano di parlare di Islam, islamismo, musulmani, islamisti, mujaheddin o di jihadisti. Piuttosto, essi incolpano i malfattori, i militanti, gli estremisti radicali, i terroristi e al-Qaeda. Il segretario di Stato Colin Powell ne ha dato prova il giorno dopo l'11 settembre asserendo che le atrocità appena commesse "non dovrebbero essere viste come qualcosa perpetrata dagli arabi o dagli islamici, ma come opera dei terroristi". [20]Un'altra tattica consiste nel nascondere le realtà islamiste sotto la nebbia della verbosità. George W. Bush ne ha parlato una volta come di una "grande lotta [ingaggiata] contro l'estremismo da un capo all'altro del Medio Oriente"[21] e un'altra volta l'ha definita "la lotta contro gli estremisti ideologici che non credono nelle società libere e che utilizzano l'arma del terrorismo per tentare di scuotere le coscienze del mondo libero".[22] Egli è arrivato al punto di scartare ogni elemento islamico asserendo che "l'Islam è una grande religione che predica la pace".[23] Nello stesso spirito, Barack Obama ha osservato che "è molto importante per noi riconoscere che abbiamo ingaggiato una battaglia o una guerra contro alcune organizzazioni terroristiche, ma che quelle organizzazioni non sono rappresentative di una comunità araba più ampia, una comunità musulmana".[24] Il procuratore generale degli Stati Uniti, Eric Holder, si è lanciato nel maggio 2010 in un botta e risposta con Lamar Smith (repubblicano del Texas) nel corso della sua testimonianza davanti al Congresso, negando ripetutamente ogni genere di connessione tra le matrici islamiste e una serie di attacchi terroristici: Smith: Nel caso di tutti e tre i falliti attentati terroristici dell'ultimo anno, (…) uno dei quali, però, è andato a segno, quegli individui non avevano nessun legame con l'Islam radicale. Lei pensa che essi possano essere stati indotti a farlo a causa dell'Islam radicale? Holder: A causa di che cosa? Smith: Dell'Islam radicale. Holder: C'è una serie di ragioni perché io possa pensare che quelle persone abbiano commesso quelle azioni. Credo che dobbiamo esaminare ogni singolo caso. Intendo dire che ora parleremo del signor [Faisal] Shahzad per tentare di capire ciò che l'ha spinto ad agire. Smith: Sì, ma l'Islam radicale avrebbe potuto essere uno dei motivi? Holder: Esiste una serie di motivi per cui la gente… Smith: Ma l'Islam radicale è stato uno dei motivi? Holder: Esiste una serie di ragioni per cui la gente fa le cose. Alcune di esse possono essere di natura religiosa…[25]
E Holder ha continuato a insistere fino a quando Smith alla fine ha rinunciato a rispondere. E questa non è stata un'eccezione perché nel dicembre 2011 un alto funzionario del dipartimento della Difesa ha espresso una negazione quasi identica.[26] Oppure si può semplicemente ignorare l'elemento islamista; uno studio pubblicato dal dipartimento per la Sicurezza nazionale dal titolo Evolution of the Terrorist Threat to the United States menziona il termine Islam una sola volta. Nel settembre 2010, Obama parlando alle Nazioni Unite ha utilizzato una costruzione passiva per evitare ogni menzione dell'Islam con riferimento all'11 settembre: "Nove anni fa, la distruzione del World Trade Center indicò una minaccia che non rispettava nessun limite di dignità né di decenza".[27] In quello stesso periodo, Janet Napolitano, segretario di Stato alla sicurezza interna, ha dichiarato che i profili degli americani coinvolti nel terrorismo stanno a indicare che "non esiste nessun profilo 'tipico' di un terrorista autoctono".[28] Newt Gingrich, l'ex speaker della Camera dei Rappresentanti americana, condanna a giusto titolo questa mentalità dicendo che "due più due deve essere eguale a qualcosa di diverso da quattro".[29] Le eccezioni alla negazioneLe eccezioni a questo modello esistono: all'occasione le figure istituzionali abbassano la guardia e riconoscono la minaccia islamista per il mondo civilizzato. Nel 2010, lo stesso Gingrich ha pronunciato un discorso ben documentato sulla Shari'a (la legge islamica), osservando che "questa non è una guerra al terrorismo. Il terrorismo è un'attività. Questa è una lotta contro gli islamisti radicali che siano militanti o che agiscano furtivamente".[30] Nel 2006, il premier britannico Tony Blair ha fornito un'analisi appassionante ed eloquente: Questa è una guerra ma di un genere del tutto non convenzionale. (…) Quali sono i valori che governano il futuro del mondo? Sono quelli della tolleranza, della libertà, del rispetto per la differenza e la diversità oppure quelli della reazione, della divisione e dell'odio? (…) È in parte una lotta fra ciò che chiamerò Islam reazionario e Islam moderato, l'Islam predominante. Ma le sue implicazioni sono ben più ampie. Stiamo combattendo una guerra, non solo contro il terrorismo ma su come il mondo dovrebbe governarsi all'inizio del XXI secolo, riguardo ai valori globali.[31]
L'attuale primo ministro britannico, David Cameron, nel 2005, ha formulato una bella analisi, molto tempo prima che ricoprisse l'attuale incarico: La forza motrice che si cela dietro la minaccia terroristica odierna è il fondamentalismo islamista. La lotta in cui siamo impegnati è essenzialmente ideologica. Nel secolo scorso, si è sviluppata una corrente di pensiero islamista che, al pari di altri totalitarismi, come il nazismo e il comunismo, offre ai suoi seguaci una forma di redenzione attraverso la violenza.[32]
Nel 2011, da premier, Cameron è tornato ad affrontare quest'argomento: "Noi dobbiamo essere assolutamente chiari sulla matrice di questi attacchi terroristici, ossia sull'esistenza di un'ideologia qual è l'estremismo islamico".[33]  L'ex-ministro della Repubblica Ceca, Alexandr Vondra, ha espresso la sua opinione con insolita franchezza. |
L'ex-ministro della Repubblica Ceca, Alexandr Vondra, ha espresso la sua opinione con notevole franchezza: Gli islamisti radicali sfidano quasi ogni cosa che la nostra società difende, non importa ciò che le politiche occidentali sono state o sono. Queste sfide includono il concetto dei diritti umani universali e la libertà di parola ed espressione.[34]
Nel periodo successivo all'ottobre 2005, George W. Bush ha parlato di "islamo-fascismo" e di "fascisti islamici". Joseph Lieberman, il senatore americano del Connecticut, ha criticato chi rifiuta di "identificare il nostro nemico in questa guerra per quello che è: violento estremismo islamista"[35] e ha promosso un eccellente studio del Senato sul maggiore Hasan. Rick Santorum, allora senatore Usa della Pennsylvania, ha fornito un'analisi rilevante: Nella Seconda guerra mondiale abbiamo combattuto il nazismo e l'imperialismo giapponese. Oggi, combattiamo contro i fascisti islamici. Ci hanno attaccato l'11 settembre perché siamo l'ostacolo maggiore alla loro missione apertamente dichiarata di sottomettere il mondo intero al loro dominio fanatico. Credo che la minaccia del fascismo fanatico sia pericolosa come quella del nazismo e del comunismo sovietico. Ora come allora, ci troviamo di fronte a dei fanatici che non si fermeranno davanti a nulla per dominarci. Ora come allora non c'è via d'uscita: vinceremo o perderemo.[36]
Antonin Scalia, un giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, in un parere ha osservato che "l'America è in guerra con gli islamisti radicali".[37] Uno studio del Dipartimento di Polizia di New York, Radicalization in the West: The Homegrown Threat, parla di "terrorismo di matrice islamica" sin dalla prima riga del testo sino alla fine. Esso contiene riferimenti espliciti all'islamismo, del genere, "in definitiva, il jihadista immagina un mondo in cui l'Islam salafita-jihadista è dominante ed è la base del governo".[38] Così la realtà occasionalmente fa capolino dalla nebbia della negazione e della verbosità. Il mistero della negazioneA parte queste eccezioni, perché c'è una persistente negazione della matrice islamica? Perché la pretesa che non ci sia nessuna verità evidente che viene ignorata? Una mancanza di volontà ad affrontare la verità sa sempre di eufemismo, codardia, correttezza politica e di appeasement. In questo spirito, Gingrich argomenta che "l'amministrazione Obama è volutamente incapace di vedere la natura dei nostri nemici e delle forze che minacciano l'America. (…) non è ignoranza, ma un deciso tentativo di sfuggire alla realtà".[39] Questi problemi contribuiscono certamente alla negazione, ma qualcosa di più elementare e legittimo arriva a spiegare questa riluttanza. Un suggerimento proviene da una tesi di dottorato in Scienze Politiche, discussa da Gaetano Ilardi alla Monash University di Melbourne, nel 2007. Il titolo, "Dall'Ira ad Al Qaeda: L'intelligence come misura di azione razionale nelle operazioni terroristiche", fa spesso riferimento all'Islam e agli argomenti correlati; Ilardi è stato citato dalla stampa sul tema della radicalizzazione. Eppure, nel 2009, in veste d'ispettore della polizia di Victoria, è stato il più ostinato dei suoi venti colleghi a dirmi che la polizia non menziona pubblicamente in alcun modo l'Islam quando parla di terrorismo. In altre parole, chi non fa riferimento all'Islam è qualcuno che conosce molto bene il ruolo dell'Islam.  Daniel Benjamin, coordinatore per la lotta al terrorismo del dipartimento di Stato americano. |
Confermando questo punto, Daniel Benjamin, coordinatore per la lotta al terrorismo del dipartimento di Stato nell'amministrazione Obama, ricusa esplicitamente l'idea che il silenzio sull'Islam significa essere ignari di esso: Chi prende le decisioni politiche sa bene che gli ideologi di al-Qaeda si sono appropriati dei testi e dei concetti islamici ammantandoli di legittimità religiosa per il loro spargimento di sangue. Avendo io scritto a lungo su come al-Qaeda e i gruppi radicali che l'hanno preceduta abbiano attinto e scelto fra i testi sacri, spesso fuori da tutto il contesto, non ho alcun dubbio che i miei colleghi comprendano la natura della minaccia.[40]
Ilardi e Benjamin sanno il fatto loro; essi evitano di parlare di Islam in relazione al terrorismo per ragioni più profonde della correttezza politica, dell'ignoranza o dell'appeasement. Quali sono questi motivi? Due fattori hanno un'importanza fondamentale: non voler alienarsi i musulmani e non voler riordinare la società. Spiegare la negazioneNon voler offendere i musulmani, un obiettivo sincero e ragionevole, è il motivo più spesso citato pubblicamente. I musulmani protestano perché concentrare l'attenzione sull'Islam, l'islamismo o sul jihad aumenta i timori musulmani che l'Occidente abbia ingaggiato una "guerra contro l'Islam". Joseph Lieberman, ad esempio, osserva che l'amministrazione Obama preferisce non usare il termine "estremisti islamisti violenti" con riferimento al nemico, perché usare questa parola esplicita "rafforza la rivendicazione di propaganda del nostro nemico che l'Occidente è in guerra con l'Islam".[41] Interrogato in un'intervista sul fatto di aver utilizzato una sola volta il termine "guerra al terrore", Barack Obama ha confermato questo punto: "Le parole contano in questa situazione, perché uno dei modi che ci permetteranno di vincere questa battaglia è la lotta per accattivarci i cuori e le menti". Alla domanda "Allora questo non è un termine che utilizzerà molto in futuro'", egli ha risposto: Sa, vorrei fare in modo di parlare sempre di al-Qaeda e di altre organizzazioni affiliate perché credo che noi possiamo convincere i musulmani a riconoscere che quel tipo di distruzione e nichilismo alla fine porterà a un vicolo cieco e che dovremmo lavorare insieme per fare in modo che tutti abbiano una vita migliore.[42]
Daniel Benjamin ribadisce la stessa cosa in modo più lucido: Porre l'accento sul termine "islamista" piuttosto che su "estremista violento" mina i nostri sforzi, poiché radica erroneamente il problema fondamentale nella fede di oltre un miliardo di persone che aborrono la violenza. Come mostrato da uno studio dopo l'altro del governo interno, tali dichiarazioni finiscono con l'essere distorte dai media di tutto il mondo, alienandosi i musulmani moderati.[43]
Questa preoccupazione ha in realtà due sottoparti per due tipi di musulmani: quelli che altrimenti aiuterebbero a combattere il terrorismo si sentono insultati ("un vero musulmano non può mai essere un terrorista") e così non fanno un passo avanti mentre quelli distaccati dal problema si radicalizzano, qualcuno addirittura diventa terrorista. La seconda ragione per impedire che si parli di Islam è legata al timore che ciò implichi un grande e indesiderato cambiamento inconciliabile con il modo in cui le società occidentali laiche sono ordinate. Addossare la colpa degli attacchi terroristici all'abuso di droga, alla rabbia di strada, a un matrimonio combinato, ai malati mentali che diventano una furia o alle bizzarre controversie lavorative permette agli occidentali di non affrontare le questioni che riguardano l'Islam. Se la spiegazione del jihad è di gran lunga la più convincente, è anche assai più preoccupante. Quando si osserva che il terrorismo islamista è quasi esclusivamente opera dei musulmani che agiscono così a causa delle convinzioni islamiche, l'implicazione che ne risulta è che i musulmani devono essere sottoposti a una sorveglianza speciale, forse secondo le seguenti linee di condotta che il sottoscritto ha suggerito nel 2003: Gli impiegati governativi di fede musulmana operanti nelle forze dell'ordine, nell'esercito e in campo diplomatico, devono essere tenuti d'occhio per verificare se abbiano legami con il terrorismo, come pure i cappellani musulmani delle prigioni e delle forze armate. I turisti e gli immigranti musulmani devono sottoporsi a ulteriori controlli. Le moschee richiedono un esame minuzioso ancor più attento di quello riservato alle chiese e ai templi.[44]
Attuare una tale linea politica significa concentrare l'attenzione delle forze dell'ordine su una comunità che è definita dalla sua religione. Questo è in palese contraddizione con i valori liberali, multiculturali e del politicamente corretto; ma sarà dipinto anche come illegale e forse anticostituzionale. Ciò comporta che si operi una distinzione sulla base delle caratteristiche del gruppo cui una persona appartiene. E richiede anche che si tracci un profilo Questi cambiamenti hanno delle implicazioni inquietanti che saranno stigmatizzate come "razziste" e "islamofobiche", accuse che possono rovinare una carriera nell'ambito pubblico di oggi. Le spiegazioni correlate all'Islam possono offrire una spiegazione più convincente del trasformare i perpetratori in vittime, ma l'imperativo di non alterare i costumi sociali esistenti ha la meglio sul controterrorismo. Questo spiega perché la polizia, i pubblici ministeri, i politici e gli accademici evitano i fattori reali che stanno dietro agli attacchi islamisti e trovano invece vari motivi banali. Queste banalità rassicuranti e inesatte hanno il vantaggio di non comportare dei cambiamenti eccetto la vigilanza contro le armi. Affrontare le realtà sgradevoli può essere procrastinato. In definitiva, la negazione sembra funzionare. Solo perché le forze dell'ordine, l'esercito e le agenzie d'intelligence trattano con cautela i due argomenti paralleli della motivazione islamica e del terrorismo islamista sproporzionato quando si rivolgono all'opinione pubblica, ciò non impedisce a queste istituzioni di concentrarsi tranquillamente sull'Islam e i musulmani. A dire il vero, ci sono molte prove che fanno proprio questo e ciò ha portato dopo l'11 settembre a un efficace sforzo di controterrorismo con un attento controllo su ogni cosa dalle moschee all'hawala, un meccanismo di trasferimento di liquidità completamente basato sulla fiducia, senza strumenti formali, che si è diffuso nei Paesi a maggioranza musulmana. Di conseguenza, con rare eccezioni (come il tiratore di Fort Hood), le reti terroristiche islamiche tendono a essere ostacolate e gli attacchi terroristici che vanno a segno tendono a venir fuori dal nulla, commessi da perpetratori caratterizzati da "un'improvvisa sindrome da jihad instinct". Argomentare contro la negazionePur rispettando il forte impulso a non irritare la sensibilità dei musulmani e riconoscendo che il dibattito franco e aperto sull'Islam può avere importanti conseguenze nel dirigere la società, il sottoscritto insiste sulla necessità di menzionare l'Islam. Innanzitutto, non è chiaro quanto in realtà danneggi il parlare di Islam. I veri musulmani anti-islamisti insistono sulla necessità di parlare dell'Islam: gli islamisti che si fanno passare per moderati tendono a essere quelli che fingono di preoccuparsi per "una guerra all'Islam" e così via dicendo. In secondo luogo, piccole prove indicano che i musulmani si sono radicalizzati per via del mero dibattito sull'islamismo. Anzi, al contrario, in genere è qualcosa di specifico che conduce un musulmano in quella direzione, dal modo di vestire delle donne americane agli attacchi con droni in Somalia, Yemen e in Pakistan. In terzo luogo, pur ammettendo che il dibattito sull'Islam ha i suoi costi, ignorarlo costa più caro. La necessità di definire il nemico, non solo in seno ai consigli di guerra ma per l'opinione pubblica, trionfa su tutte le altre considerazioni. Come ha osservato l'antico stratega cinese Sun Tzu, "Conosci il tuo nemico e te stesso, e potrai combattere cento battaglie". L'intera teoria sulla guerra di Karl von Clausewitz presuppone un'accurata valutazione del nemico. Proprio come un medico deve diagnosticare e dare un nome a una malattia prima di curarla, così i politici e i generali devono identificare e dare un nome al nemico per sconfiggerlo. Autocensurarsi limita la capacità di fare la guerra. Evitare di menzionare l'identità del nemico semina confusione, danneggia il morale e spreca le forze. In breve, ciò offre una ricetta per la sconfitta. In effetti, gli annali della storia non registrano nessuna guerra vinta quando il nome e l'identità del nemico non possono essere pronunciati; ed è così a maggior ragione nei tempi moderni quando dare un nome al nemico deve precedere e incoraggiare la vittoria militare. Se non si può dare un nome al nemico non si può sconfiggerlo. In quarto luogo, anche se le forze dell'ordine e gli altri ritengono che funzioni dire una cosa in pubblico pur facendone un'altra in privato, questa disonestà costa cara perché crea una discrepanza fra i discorsi ambiziosi dei politici e le realtà talvolta sordide della lotta al terrorismo: - Coloro che lavorano in prima linea per il governo sono a rischio: Da una parte, per paura di essere esposti, i dipendenti pubblici devono nascondersi o mentire sulle loro attività. Dall'altra, per svolgere con efficacia il loro compito, essi corrono il rischio di essere accusati di contravvenire alle disposizioni governative deliberatamente imparziali o perfino di infrangere la legge.
- L'opinione pubblica è confusa: I discorsi politici scartano a fin di bene ogni collegamento fra l'Islam e il terrorismo, mentre la lotta al terrore induce implicitamente a fare una simile connessione.
- Avvantaggiare gli islamisti: 1) Essi sottolineano che le dichiarazioni rilasciate dal governo non sono altro che una montatura volta a camuffare quella che in realtà è una guerra contro l'Islam; e 2) fanno reclute tra i musulmani chiedendo loro in chi credono, negli islamisti che parlano apertamente o nei politici ipocriti.
 Daniel Benjamin, coordinatore per la lotta al terrorismo del dipartimento di Stato americano. | "La messinscena della sicurezza" e altre pantomime: Per convincere gli osservatori che i musulmani non sono i soli a essere presi di mira, altri sono stati tirati dentro per dimostrare di voler trattare allo stesso modo tutti i passeggeri aerei, sprecando così tempo e risorse.[45]- Un aumento dei risentimenti e dei pregiudizi: Le persone tengono la bocca chiusa ma la loro mente lavora. Un dibattito pubblico aperto, in cui si potrebbero condannare gli islamisti appoggiando i musulmani moderati, porterebbe a una migliore comprensione del problema.
- La vigilanza scoraggiata: La campagna del "Se vedi qualcosa, di' qualcosa" è ottima ma quali sono le conseguenze del segnalare un comportamento sospetto di un vicino o di un passeggero aereo che in seguito si rivela essere innocente? Anche se i vicini vigili sono una risorsa importante nella lotta al terrorismo, chiunque segnali le proprie preoccupazioni si espone alle accuse diffamanti di essere razzista o "islamofobo", rischia di subire dei danni alla propria carriera o anche un'azione giudiziaria.[46]
Pertanto, il non voler riconoscere i moventi islamisti che stanno dietro la maggior parte delle azioni terroristiche perpetrate ostacola un'attività antiterroristica efficace e rende altre atrocità ancor più probabili. Quando la negazione avrà fineLa negazione potrebbe continuare fino a quando il prezzo da pagare sarà troppo caro. Sembra che le tremila vittime dell'11 settembre non siano bastate a far vacillare la compiacenza occidentale. Trentamila morti, con ogni probabilità, non basteranno egualmente. Forse trecentomila saranno sufficienti. Di certo, lo saranno tre milioni. A quel puto, le preoccupazioni di offendere la sensibilità musulmana e la paura di essere definiti "islamofobi" saranno irrilevanti, rimpiazzate da una determinazione ostinata a proteggere la vita. Se l'ordine esistente un giorno sarà in evidente pericolo, l'approccio rilassato di oggi sarà immediatamente gettato alle ortiche. Il sostegno popolare a favore di queste misure esiste; già nel 2004, un sondaggio della Cornell University mostrava che il 44 per cento degli americani "crede che una certa riduzione delle libertà civili sia necessaria per gli americani musulmani".[47] Israele offre un esempio calzante. Poiché esso si trova a dover affrontare molte minacce, lo Stato manca di pazienza verso la pietà magnanima quando si tratta di sicurezza. Pur aspirando a trattare tutti con equità, il governo prende di mira gli elementi della società più inclini alla violenza. Se altri Paesi occidentali dovessero affrontare un pericolo come questo, probabilmente le circostanze li costringerebbero ad adottare questo stesso approccio. Al contrario, se non dovessero sorgere tali pericoli di massa, questo cambiamento probabilmente non avrà luogo. Finché non saremo colpiti da un disastro su larga scala, la negazione proseguirà. Le tattiche dell'Occidente, in altre parole, dipendono interamente dalla brutalità e dalla competenza del nemico islamista. Ironia della sorte, l'Occidente permette ai terroristi di condurre il suo approccio alla lotta al terrorismo. Non meno ironicamente, ci vorrà un'enorme atrocità terroristica per permettere una lotta efficace al terrorismo. Affrontare la negazioneIntanto, chi desidera rafforzare la lotta al terrorismo riconoscendo il ruolo dell'Islam ha tre compiti da svolgere. Innanzitutto, bisognerà prepararsi intellettualmente e preparare gli argomenti in modo che quando si abbatterà una calamità, si potrà avere un programma ben elaborato, accurato ed equo che si concentri sui musulmani senza commettere un'ingiustizia contro di loro. In secondo luogo, si dovrà continuare a convincere chi è contrario a menzionare l'Islam che vale la pena parlarne: il che significa occuparsi delle loro preoccupazioni e non intimidirli a suon d'insulti. Questo implica accettare la legittimità della loro esitazione, utilizzando il buonsenso e lasciando che la raffica di attacchi islamisti abbia il suo effetto. In terzo luogo, occorre dimostrare che parlare d'islamismo non conduce alla rovina ravvisando nei danni causati dal non dare un nome al nemico e dal non identificare l'islamismo un fattore di rischio; bisogna notare che i governi musulmani, compreso quello saudita, riconoscono che l'islamismo conduce al terrorismo; mettere in rilievo che i musulmani moderati che si oppongono all'islamismo vogliono che si parli apertamente di islamismo; bisogna ovviare alla paura che il parlare apertamente di Islam aliena i musulmani e incita alla violenza; e dimostrare che il profilo può essere fatto in un modo costituzionalmente riconosciuto. In breve, anche senza sperare di attuare un cambiamento nella politica, c'è molto lavoro da fare. [1] Protecting the Force: Lessons from Fort Hood, Department of Defense, Washington, D.C., Jan. 2010. [2] The Australian, Nov. 7, 2009. [3] The Australian, Nov. 7, 2009. [4] Protecting the Force: Lessons from Fort Hood, p. 18, nota 22. [5] "List of Islamic Terror Attacks", TheReligionOfPeace.com, consultata il 19 dicembre 2012. [6] The New York Times, Nov.9, 1990. [7] The Independent (London), Sept. 19, 1997. [8] Uriel Heilman, "Murder on the Brooklyn Bridge", Middle East Quarterly, Summer 2001, pp. 29-37. [9] The Houston Chronicle, Feb. 26, 1997. [10] Time Magazine, Jan. 21, 2002. [11] "Terror in LA?" Honest Reporting (Toronto), July 8, 2002. [12] Los Angeles Times, Oct. 26, 2002. [13] Daniel Pipes, "Murder in 101st Airborne", The New York Post, Mar. 25, 2003. [14] Brett Kline, "Two Sons of France", The Jerusalem Post Magazine, Jan. 21, 2010. [15] "Italy: McDonald's Jihad Foiled", Jihad Watch, Mar. 30, 2004. [16] The Washington Post, Jan. 11, 2005.. [17] Los Angeles Times, July 30, 2006.. [18] San Francisco Chronicle, Aug. 30, 2006. [19] Phyllis Chesler, "Are Honor Killings Simply Domestic Violence?"Spring 2009, pp. 61-9. [20] Dateline, NBC, Sept. 21, 2001.. [21]Remarks, The Islamic Center of Washington, D.C., June 27, 2007. [22] Remarks, UNITY 2004 Conference, Washington D.C., Aug. 6, 2004. [23] Al-Arabiya News Channel (Dubai) Oct. 5, 2007. [24] Anderson Cooper 360 Degrees, Feb. 3, 2009. [25] Testimonianza resa il 13 maggio 2010 davanti alla Commissione giudiziaria del Congresso americano. [26] Testimonianza resa il 13 dicembre 2001 davanti alla Commissione per la sicurezza nazionale del Congresso americano. [27] Osservazioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, New York, 23 settembre 2010. [28] "Nine Years after 9/11: Confronting the Terrorist Threat to the Homeland", intervento davanti alla Commissione per la Sicurezza nazionale e gli Affari governativi del Senato americano, 22 settembre 2010. [29] Newt Gingrich, "America Is at Risk", American Enterprise Institute, Washington, D.C., July 29, 2010. [30] Ibidem. [31] Discorso al Los Angeles World Affairs Council, 1° agosto 2006. [32] Discorso al Foreign Policy Centre, Londra, 25 agosto 2005.. [33] Munich Security Conference, Feb. 5, 2011.. [34] Alexandr Vondra, "Radical Islam Poses a Major Challenge to Europe", Middle East Quarterly, Summer 2007, pp. 66-8. [35] Joseph Lieberman, "Who's the Enemy in the War on Terror?" The Wall Street Journal, June 15, 2010. [36] "The Great Test of This Generation", discorso pronunciato al National Press Club, Washington, D.C., National Review Online, July 20, 2006. [37] Scalia J., parere che dissente da quello espresso dai colleghi riguardo a Lakhdar Boumediene, et al., Petitioners, Supreme Court of the United States v. George W. Bush, President of the United States, et al.; Khaled A. F. Al Odah, next friend of Fawzikhalid Abdullah Fahad Al Odah, et al., Petitioners v. United States, et al., June 12, 2008. [38] New York: 2007, p. 8. [39] Newt Gingrich, "America Is at Risk", American Enterprise Institute, Washington, D.C., July 29, 2010. [40] Daniel Benjamin, "Name It and Claim It, or Name It and Infame It?" The Wall Street Journal, June 24, 2010. [41] Lieberman, "Who's the Enemy in the War on Terror?" [42] Anderson Cooper 360 Degrees, Feb. 3, 2009. [43] Benjamin, "Name It and Claim It, or Name It and Inflame It?" [44] Daniel Pipes, "The Enemy Within and the Need for Profiling", The New York Post, Jan. 24, 2003. [45] Daniel Pipes, "Body Scanner? No, intelligenza", Liberal, 7 gennaio 2010. [46] M. Zuhdi Jasser, "Exposing the 'Flying Imams'", Middle East Quarterly, Winter 2008, pp. 3-11. [47] "Fear Factor", Dec. 17, 2004.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 19/5/2013 alle 20:46 | |
19 maggio 2013
Un po' di cannella contro l'Alzheimer

Lo rivela uno studio condotto presso l'Università di Tel AvivUn dolce rimedio contro l’Alzheimer. I ricercatori dell’Università di Tel Aviv hanno scoperto che un estratto di cannella può inibire lo sviluppo del morbo che colpisce principalmente gli over 65.
LA RICERCA – Lo studio, condotto dal dottor Michael Ovadia assieme ai suoi colleghi Ehud Gazit, Daniel Segal e Dan Frenkel del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Tel Aviv, è stato pubblicato su Plos One. Durante la ricerca è stata valutata si valutata l’attività su modello animale di un estratto della cannella, chiamato CEppt. Usando come base questa sostanza è stata preparata una soluzione liquida, poi miscelata con l’acqua data a bere a delle cavie geneticamente modificate affinché sviluppassero una forma aggressiva del morbo di Alzheimer. Al termine dei test, durati quattro mesi, i ricercatori hanno scoperto che l’assunzione di questa soluzione acquosa contenente l’estratto CEppt, rallenta significativamente lo sviluppo della malattia. In più, i topi colpiti dal morbo hanno vissuto tanto a lungo quanto gli altri esemplari rimasti sani.
L’ESTRATTO – Secondo il dottor Ovadia il risultato è sorprendente perché la terapia ha usato un rimedio naturale estratto direttamente da un vegetale considerato dai più soltanto una spezia. Questa sostanza, la CEppt, può inibire la formazione degli aggregati della proteina beta amiloide e dei grovigli neurofibrillari che si trovano nel cervello dei malati di Alzheimer e, cosa molto importante, può anche spezzare le fibre amiloidi.Ciò significa che l’estratto di cannella è sia in grado di previene lo sviluppo del morbo sia in grado di diventare un trattamento da somministrare nei casi in cui la malattia è già in essere.
LA CANNELLA - Questa spezia, citata per le sue virtù già nel libro dell’Esodo, è famosa anche per il suo potere antiossidante che è tra i più elevati in assoluto (circa 62 volte più alto di quello di una mela). Anticamente veniva utilizzata contro le infreddature e come antibatterico e antispastico. Oggi le si riconosce la capacità di abbassare il colesterolo e i trigliceridi nel sangue e una funzione antisettica sui disturbi dell'apparato respiratorio. vivere in armonia
| inviato da LiberaliPerIsraele il 19/5/2013 alle 16:25 | |
19 maggio 2013
A Gaza chi muore di fame spende 27$ per il pollo fritto americano
non era una 'prigione a cielo aperto' ?
Testata: La Repubblica Data: 17 maggio 2013 Pagina: 17 Autore: Fares Akram Titolo: «Nel tunnel del pollo fritto, così Gaza sogna la normalità»
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Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 17/05/2013, a pag. 17, l'articolo di Fares Akram dal titolo "Nel tunnel del pollo fritto, così Gaza sogna la normalità".  Nei tunnel di Gaza, borse da Kentucky Fried Chicken
Gli abitanti di Gaza chiedono 'normalità' e democrazia. Il contrabbando di pollo fritto rappresenterebbe entrambe le cose ? Se questa è la prima richiesta delle 'vittime' della 'prigione a cielo aperto', forse sarebbe il caso di riflettere su che cosa sia realmente una prigione. Sui media anti israeliani la popolazione di Gaza 'muore di fame', non ha la luce elettrica, è senza soldi. In questo articolo si legge che c'è chi spende 27$ per un cestino di pollo con patate fritte. Non morivano di fame? Questa è la priorità di chi, in teoria, non ha nemmeno la luce elettrica? Perchè i nostri giornaloni non ci raccontano come si vive davvero a Gaza ? Ecco il pezzo: GAZA — Le patatine fritte arrivano mollicce, la croccantezza del pollo è ormai un ricordo. Un cestino da 12 pezzi costa circa 27 dollari, più del doppio di quello che costa dall’altro lato del confine, in Egitto. È fast-food, ma è tutto fuorché fast: ci sono volute quattro ore, qualche giorno fa, perché il pollo fritto ordinato al Kentucky Fried Chicken di el-Arish, in Egitto, arrivasse qui a Gaza, passando per due taxi, un confine internazionale, un tunnel sotterraneo usato per contrabbandare merce varia e un giovane imprenditore che coordina il tutto da un negozietto di Gaza chiamato Yamama (in arabo “piccione”). «Abbiamo il diritto di godere anche noi delle cose buone che mangiano nel resto del mondo», dice l’imprenditore in questione, il trentunenne Khalil Efrangi, che ha avviato la sua attività qualche anno fa, con una flotta di motorini che vanno a prendere il cibo nei ristoranti di Gaza e lo recapitano a domicilio: è il primo servizio di questo genere qui nella Striscia. Nessuna delle grandi catene di fast- food ha una filiale in questo lembo di terra palestinese di 360 chilometri quadrati e 1,7 milioni di abitanti lungo la costa del Mediterraneo, dove restrizioni in entrata e in uscita rendono difficile il passaggio di merci e persone e la disoccupazione è intorno al 32%. I palestinesi dicono che Gaza è sotto assedio da parte di Israele e l’isolamento è una delle cose di cui più si lamentano gli abitanti della Striscia. «La situazione insolita di Gaza genera un modo di pensare insolito nelle persone», spiega Fadel Abu Hin, professore di psicologia all’Università al-Aqsa di Gaza. «Pensano a tutto quello che sta appena dietro il confine, esattamente come il prigioniero che pensa a tutto quello che sta oltre le sbarre». Il professor Abu Hin ricorda che quando Hamas, il gruppo islamista che controlla la Striscia di Gaza, nel 2008 aprì il confine con l’Egitto durante il momento più drammatico dell’assedio israeliano, migliaia di palestinesi si riversarono a el-Arish per comprare medicine e prodotti alimentari di prima necessità, ma anche sigarette, dolciumi e cose di cui non avevano bisogno. Anche dopo che Israele ha allentato le restrizioni sulle importazioni, negli ultimi anni, a Rafah sono spuntati centinaia di tunnel illegali, usati per far entrare nella Striscia armi e persone, ma anche auto di lusso, materiali da costruzione e beni di consumo. E ora anche il pollo fritto. La filiale del Kfc di el-Arish, la cittadina egiziana appena oltre il confine meridionale di Gaza, è stata inaugurata nel 2011. Un’altra è stata aperta a Ramallah, in Cisgiordania. Questo e le onnipresenti pubblicità televisive della Kfc e di altre catene di fast-food, hanno stimolato la passione degli abitanti di Gaza per la ricetta segreta del colonnello Sanders. E così, dopo che Efrangi il mese scorso aveva portato indietro da el-Arish un po’ di pollo fritto per gli amici, le richieste hanno cominciato a fioccare. Nelle ultime settimane, Efrangi ha coordinato quattro consegne a domicilio per un totale di circa 100 pasti, realizzando un profitto di circa 6 dollari a pasto. Pubblicizza il servizio sulla pagina Facebook di Yamama e ogni volta che si raggiunge una massa critica di ordinativi mette in moto un complicato processo di coordinamento con le autorità per far arrivare il pollo fritto. L’altro giorno, dopo che Efrangi aveva fatto 15 ordinativi per telefono e pagato il Kfc di el-Arish con un bonifico, un tassista egiziano è andato a prendere il cibo. Nel frattempo, dall’altro lato del confine, Ramzi al-Nabih, un tassista palestinese, arrivava al checkpoint di Hamas a Rafah. Dal checkpoint, Nabih ha telefonato al suo collega egiziano e gli ha indicato il tunnel che il funzionario di Hamas aveva autorizzato a usare per la consegna. Dopo un po’ lo hanno fatto scendere con un ascensore 10 metri sotto terra e ha percorso a piedi metà del tunnel, lungo 200 metri, finché non ha incontrato due ragazzi egiziani che spingevano un carrello pieno di scatole e cestini di cibo, avvolti nella plastica. Nabih ha dato ai ragazzi l’equivalente di 16,50 dollari circa. Mezz’ora dopo, il cibo è stato caricato nel bagagliaio e sul sedile posteriore della sua Hyundai ed è partito per Gaza City. Arrivati allo Yamama, Efrangi ha distribuito i pasti fra i suoi motociclisti per la consegna a domicilio. Ibrahim el-Ajla, 29 anni, lavora per il servizio idrico di Gaza ed è uno di quelli che hanno ordinato il pollo del Kfc l’altro giorno: ammette che è più buono mangiarlo caldo e appena cucinato nel ristorante, ma dice che probabilmente ripeterà l’esperienza. «L’ho assaggiato in America e in Egitto, e mi manca quel sapore», dice. Il monopolio di Efrangi fra poco potrebbe finire. Adib al-Bakri, che possiede quattro fra Kfc e Pizza Hut in Cisgiordania, dice che ha avuto l’autorizzazione ad aprire un ristorante a Gaza. «Dobbiamo ottenere l’autorizzazione per rifornirci di pollo dagli allevamenti di Gaza secondo i criteri fissati dalla Kfc, dobbiamo assicurarci che lascino passare al confine le friggitrici, dobbiamo fare in modo che gli esperti della Kfc possano venire a Gaza ogni mese per le verifiche di rito», dice Bakri. Bakri non era a conoscenza del servizio di consegna a domicilio di Efrangi e storce il naso a sentire dell’odissea di quattro ore: «Noi, dopo mezz’ora il pollo lo buttiamo », dice.Per inviare la propria opinione a Repubblica, cliccare sull'e-mail sottostante rubrica.lettere@repubblica.it |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 19/5/2013 alle 11:20 | |
18 maggio 2013
Gran Bretagna: fra 10 anni maggioranza musulmana
nell'articolo di Claudio Gallo
Testata: La Stampa Data: 18 maggio 2013 Pagina: 16 Autore: Claudio Gallo Titolo: «Gran Bretagna con meno cristiani, fra dieci anni saranno minoranza»
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Non vorremmo danneggiare il corrispondente da Londra dellaSTAMPA, se ci complimentiamo con lui per l'articolo uscito oggi, 18/05/2013,a pag.16, con il titolo "Gran Bretagna con meno cristiani, fra dieci anni saranno minoranza", il che significa che la maggioranza sarà un'altra, non di difficile identificazione. Una notizia che i nostri lettori conoscevano sin da quando era uscito il libro di Walter Laqueur " Gli ultimi gorni dell'Europa". Per informarsi sul destino dei altri paesi europei, leggere il suo libro, nell'attesa che lo leggano anche i direttori dei giornaloni italiani. Walter Laqueur, Gli ultimi giorni dell'Europa, ed. Marsilio per leggere la scheda di Libri Raccomandati a cura di Giorgia Greco, cliccare sul link http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=44193
 
Walter Laqueur Di questo passo tra vent'anni non resterà nulla, soltanto le croci sovrapposte della gloriosa Union Jack, la bandiera britannica. Una nuova analisi dei dati del censimento 2011 mostra infatti che il numero dei cristiani nel Regno Unito sta inesorabilmente calando. Se il trend resterà lo stesso, già tra dieci anni i cristiani saranno una minoranza tra la popolazione. Continuano a crescere invece i musulmani insieme al loro peso sociale. Impensabile, fino a qualche anno fa, quello che è successo nel piccolo comune di Radstock nel Sommerset, dove un consigliere laburista ha fatto votare un provvedimento per togliere la bandiera di San Giorgio (bianca con la croce rossa) «perché faceva pensare alle crociate e poteva offendere i musulmani». Da notare che a Radstock, su 5.920 abitanti, gli islamici sono soltanto 16. In questo secolo, il fardello l'uomo bianco lo usa per picchiarsi sulla testa. Il censimento del 2011 sosteneva che il numero delle persone che si dicono cristiane in Inghilterra e nel Galles era calato del 10 per cento, 4,1 milioni di persone in meno in dieci anni. Le nuove analisi dell'ufficio delle statistiche governativo ha scoperto però che i cristiani propriamente inglesi sono calati molto più drammaticamente di quanto non indicasse quella cifra. A mascherare la realtà hanno contribuito i molti emigrati dai Paesi dell'Est, come la Polonia, o dall'Africa (1,2 milioni), che hanno rimpolpato i ranghi cristiani. Quindi, per la prima volta, nel prossimo decennio probabilmente soltanto una minoranza si dichiarerà seguace della fede del Cristo. Contemporaneamente il numero dei musulmani in Inghilterra e Galles è aumentato del 75 per cento, spinto dall'arrivo di almeno 600.000 stranieri. Inoltre, mentre la metà del popolo del Corano ha meno di 25 anni, quasi un quarto dei cristiani ha più di 63 anni. David Coleman, professore di demografia a Oxford, ha detto al Telegraph: «E un cambiamento davvero sostanziale. Mi chiedo quanto rifletta un cambiamento generale in una società dove è percepito sempre più come cosa normale dire che non si segue nessuna religione o non si è cristiani». I fedeli della religione laica già chiedono che lo Stato si spogli dei vecchi e superati simboli cristiani Per inviare alla Stampa la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante lettere@lastampa.it |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/5/2013 alle 19:9 | |
18 maggio 2013
Immigrazione: come fermare i Kabobo
Commento di Vitaliano Bacchi
Testata: Informazione Corretta Data: 18 maggio 2013 Pagina: 1 Autore: Vitaliano Bacchi Titolo: «Immigrazione: come fermare i Kabobo»
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Immigrazione: come fermare i Kabobo Commento di Vitaliano Bacchi   
Vitaliano Bacchi Una politica seria e razionale di contenimento dell'immigrazione clandestina è esigenza che si pone per tutti gli stati esposti al pericoloso fenomeno e non è nemmeno segno di razzismo o xenofobia perchè l'interesse che si deve tutelare non è l'integrità della stirpe o la purezza della razza, concetto che va bene per i cani ed i cavalli e non per gli esseri umani, bensì le ragioni di salute pubblica e di politica criminale che si iscrivono in una situazione come quella italiana attuale. Kabobo ha ucciso tre persone a Milano col piccone e avrebbe voluto moltiplicare la strage, perchè la sua intenzione omicida e criminale, già nota per precedenti crimini che lo avevano fatto incarcerare, è stata solo fortunosamente fermata. Ha dichiarato dopo l'arresto di avere obbedito a 'voci cattive' che gli hanno imposto di uccidere, simulando in tal modo una sindrome schizofrenica in atto, tipica patologia con allucinazioni uditive di tipo omicida, ma non siamo certi se la soluzione schizoide gli sia stata suggerita dal difensore d'ufficio per chiudere il processo con una sentenza di incapacità di intendere e di volere e quindi un successivo ricovero ospitalizio criminale per qualche anno, dove Kabobo potrà lavarsi sfamarsi e curarsi a spese dell'erario, oppure se la soluzione delle voci l'abbia appresa altrove. Quello che è certo è che si tratta di una scelta difensiva giudiziaria non di un referto medico: Kabobo proviene da terre remote del centroafrica, di condizioni primitive e tribali, nelle quali la dissociazione criminale schizoide non esiste, trattandosi di psicopatologia di impatto sociale e non organico, per la quale la condizione tribale ne esclude il manifestarsi in difetto di sufficienti presupposti sociali di evento. In Australia non sbarca clandestinamente nessuno, nero bianco o giallo che sia. In Israele il fenomeno dello sbarco clandestino è sconosciuto. Sono grandi democrazie, non regimi fascisti o totalitari. In Italia invece sta arrivando tutta l'Africa, con flussi migratori clandestini all'interno dei quali i Kabobo non sono la maggioranza, ma non sono nemmeno un caso, come dimostra la cronaca giudiziaria criminale e speriamo che il campionario che arriva qui non rappresenti tutte le componenti etniche e antropoidi di quel continente, nel quale la lebbra o morbo di Hansen, il cannibalismo e la violenza dei riti di sangue sono un retaggio ed una irrisolta propensione culturale: i rivoltosi siriani che mangiano il cuore dell'avversario e i massacri libici del fine Gheddafi ne sono un esempio.
Mai sentito un politico di quelli che governano, o che comunque contano, prendere la parola in televisione o in campagna elettorale sul punto e spiegare agli italiani come la classe dirigente pensi di risolvere questo flagello; nessuno che corra il rischio di essere definito razzista o nazista o xenofobo, tutti invece a vagheggiare soluzioni chimeriche e inconsistenti al solo sentirle, tanto per evitare di confessare concretamente di non avere il coraggio di dire basta alla invasione dei barbari, perchè questa è la realtà. Il rischio in queste condizioni è che si affermino come alternative e rimedi a questo disastro le politiche mitteleuropee dello “auslander raus”, quelle di leaders come Haider, che chiudono le frontiere per preservare la purezza ariana dello Osterreich non tanto dalla migrazione africana, quanto dal resto del mondo, sia quello slavo che quello mediterraneo, considerati nella tradizione xenofoba del 'geist' tedesco fonte di magliari o predatori sanguinari e quindi fattori di squilibrio sia sociale che razziale. E quindi esclusi, tenuti fuori. Se si vuole regolamentare coi mezzi propri di una democrazia il flusso migratorio clandestino, occorre anzitutto riferirsi ai modelli già operanti presso altre grandi democrazie, come appunto Israele o Australia. L'avvicinamento alla costa di un convoglio sconosciuto e la sua entrata non autorizzata in acque territoriali, resta pur sempre una questione di capitaneria costiera fino alla diffida della medesima autorità costiera a fermarsi e farsi identificare. Dopo la diffida e la sua inosservanza da parte dell'invasore, perchè chi approda in queste forme nient'altro è che un invasore, e la sua prosecuzione verso costa, l'affare non è più amministrativo o giudiziario: è militare, perchè l'invasione di un territorio estero da parte di clandestini è un atto di guerra, non una violazione giuridica. Se la situazione è questa, il modello da copiare è quello adottato da chi la guerra la sa fare perchè lo hanno costretto a impararla e divenirne maestro per poter sopravvivere: Israele. Con la strategia di Mavi Marmara, ha dimostrato che si può contenere il flusso migratorio, l'assalto clandestino, senza sparare un colpo, da terra. Perchè quando sono stati sopra il convoglio con gli elicotteri tanto per capire se sulla barca c'era l'atomica, la mitraglia o il lebbroso, ad attaccare in armi sono stati gli altri e per i soldati d'Israele, come per tutti i soldati del mondo, rispondere ad armi con armi è la prima regola di guerra. Sopratutto di quella dichiarata dagli altri. http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90 |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/5/2013 alle 15:9 | |
18 maggio 2013
Uno stato senza musulmani
Commento di Mordechai Kedar
(Traduzione dall'ebraico di Sally Zahav, Giovanni Quer)  
Mordechai Kedar
 Ma non il Giappone
Nel mondo e specialmente in Europa ci sono Paesi che stanno attraversando cambiamenti culturali radicali dovuti all'immigrazione islamica. Francia, Germania, Belgio e Paesi Bassi sono esempi di destinazione dell'immigrazione islamica, dove si sono insediate comunità che grazie al tasso di crescita elevato stanno influenzando tutti i settori sociali. C'è però un Paese la cui posizione ufficiale sulla questione islamica è radicalmente differente: il Giappone. I politici arabi non muovono pressoché alcuna critica al Giappone, e così i giapponesi non si esprimono sui Paesi islamici. Le relazioni tra il Giappone e i Paesi islamici sono basate su interessi ben definiti, che hanno a che fare con il petrolio e il gas, che il Giappone importa dagli Stati islamici. La politica ufficiale giapponese è di non concedere la cittadinanza agli immigrati musulmani e di concedere raramente permessi di soggiorno permanenti. Il Giappone vieta il proselitismo (in arabo, da'wah), considerato un tentativo di diffusione di una cultura straniera e non benvista. Poche università insegnano l'arabo. È anche difficile importare stampe del Corano, e gli immigrati di religione islamica sono di solito dipendenti di imprese straniere. In Giappone ci sono pochissime moschee. In generale, la politica immigratoria è di non permettere l'entrata nel Paese ai musulmani, anche se sono medici, ingegneri o manager inviati da imprese straniere presenti sul territorio. La società giapponese si aspetta che i musulmani residenti in Giappone preghino in casa. Le imprese giapponesi intenzionate ad impiegare stranieri specificano nelle offerte di lavoro che non sono interessate a candidati musulmani. Un musulmano che arriva in Giappone incontra serie difficoltà nella ricerca di una casa, e quelli che riescono ad affittare un alloggio sono solitamente oggetto di un invadente controllo sociale da parte dei vicini. Il Giappone proibisce inoltre la formazione di organizzazioni islamiche, e la costituzione di una moschea o di una scuola islamica è quasi impossibile: a Tokyo c'è un solo imam. Al contrario di quanto accade in Europa, ben pochi giapponesi sono attratti dall'Islam. Una ragazza giapponese che si sposa con un musulmano è allontanata dalla famiglia e emarginata dalla società. In Giappone non si applica in alcun modo la shari'a, la legge islamica; si può trovare cibo " halal ", cioè conforme alle norme alimentari islamiche, benché sia difficile trovarlo nei supermercati. Le relazioni coi musulmani in Giappone si possono esprimere significativamente anche in numeri: in Giappone ci sono 127 milioni di abitanti, ma solo una minima percentuale di musulmani, che ammonta a qualche decina di migliaia; inoltre sono pochissimi i casi di conversione all'Islam dei giapponesi. Ci sono immigrati musulmani che lavorano in Giappone, perlopiù pachistani, che sono riusciti ad ottenere un visto di lavoro come dipendenti di imprese edili, ma mantengono un profilo molto basso per l'atteggiamento ostile della società giapponese nei confronti dell'Islam. L'ostilità verso l'Islam in Giappone ha diverse alcune ragioni: I giapponesi tendono a generalizzare le considerazioni sull'Islam, considerando i musulmani dei fondamentalisti che non riescono a liberarsi dalle visioni tradizionaliste e adottare sistemi di vita moderni. L'Islam in Giappone è considerato una religione sospetta, da cui tenersi alla lontana. La maggior parte dei giapponesi non ha affiliazione religiosa, benché i membri delle alte sfere del paese si conformino a pratiche religiose scintoiste e buddiste. In Giappone, la religione è legata ai principi nazionali, con dei pregiudizi sugli stranieri, in particolare cinesi, coreani, malaysiani, indonesiani e in fondo anche sugli occidentali. Alcuni definiscono questo atteggiamento una "consapevolezza nazionale sviluppata", mentre altri lo considerano una forma di razzismo—in entrambi i casi non ci si sbaglia di molto. I giapponesi non riconoscono il monoteismo né la fede in una divinità astratta, forse perché il loro mondo di idee è legato alla materia, non alle credenze e ai sentimenti. Sembra anche che associno il giudaismo all'Islam. Il Cristianesimo, per contro, non è percepito negativamente, probabilmente per l'immagine di Gesù che è considerata allo stesso modo dell'immagine di Buddha. Ciò che è ancora più interessante è il fatto che i giapponesi non ritengono di doversi scusare per le relazioni negative con l'Islam. Riescono a distinguere molto bene tra gli interessi economici legati al petrolio, che costringe il Giappone a relazioni amichevoli con i Paesi musulmani, e i principi nazionali giapponesi che considerano l'Islam adatto ad altri Paesi e che quindi deve rimanere fuori dal Giappone. Il temperamento mite dei giapponesi, la serenità e la tranquillità che mostrano agli stranieri, fanno sì che si adotti un atteggiamento cortese e rispettoso verso di loro. Un diplomatico giapponese non alzerà mai la voce, e non parlerà mai chiaramente della presenza di stranieri, guadagnandosi il rispetto internazionale, benché siano razzisti e nonostante discriminino gli immigrati musulmani. Ciò che rende il Giappone un paese quasi senza presenza islamica è il fatto che l'ostilità verso l'Islam è comune a tutta la popolazione, dall'uomo di strada alle associazioni, dalle imprese fino alle élite. In Giappone non ci sono, come in altri Paesi, organizzazioni per i "diritti umani" che operano come agenzie di supporto ai musulmani contro la posizione del governo. In Giappone non ci sono organizzazioni malavitose che trafficano in clandestini illegali per guadagnare qualche yen, e non c'è quasi nessuno che dia aiuto legale agli immigrati musulmani per far avere loro il permesso di soggiorno, la residenza o la cittadinanza. Un altro elemento che previene l'immigrazione islamica in Giappone è l'atteggiamento dei giapponesi nei confronti dei lavoratori stranieri, che non sono bene accetti perché rubano il lavoro ai giapponesi. Un datore di lavoro giapponese si sente in dovere di assumere giapponesi anche se questo gli viene a costare di più. Inoltre, il rapporto tradizionale tra datore di lavoro e impiegato è molto più forte che in Occidente, poiché entrambi si sentono legati l'uno all'altro: il datore sente che deve dare di che vivere al lavoratore, e il lavoratore sente che deve presentare al proprio capo i frutti del proprio lavoro—il che allontana potenziali impiegati stranieri con bassa motivazione al lavoro. Il consenso sociale e politico contro l'immigrazione islamica ha creato una cortina di ferro attorno al Giappone che i musulmani non riescono a valicare e che previene qualsiasi critica internazionale, poiché nessuno in Giappone si convincerebbe ad aprire le porte del paese all'immigrazione islamica.
Il Giappone dà un insegnamento importante al mondo: c'è un legame diretto tra la coscienza nazionale e la politica immigratoria. Un popolo con un'identità nazionale e culturale ben definita non permette l'ingresso a tutti i disoccupati del mondo; allo stesso modo un popolo con un'identità nazionale e culturale debole non ha mezzi di difesa contro l'invasione di una cultura straniera nel proprio paese. Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi. Link: http://eightstatesolution.com/ Collabora con Informazione Corretta. http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
| inviato da LiberaliPerIsraele il 18/5/2013 alle 12:40 | |
17 maggio 2013
Fantascienza ? Mica tanto
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
Cari amici, ho fatto un sogno. Un sogno bellissimo, anche se a tratti non chiarissimo. Bellissimo. Ho sognato la pace, shalom, salaam, insomma avete capito, la pace in Medio Oriente. Ve lo racconto, per come me lo ricordo. In Israele finalmente arrivava un governo buono. Lo presiedeva qualche reduce dei governi degli anni Novanta, un socialista vero, uno di Meretz. Ne facevano parte, laburisti, tutta la sinistra, per la prima volta i partiti arabi. La prima decisione era di congelare le costruzioni nelle “colonie” e di sgomberare tutti gli “avamposti”. Ne venivano fuori scontri molto duri, con parecchi morti fra gli ebrei che vi abitano. Ma non importa, il mondo giubilava, Obama era molto contento, le trattative sarebbero subito iniziate. Peccato che l'Anp chiedesse anche la liberazione di tutti i “detenuti politici” nelle carceri israeliane. Nonostante il lutto dei parenti delle vittime, il governo decideva che vabbè, sì, li liberava tutti. Entusiasmo a Ramallah, lanci di missili da Gaza, rapimenti di soldati israeliani al Nord da parte di Hezbollah. Il governo decideva di non rispondere, per non rovinare il processo di pace. Che era ancora bloccato, perché i palestinesi volevano la consegna dei generali e dei ministri della difesa del passato per processarli per crimini di guerra. Il governo rifiutava, ma alla fine ci si accordava per spedirli al tribunale internazionale dell'Aia. Avrebbero deciso loro, beninteso secondo il meglio e la giustizia. Si preparava una corte internazionale presieduta dal giudice Goldstone e composta dall'ex consulente dell'Onu Falk da giudici iraniani, venezuelani, libanesi. C'era anche un italiano, che aveva fatto il sindaco di Napoli, tal De Magistris, senza dubbio molto neutrale, tant'è vero che aveva ospitato a suo tempo con tutti gli onori la flottiglia per Gaza. Finalmente iniziavano le trattative. L'anp chiedeva il rientro dei rifugiati e la sovranità integrale di tutti i territori oltre la linea verde, inclusa Gerusalemme vecchia e tutte le “colonie”. Da cui i “coloni” avrebbero avuto un mese di tempo per uscire. Come il grande presidente Abu Mazen aveva spesso dichiarato, la Palestina doveva essere Judenrein. Obama premeva perché si facesse quel che era giusto e non si tornasse ai vecchi tempi di Netanyahu. Il governo buono decideva di dare immediatamente ai palestinesi tutta la Giudea e la Samaria con esclusione dei grandi blocchi di insediamenti, su cui si sarebbe discusso in seguito. L'autorità palestinese incominciava a sgomberare con la forza i piccoli insediamenti, inclusi quelli sul Giordano. L'esercito israeliano si era ritirato e assisteva senza intervenire ai combattimenti fra i “coloni” e la polizia palestinese, nel frattempo armata con mezzi pesanti dalla Russia e dalla Cina. Ci furono parecchie migliaia di morti, ma alla fine i buoni palestinesi riuscivano a ripulire dagli ebrei il loro territori. L'Europa acclamava ammirata a questa realizzazione, che neanche Hitler era riuscito a completare. La Chiesa pregava per la pace. L'Iran minacciava di usare la sua bomba atomica in caso di reazione israeliana, ma purtroppo o per fortuna era troppo impegnato a difendersi da una guerriglia sunnita per occupare una parte attiva Nel frattempo si verificavano altri eventi. L'Onu imponeva a Israele di consegnare tutte le armi nucleari, pena un embargo totale. La Turchia di conseguenza imponeva il blocco navale a Israele. Obama dichiarava che avrebbe certamente sempre difeso Israele, ma per il momento era troppo occupato a risolvere i suoi problemi interni e faceva sapere che se ne sarebbe occupato appena possibile, fra un anno o due. Le trattative coi palestinesi erano arenate sulla richiesta del rientro di tutti i rifugiati nel territorio israeliano. I costi dei biglietti aerei per uscire da Israele erano saliti alle stelle, anche perché in appoggio all'esercito palestinese (ex polizia) erano arrivati i guerriglieri islamici reduci dalla Siria, che dalle alture della Samaria bombardavano regolarmente l'areoporto e anche Tel Aviv, dove avevano abbattuto anche un paio di grattacieli, “come vendetta per la diffamazione delle Twin Towers”. Del resto sulla città arrivavano anche i razzi da Gaza. Al Nord, l'esercito della Nuova Siria libera aveva riconquistato senza colpo ferire il Golan e bombardava Tiberiade e la Galilea. Obama faceva appello al senso di moderazione del governo israeliano, che era ben deciso a non passare dalla parte del torto usando forze sproporzionate. In Europa i sindacati e i partiti della sinistra tenevano grandi manifestazioni per la pace; ma la testa era delle organizzazioni islamiche, che inneggiavano alla vittoria dell'Islam. I più pacifisti fra gli europei riprendevano uno slogan lanciato qualche anno prima da alcuni deputati socialisti olandesi (o belgi, nel sogno non ricordavo): Hamas, Hamas, ebrei al gas. In effetti Hamas prendeva il potere anche a Ramallah e si metteva decisamente alla testa della rivoluzione islamica che doveva liberare definitivamente la Palestina e la lotta si estendeva anche a Sud, con un esercito egiziano che entrava nel Negev. Fin qui la parte pacifica del sogno. Poi sono arrivate delle storie più complicate, che non ricordo bene. Credo che ci sia stata una riscossa dei cattivi alla Knesset, dopo che un bombardamento sbagliato (o no?) aveva fatto fuori quell'Allende israeliano, il presidente del consiglio di sinistra che aveva provocato tutta questa meravigliosa storia di pace. Insomma, gli israeliani hanno incominciato, pensate un po', a volersi difendere, e a quel punto la pace è finita e purtroppo il mio sogno anche. Non so come questa storia sia finita, perché i sogni non sognati nessuno li conosce. Non posso trarne una morale. Voglio solo dire: che bel sogno è la pace, com'è semplice e facile sognarla: una colomba, una bandiera arcobaleno e via: tutti vivremo più felici e più buoni. Anzi più felici perché più buoni.  http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/5/2013 alle 21:43 | |
17 maggio 2013
Farhud: il pogrom dimenticato del 1941 in Iraq
| Di Zvi Gabay | A Shavuot, la festa ebraica che quest’anno si inizia a celebrare dalla sera di martedì, gli ebrei iracheni ricordano il 72esimo anniversario del pogrom Farhud: i tumulti del 1941 in cui vennero massacrate fra 150 e 180 persone e altre migliaia ferite, mutilate, violentate. Il Centro per il Retaggio dell’Ebraismo Babilonese (iracheno), a Or Yehuda (Israele), ha catalogato i nomi delle vittime, mentre in tutto il mondo gli ebrei iracheni ricordano quei terribili disgraziati eventi così simili alla Notte dei Cristalli di tre anni prima in Germania. I tumulti Farhud (in arabo “espropriazione violenta”) videro protagonista una folla che era stata aizzata alla violenza e si tradussero, per la comunità ebraica irachena, nella perdita di ogni fiducia nel paese che avevano considerato casa loro per millenni: quella comunità di circa 140mila ebrei è oggi ridotta a pochi sparsi individui. Gli ebrei iracheni vennero perseguitati senza nessuna ragione evidente. Gli ebrei, che avevano vissuto in Iraq per 2.500 anni, non stavano sovvertendo il paese dall'interno, come gli arabi palestinesi che in quello stesso periodo combattevano contro le comunità ebraiche e poi contro lo Stato di Israele. In effetti, in quegli anni gli ebrei furono bersaglio di ostilità e persecuzioni praticamente in ogni paese arabo in cui vivevano, e non solo in Iraq. Centotrentatre ebrei vennero uccisi in Libia quando in quel paese nord-africano le violenze anti-ebraiche raggiunsero il culmine nel novembre 1945. Ad Aden, nello Yemen, un centinaio di ebrei vennero assassinati nel novembre 1947. In Egitto gli ebrei vennero buttati fuori dalle loro case ed espulsi dal paese. Nonostante tutta l’attenzione internazionale prestata alla “Nakba” palestinese, ben poco è stato detto sulla grave sopraffazione patita dagli ebrei dei paesi arabi. È vero che la storia non è una gara fra tragedie, ma è importante far conoscere la pulizia etnica che infuriò in tutte le nazioni arabe. Le dimensioni della tragedia furono pesanti: circa 850mila ebrei furono costretti a fuggire dalle loro case nei paesi arabi, a fronte dei 650mila profughi palestinesi. Eppure, per ragioni che non è facile capire, lo stesso governo israeliano non ha ancora posto la catastrofe che colpì gli ebrei arabi in cima alla sua agenda, interna e internazionale. Gli ebrei nei paesi arabi vennero perseguitati prima che fosse dichiarata l’indipendenza d’Israele. Gli storici Edwin Black, Shmuel Moreh e Zvi Yehuda hanno pubblicato una ricerca che mette in luce i legami fra il governo filo-nazista dell’allora primo ministro iracheno Rashid Ali al-Gaylani e il Terzo Reich in Germania. L’Iraq applicò contro gli ebrei normative discriminatorie che investivano ogni aspetto della vita quotidiana, e poi istigò la folla alla violenza fisica contro gli ebrei. Il pogrom Farhud del 1941 fu il culmine di questo processo. La fusione di un nazionalismo venato di xenofobia e di contagiosi sentimenti antisemiti creò una realtà impregnata di odio verso l’ebreo. L’ambasciatore di Germania in Iraq, Fritz Grobba, fu pronto a fomentare quest’attitudine, mentre il leader palestinese Haj Amin al-Husseini, fuggito dalla Palestina perché ricercato dagli inglesi, trovava in Iraq un’arena ideale per le sue attività anti-ebraiche. L’atmosfera brutalmente anti-ebraica culminò nell'impiccagione di Shafiq Ades, un facoltoso uomo d’affari ebreo, nella piazza centrale di Bassora, mentre l’aria era carica di trasmissioni radio anti-ebraiche e incendiari discorsi dal podio dell’Onu. Infine, senza altra possibilità di scelta, gli ebrei dell’Iraq raccolsero le loro cose e abbandonarono il paese, quell'Iraq che loro più di altri avevano fatto entrare nell'era moderna. Si lasciarono alle spalle i beni privati e tutte le proprietà delle loro antiche comunità, compresi i luoghi venerati come sepolture dei profeti Ezechiele, Giona, Naum di Alqoshi ed Esdra lo Scriba, delle quali si impossessò il governo iracheno. Vi furono naturalmente iracheni che si rifiutavano di giustificare le aggressioni contro la popolazione ebraica, ma furono zittiti. Gli ebrei divennero il capro espiatorio del conflitto fra sunniti e sciiti, proprio come oggi Israele si trova in mezzo al conflitto fra Iran e arabi. Se ancora oggi gli ebrei si fossero trovati in numero significativo nei paesi arabi, è del tutto ragionevole supporre che le loro comunità sarebbero state devastate nelle recenti rivolte in Egitto, Libia, Tunisia, Yemen e in Siria. Il numero di ebrei con alle spalle una vicenda di vita nei paesi arabi si sta fatalmente assottigliando di anno in anno. È giunto il momento di commemorare il loro retaggio in Israele, di impedire che abbia il sopravvento la propaganda araba, abbracciata da coloro che negano che pogrom arabi anti-ebraici abbiano mai avuto luogo, analogamente alla minaccia posta dai negazionisti della Shoà. Quanto prima Israele si impegnerà a preservare l’eredità degli ebrei arabi riconoscendone ufficialmente il carattere di vittime, tanto più rapidamente potrà migliorare la sua posizione interna e internazionale. Inoltre, custodendo questo pezzo di storia ebraica Israele può rafforzare le voci moderate nel mondo arabo, specialmente quelle provenienti da intellettuali che hanno riconosciuto una catastrofe mediorientale che vide vittime gli ebrei, e non solo i palestinesi. Allo stesso tempo, i dirigenti palestinesi dovrebbero smettere di coltivare nella loro gente l’illusione del cosiddetto “diritto al ritorno”, in modo che la tragica ruota della storia non abbia a rigirare su se stessa.
(Da: Israel HaYom, 13.5.13)
Nella foto in alto: profughi ebrei dall'Iraq al loro arrivo in Israele
Si veda (in inglese):
The Farhud http://www.ushmm.org/wlc/en/article.php?ModuleId=10007277
JIMENA (dedicated to educating and advocating on behalf of the 850,000 Jewish refugees from the Middle East and North Africa) http://www.jimena.org/
Justice for Jews from Arab Countries http://www.justiceforjews.com
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/5/2013 alle 14:33 | |
17 maggio 2013
«Sono un soldato israeliano, e ne sono fiero». Il rap del soldato che le canta agli amici dei nemici di Israele

Proponiamo in questa pagina il link al filmato (prodotto dallo staff del sito satirico israeliano Latma) della performance di un gruppo di riservisti israeliani, accompagnato dalla traduzione del testo della canzone, caratterizzato dalla carica dissacrante e “politicamente scorretta” tipica della cultura musicale RAP (acronimo di Rhythm And Poetry, che si potrebbe tradurre “rime ritmate”).
Per il video (con sottotitoli in inglese): http://www.youtube.com/watch?v=S-VzAWJ1yK4 oppure (con sottotitoli in ebraico): http://www.latma.co.il/Elatmatv.aspx?ItemId=2
TESTO
[in inglese] Forza, dì pure che sono un criminale di guerra Dai, stronzetto, è per questo che sei qui Fai una foto, la puoi manipolare se vuoi Devo assumere un’espressione terrificante? Altri più grossi di te sono stati qui, e sono scomparsi Per non dire dei più furbi, ma non ci vuole molto E allora inganna gli ingenui Qualunque cosa tu riesca a fare e per quanto tu possa mentire Non sei che polvere sulla mia manica Questo è il mio paese da 4.000 anni Cioè da prima che la tua bis-bisnonna portasse i pannolini e frignasse Apri un libro, non è un grande mistero Anche se sono certo che sei stato bocciato in storia Quando non puoi usare la forza ricorri all’imbroglio Ma francamente, pidocchio, non me ne frega niente Della tua opinione da ignorante o di quello che pensi di me Io sono un soldato israeliano e ne sono fiero
[in ebraico] Vivo alla giornata E continuo per la mia strada Un giorno dopo l’altro Niente cambia da queste parti L’orologio continua a ticchettare E presto spunterà il domani E torniamo sempre alla buona vecchia banda Io non ho un’altra patria
[in inglese] Lascia che ti dica ora che cosa condannare Le dieci piaghe Penso che Mosè dovrebbe essere portato alla Corte dell’Aja Lascia andare la mia gente: Dichiarazione piena di presunzione Ulcere e grandine: Questo sì che è un crimine contro l’umanità Il nome di questo posto – Giudea – ti dice niente? Spegni la fotocamera e fai lavorare i neuroni Due più due, lo so, per te è difficile Quindi esagera, manipola, non me ne frega un c…… E adesso passa alla Samaria, che tu chiami AP Il posto di re David e di tutti i profeti e, guarda un po', anche Gesù è stato qui ma, mi spiace dirtelo, Ho sentito delle voci terribili, dicono che fosse ebreo Dunque non lasciare che io ti interrompa Fai il lavoro per cui sei stato assunto Con le tue organizzazioni mi hai davvero stufato La morale è che, per quanto sgradevole sia, Io sono un soldato israeliano e ne sono fiero
[in ebraico] Vivo alla giornata E continuo per la mia strada Un giorno dopo l’altro Niente cambia da queste parti L’orologio continua a ticchettare E presto spunterà il domani E torniamo sempre alla buona vecchia banda Io non ho un’altra patria
[in inglese] Questa volta non me ne andrò E’ inutile Ne ho avuto abbastanza Delle tue distorsioni e dei tuoi abusi Ogni volta arrivi in una forma e un travestimento diversi Purezza della razza, diritti umani, tutte bugie E allora scrivi, mordi, fomenta, a me sta bene Fai il tuo lavoretto e io continuerò a fare il mio Dalle montagne della Galilea, dal deserto al mare Io sono un soldato israeliano, e ne sono fiero
[in ebraico] Vivo alla giornata E continuo per la mia strada Un giorno dopo l’altro Niente cambia da queste parti L’orologio continua a ticchettare E presto spunterà il domani E torniamo sempre alla buona vecchia banda Io non ho un’altra patria
Si veda anche Il soldato israeliano che "suona" il suo blindato. Per il video: “No More War Concerto” (Il concerto: basta guerra): http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=Pf2zm9j5iig#!
| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/5/2013 alle 10:11 | |
17 maggio 2013
Famoso erudito islamico a Gaza: «La Palestina non è mai stata ebraica»
| Di Khaled Abu Toameh | Yusuf al-Qaradawi, uno dei più famosi eruditi islamici egiziani, presidente dell'Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, ha dichiarato giovedì che “la Palestina non è mai stata una patria ebraica”, ed ha aggiunto che i musulmani non faranno mai alcuna concessione né riconosceranno Israele. “La Palestina – ha sostenuto Al-Qaradawi – era e resterà araba e musulmana. La patria non si vende per denaro”. Arrivato a Gaza la sera di mercoledì alla testa di una delegazione di cinquanta studiosi islamici provenienti da quattordici paesi, Al-Qaradawi ha parlato in questi termini durante un incontro con esponenti del “governo” di Hamas nella striscia di Gaza, ed ha aggiunto che i musulmani sono in guerra col sionismo “che pretende di essere ebraico, ma è ben lungi dall'esserlo”. Secondo Al-Qaradawi, “il sionismo vuole divorare la terra accampando falsi pretesti”, e ha spiegato: “La Palestina non è mai stata ebraica”, aggiungendo che è proibito ai musulmani cedere diritti sulle loro terre. I palestinesi della striscia di Gaza, ha continuato Al-Qaradawi, “rappresentano tutta la nazione islamica che conseguirà la vittoria e ripristinerà i propri diritti”. Ed ha concluso dicendo che i palestinesi torneranno alle loro case di un tempo, all'interno di Israele, e che la delegazione da lui guidata nella striscia di Gaza rappresenta tutti coloro che “amano la Palestina, Gaza, la fermezza e la jihad [guerra santa]”. Dal canto suo, il “primo ministro” di Hamas Ismail Haniyeh ha ribadito, durante l’incontro con gli studiosi islamici, che il suo movimento non farà concessioni sui “diritti dei palestinesi”. “Non cederemo un solo centimetro della terra di Palestina – ha dichiarato Haniyeh – La terra è nostra, Gerusalemme è nostra e Dio è con noi”. Haniyeh ha omaggiato Al-Qaradawi conferendogli la “cittadinanza palestinese” e un passaporto. Hamas ha accolto con entusiasmo la visita della delegazione guidata da Al-Qaradawi definendola un evento “storico”, mentre l'Autorità Palestinese ha criticato lo studioso per le sue posizioni controverse a sostegno dei fondamentalisti islamici.
(Da: Jerusalem Post, 9.5.13)
Nell'immagine in alto: Tutta la pubblicistica irredentista araba, islamica e palestinese mostra graficamente le mappe della cancellazione di Israele dalla carta geografica
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 17/5/2013 alle 6:11 | |
16 maggio 2013
“Io sono un profugo”. La nuova campagna israeliana per far conoscere le vicende degli ebrei cacciati dai paesi arabi.
Il Ministero degli esteri israeliano ha lanciato una nuova campagna internazionale intitolata “Io sono un profugo”. La campagna, condotta dal vice ministro degli esteri Danny Ayalon, viene presentata in tre lingue (ebraico, arabo e inglese) e mira ad accrescere la consapevolezza, a livello internazionale, delle vicende di un gruppo di profughi ben poco noto: gli ebrei cacciati dai paesi arabi. Molti ebrei che vivevano da generazioni nei paesi arabi vennero costretti ad abbandonare case e beni sulla scorta di una serie di violenze anti-ebraiche scoppiate nei paesi arabi in seguito alla dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele, spesso istigate o tollerate delle autorità. Tra il 1948 e il 1952, almeno 856.000 ebrei dei paesi arabi divennero profughi. La campagna “Io sono un profugo” viene condotta on-line, e in particolare su Facebook. Sulla pagina Facebook si potranno trovare storie personali di israeliani originari di paesi arabi, che vennero espulsi dalle loro abitazioni e dal paese dove erano nati dopo che tutte le loro proprietà erano state confiscate e i loro diritti cancellati dai rispettivi governanti. “E’ giunto il momento di correggere una perdurante ingiustizia storica che riguarda metà della popolazione israeliana – spiega il vice ministro Ayalon – Abbiamo iniziato con sessantaquattro anni di ritardo, ma non è troppo tardi. Nell'interesse di una autentica riconciliazione con i nostri vicini palestinesi, la questione dei profughi ebrei deve trovare soluzione”. Secondo il giornale pan-arabo edito a Londra Al-Hayat, la campagna guidata dal vice ministro degli esteri ha scatenato una tempesta di reazioni nel mondo arabo, a cominciare da Autorità Palestinese, Giordania, Algeria ed Egitto. Ayalon invita tutti i profughi ebrei dai paesi arabi e i loro discendenti ad aderire alla campagna caricando sulla pagina Facebook le loro storie personali, raccontate per iscritto o in video ed eventualmente accompagnate da documenti, fotografie ecc. “Raccontate al mondo la vostra vicenda, che è parte integrante della storia del popolo ebraico e della rinascita dello Stato d’Israele”, esorta Ayalon. La prossima fase della campagna sarà un convegno internazionale di giuristi ed esperti, da tenersi a Gerusalemme in settembre sotto gli auspici del Ministero degli esteri, del Ministero dei pensionati e del Congresso Mondiale Ebraico. È poi in programma una conferenza a fine settembre a New York, in concomitanza con la riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, durante la quale verranno presentate le storie personali raccolte sulla pagina Facebook.
(MFA,
| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/5/2013 alle 20:32 | |
16 maggio 2013
Muhammad Al-Dura: il ragazzino che forse non è mai stato ucciso Un’indagine israeliana confermerebbe i peggiori sospetti sul famoso video di “France 2”
| Di Ben Caspit | Qualcuno si ricorda di Muhammad Al-Dura? È il dodicenne di Gaza che sarebbe stato ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante uno scontro a fuoco all'inizio della seconda intifada, mentre gridava, rannicchiato dietro a suo padre Jamal. Divenne il più potente simbolo della lotta palestinese (e della “malvagità” israeliana): il suo nome riecheggia ancora oggi in tutto il mondo. In un primo momento Israele non negò che le sue forze potessero aver accidentalmente colpito e ucciso Al-Dura, rimasto intrappolato nel fuoco incrociato di un aspro scontro fra miliziani palestinesi e soldati israeliani all'incrocio di Netzarim (nella striscia di Gaza) il 30 settembre 2000. In seguito a una prima inchiesta, tuttavia, la versione ufficiale delle Forze di Difesa israeliane si modificò: i soldati non potevano aver colpito il ragazzino dalla posizione in cui si trovavano. Ma era troppo tardi: il racconto della sua uccisione per mano israeliana aveva ormai fatto il giro del mondo, oggi diremmo che si era diffusa in modo “virale”. Da allora sono trascorsi tredici anni durante i quali sono state avanzate varie teorie e alcune tesi del complotto, compresa quella secondo cui il piccolo Muhammad Al-Dura non sarebbe stato nemmeno ferito. Pochi giorni fa, il parlamentare israeliano Nachman Shai (laburista) ha incontrato il ministro della difesa Moshe Ya’alon per consegnargli una copia del suo nuovo libro “Media War Reaching for Hearts and Minds” (La guerra mediatica che arriva a cuore e mente), che tratta del ruolo dei mass-media negli attuali conflitti armati, compreso il caso Al-Dura. E Ya’alon ha lasciato stupefatto Shai quando gli ha rivelato che un’indagine condotta da Israele dimostrerebbe che Al-Dura non è mai stato colpito. In altre parole, sarebbe vivo. Come ho accennato, questa teoria circola già da alcuni anni su internet e se ne parla anche in un dettagliato resoconto del caso che io stesso ho preparato per un programma tv. Ma questa è la prima volta che un ministro della difesa israeliano lo afferma così pubblicamente: non solo Muhammad Al-Dura non venne ucciso dalle Forze di Difesa israeliane durante l’incidente filmato dalla tv "France 2" e visto da tutto il mondo, ma non sarebbe stato nemmeno colpito. Oggi Al-Dura dovrebbe essere sui 25 anni, vivo e vegeto da qualche parte (sempre che non sia rimasto ucciso successivamente in qualche altro incidente). Dunque si apprende che Ya'alon aveva formato una commissione d’indagine speciale riservata sul caso Al-Dura, la quale ha condotto un’indagine completa durata diversi anni. La commissione era presieduta dal generale della riserva Yossi Kuperwasser, ex capo della Divisione Ricerca e Analisi della Direzione dell’Intelligence militare israeliana, oggi Direttore generale del Ministero per gli affari strategici. Oltre a lui, la commissione era composta da numerosi specialisti del Technion, l’istituto di tecnologia israeliano, e da altre istituzioni accademiche, e raccolse informazioni dal fisico Nahum Shahaf, il primo che ha dimostrato, in base agli angoli e al volume di fuoco, che la scena filmata non poteva essere autentica. Kuperwasser stesso si incontrò diverse volte con Shahaf. Ho parlato con Kuperwasser questa settimana e mi ha confermato che la conclusione della commissione è che Al-Dura non venne colpito e che il celeberrimo video deve essere una messinscena. Questo significa che il reportage della tv "France 2" era infondato, e forse che addirittura lo sapevano. Ho chiesto a Kuperwasser quando i risultati ufficiali israeliani verranno diffusi pubblicamente e se qualcuno sa dove possa trovarsi il ragazzino. Mi ha risposto che l’indagine sarà pronta nel prossimo futuro e che gran parte del lavoro è già stato completato. Per quanto riguarda il ragazzino – che oggi non è più un ragazzino – nessuno ne sa nulla.
(Da: Jerusalem Post, 12.5.13)
Nelle immagini in alto: esempi dell'utilizzo propagandistico dell'icona al-Dura
Il caso al-Dura alla Corte Suprema di Francia |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 16/5/2013 alle 16:35 | |
15 maggio 2013
Da Khartoum a Damasco (e oltre)
| | Di Boaz Bismuth | I governi Netanyahu, quello passato e quello attuale, hanno sempre dichiarato che la loro prima priorità è la sicurezza di Israele. Si può discutere questa o quella azione, ma la linea tracciata è chiara. Negli anni recenti, stando alle notizie di stampa, sono state condotte diverse operazioni che ricadono in questa fattispecie e che allo stesso tempo rappresentano un chiaro segnale inviato a Teheran. L’attacco in Siria dello scorso gennaio contro un convoglio di missili anti-aerei, così come gli attacchi di venerdì e di domenica mattina contro missili terra-terra a lungo raggio, vanno ad aggiungersi al raid dell’ottobre 2012 sulla fabbrica di armi in Sudan. Alla lista si possono aggiungere l’operazione anti-Hamas Colonna di Nube Difensiva dello scorso novembre nella striscia di Gaza e l’uccisione mirata del quadro della jihad globale Haitham Ziad Ibrahim Al-Mes-hal di settimana scorsa. Tutti questi atti indicano che Israele si sta attivamente difendendo. I più recenti eventi in Medio Oriente non fanno che riproporre una vecchia storia: Israele si difende, da solo. (Come scrive Yoav Limor, “oltre a eliminare un certo numero di missili destinati a Hezbollah, questi raid mettono in chiaro a Siria, Iran e Hezbollah che Israele fa sul serio quando dice che agirà per impedire il trasferimento di armi strategiche dalla Siria al Libano. Il messaggio sottinteso, diretto all'Iran, è che Israele è pronto ad andare da qualunque parte – dal Sudan, alla striscia di Gaza, alla Siria, al Libano – per contrastare il tentativo di dotare i suoi nemici di armi micidiali”). Gli ultimi anni non sono stati facili per Israele. Le rivolte arabe iniziate nel 2011 hanno suscitato molte speranze in coloro che non conoscono bene questa regione. Nel frattempo, le centrifughe iraniane non hanno mai smesso di turbinare. Non c’è un solo paese del Medio Oriente dove la rivolta araba abbia innescato cambiamenti che possano essere positivi per Israele, per l’occidente e neppure per gli stessi paesi arabi. Anche la Siria ricade in questo schema, ancor prima che vi si sia consumato un cambio di regime. Il presidente americano Barack Obama è in una posizione assai scomoda sulla Siria. La “linea rossa” che aveva indicato non ha fatto grande impressione: il presidente siriano Bashar al-Assad è così sicuro che Obama non entrerà in azione, che usa armi chimiche e cerca di trasferire a Hezbollah armi tali da cambiare rapporti di forza, come se le minacce americane fossero inesistenti. Obama stesso ha detto che mandare truppe americane in Siria non servirebbe né agli Stati Uniti né alla Siria. Se fosse solo per lui, senza pressioni da parte degli alleati, Obama probabilmente non agirebbe affatto in Siria. D’altro canto non può ignorare le crescenti pressioni sull'amministrazione affinché adotti misure militari contro il regime di Assad. Intanto Obama mantiene calma e sangue freddo. Ma Israele non si può permettere questo lusso come Obama. Israele non può permettere che missili a lungo raggio cadano nelle mani di Hezbollah, né può permettere che armi chimiche finiscano in mani irresponsabili. Le ultime azioni in Siria attribuite a Israele mandano un messaggio a tutti coloro che sostengono che gli israeliani vorrebbero trascinare l’America in una guerra: è vero esattamente il contrario, gli israeliani possono può fare da sé. In Siria e altrove.
(Da: Israel HaYom, 5.5.13)
Nella foto in alto: un missile siriano tipo Fateh 110, come quelli destinati a Hezbollah distrutti nei radi dei giorni scorsi
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/5/2013 alle 17:58 | |
15 maggio 2013
Giovanni XXIII e gli ebrei. Un Convegno internazionale in Israele in omaggio al ''papa buono''
«Giovanni XXIII è stato uno dei più grandi amici del popolo ebraico». Lo scrive Baruch Tenembaum, fondatore della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, sul Jerusalem Post, la prestiosa testata quotidiana israeliana di lingua inglese. Tenembaum scrive: «Il prossimo 3 giugno il mondo commemorerà il 50° anniversario della morte di un uomo straordinario: Angelo Giuseppe Roncalli, meglio conosciuto come Papa Giovanni XXIII. È un peccato che il pubblico israeliano sappia così poco su di lui, dato che è stato uno dei più grandi amici del popolo ebraico. Negli anni '40, quando era delegato apostolico del Vaticano a Istanbul, il Cardinale Roncalli non si è risparmiato per salvare il maggior numero possible di ebrei dallo sterminio nazista. Fece azioni straordinarie per il tempo e il contesto in cui viveva per aiutare gli ebrei, allora perseguitati. Tra queste ricordiamo l'emissione di "certificati di immigrazione" in Palestina tramite il corriere diplomatico del Vaticano. Intervenne anche apertamente a favore degli ebrei slovacchi e bulgari». A testimonianza di ciò, Tenembaum ricorda che proprio oggi [mercoledì 29 aprile] in Israele si tiene un convegno internazionale, «Omaggio alla memoria di Papa Giovanni XXIII, la Shoah, gli Ebrei e lo Stato di Israele», dove egli presiede la sessione «Roncalli e la creazione dello Stato d'Israele». La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg ha fra l'altro presentato al museo Yad Vashem un voluminoso dossier di documenti e prove tangibili degli atti di salvataggio compiuti da Roncalli durante la Shoah. La Fondazione ha accompagnato il fascicolo con una forte raccomandazione affinché Roncalli sia riconosciuto come Giusto tra le Nazioni. Il dossier è ancora aperto. Alla fine di quest'anno, insieme al presidente della Fondazione Wallenberg, Eduardo Eurnekian, Tenembaum sarà a Bergamo e a Sotto il Monte (il paese natale di papa Roncalli) per assegnare una medaglia appositamente coniata a monsignor Loris Capovilla, di 97 anni. Capovilla era il segretario personale di Papa Giovanni XXIII e ha dedicato tutta la sua vita a mantenere viva l'eredità del suo amato papa. Tenembaum, nell'articolo del Jerusalem Post, ricorda altri aspetti in parte inediti dell'impegno di Roncalli a favore degli ebrei, tanto che la città israeliana di Ashdod gli intitolerà una strada. (Da: L'Eco di Bergamo, 29.4.13)
Per l'articolo del Jerusalem Post (in inglese): http://www.jpost.com/Opinion/Op-Ed-Contributors/A-comforting-sense-of-deja-vu-310961
Nell'immagine in alto: Papa Giovanni XIII in un disegno di Giacomo Manzù
Un utile riferimento bibliografico: “L’attività diplomatica di Astorre Mayer nei primi anni dello Stato” di Sergio I. Minerbi, in: “Per ricostruire e ricostruirsi. Astorre Mayer e la rinascita ebraica tra Italia e Israele”, FrancoAngeli, Milano, 2010, pagg. 17-38 (per informazioni rivolgersi a: Associazione Italiana Amici dell’Università di Gerusalemme aug.it@tiscalinet.it).
| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/5/2013 alle 14:0 | |
15 maggio 2013
Obama sa chi è che blocca il negoziato di pace
| “Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sa che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non è realmente interessato ad arrivare a un accordo di pace con Israele”. Lo afferma un alto funzionario della diplomazia israeliana. Secondo il funzionario, un diplomatico che partecipa regolarmente al processo politico decisionale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è disposto a fare significativi progressi verso un accordo di pace, ma “tutti sanno” che Abu Mazen non intende permetterlo. Da quando Obama è stato in Israele lo scorso marzo, il segretario di stato americano John Kerry si sta adoperando alla ricerca di una via per rilanciare i negoziati fra Israele e palestinesi. Gli sforzi di Kerry non hanno sinora portato a alcuno sbocco perché nessuna delle due parti crede che i colloqui proseguirebbero davvero, dopo l’eventuale vertice di apertura. Il processo di pace è in stallo a causa delle precondizioni poste dai palestinesi, che prima di iniziare a trattare esigono fra l'altro un blocco completo di tutte le attività edilizie ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme est (una moratoria del genere, deliberata da Israele per dieci mesi nel 2010, non bastò per convincere Abu Mazen a sedere al tavolo negoziale). Nelle dichiarazioni pubbliche che ha fatto a Gerusalemme e a Ramallah, Obama ha respinto ogni precondizione al riavvio dei colloqui di pace, tuttavia i palestinesi continuano a porre un certo numero di precondizioni tra cui, fra l’altro, la scarcerazione di più di cento terroristi detenuti in Israele per reati di sangue commessi prima della firma degli Accordi di Oslo del 1993. Ultimamente Abu Mazen ha avanzato un’ulteriore richiesta per accettare di sedersi al tavolo delle trattative, e cioè che Netanyahu presenti preventivamente una mappa con i confini finali del futuro stato palestinese. L’ufficio del primo ministro israeliano ha respinto con forza quest’ennesima precondizione, spiegando che i confini sono proprio uno dei temi-chiave che devono essere negoziati (in base a quanto previsto da tutti gli accordi finora sottoscritti), ed anzi secondo Israele dovrebbero essere uno degli ultimi argomenti da definire. I rappresentanti israeliani si dicono convinti che Abu Mazen chiede una mappa dei confini al solo scopo di scatenare una polemica interna in Israele su quali insediamenti debbano rimanere dentro il paese e quali no. L’alto diplomatico definisce il rapporto fra Netanyahu e Obama “molto buono”, aggiungendo che Obama “ha aperto una nuova pagina, e durante la sua recente visita in Israele ha dimostrato d’essere venuto come un vero amico”. Alcuni indicano nelle prossime elezioni per il Congresso americano del 2014 la ragione dell’abbraccio d’Israele da parte di Obama. L’opinione prevalente fra i funzionari israeliani, invece, è che l’amministrazione Obama abbia cambiato tono con Israele in conseguenza della cosiddetta “primavera araba”. “Netanyahu è pronto ad arrivare a un vero accordo di pace – dice il diplomatico – ma qui tutti sanno che in questo momento non ci sono interlocutori affidabili per questo obiettivo”. Mentre Israele è disposto a fare gesti e concessioni, Abu Mazen silura il processo. Il diplomatico indica, ad esempio, i continui tentativi di Abu Mazen di formare un governo unitario con Hamas, una mossa che precluderebbe seri negoziati di pace fra Israele e Autorità Palestinese. Dice il funzionario israeliano che, a suo parere, la politica di Abu Mazen è solo quella di cercare di “rimanere al suo posto”: “Abu Mazen ha visto che, dopo il disimpegno israeliano (del 2005), nonostante la relativa forza di cui egli disponeva nella striscia di Gaza con 35.000 miliziani contro i 4.000 di Hamas, Hamas lo ha buttato fuori. Alla luce di quel che succede ora nei paesi arabi del Medio Oriente, Abu Mazen semplicemente non vuole che lo stesso gli accada in Cisgiordania”.
(Da: Yisrael Hayom, 28.4.13)
Nella foto in alto: il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/5/2013 alle 10:0 | |
15 maggio 2013
«Israele è il nostro nemico, la lotta armata in tutte le sue forme la nostra strategia» Lo afferma un alto esponente dell’ala ''moderata e dialogante'' di Fatah
Jibril Rajoub, vice segretario generale del Comitato Centrale di Fatah (il movimento del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen), ha dichiarato in un’intervista che “la resistenza in tutte le sue forme” rimane la strategia del suo gruppo contro Israele, e ha definito lo stato ebraico “il nemico principale” di arabi e musulmani. Rajoub, che ha svolto un ruolo chiave nei negoziati con Israele e oggi è a capo del Comitato Olimpico palestinese, ha dichiarato lo scorso 30 aprile alla tv libanese Al-Mayadeen che, per Fatah, “la resistenza contro Israele rimane all’ordine del giorno”, e ha precisato: “Intendo resistenza in tutte le sue forme. In questa fase riteniamo che la resistenza popolare, con tutto ciò che essa comporta, sia efficace e costi caro alla controparte”. Nel lessico della politica araba, per “resistenza contro Israele in tutte le sue forme” si intende ogni forma di violenza, anche quella terroristica contro civili. A suo tempo detenuto in Israele per aver lanciato una granata contro un autobus, dopo scarcerato Rajoub divenne capo della Forza di Sicurezza Preventiva dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e consigliere di Yasser Arafat per la sicurezza nazionale. Fra i firmatari dell’iniziativa ufficiosa israelo-palestinese di Ginevra del 2003, Rajoub è noto al pubblico israeliano per essere una delle maggiori personalità palestinesi comparse nel 2010 nel video di una campagna pubblicitaria volta a convincere gli israeliani dell’esistenza di un affidabile interlocutore di pace. Rajoub si rivolgeva direttamente alla popolazione israeliana dicendo in ebraico: “Io sono il vostro interlocutore”, e aggiungeva che “vi è consenso nel mondo arabo per il riconoscimento dell'esistenza di Israele in cambio della fine dell'occupazione”. Nell'intervista lunga un’ora della scorsa settimana, resa nota mercoledì dal centro di monitoraggio Palestinian Media Watch, nell'esprimere preoccupazione per i toni islamici assunti dalla “primavera araba” Rajoub sottolinea che anche Fatah è un movimento rivoluzionario votato alla lotta contro Israele. E spiega: “Se me lo chiedete come palestinese, io dico: la nostra battaglia è contro l'occupazione israeliana, il nostro nemico principale, non [solo] in quanto palestinesi ma in quanto arabi e musulmani, è Israele e l'occupazione israeliana”. Rajoub afferma che inserire la questione palestinese nel contesto della primavera araba danneggerebbe la causa palestinese; tuttavia fa appello a tutti gli arabi perché prendano parte alla “liberazione di Gerusalemme”, e critica l'inazione araba rispetto alla causa palestinese, alludendo al fatto che molti ricchi paesi arabi si rifiutano costantemente di aiutare finanziariamente l’Autorità Palestinese. Rajoub difende i negoziati dicendo che si tengono per il semplice motivo che, al momento, i palestinesi non hanno sufficiente forza militare. E aggiunge: “Se ci fosse una mobilitazione [araba] per la liberazione di Gerusalemme, se venissero sfoderati soldi e spade in faccia al nemico sionista, sarebbe magnifico”. Lo stesso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha affermato in diverse occasioni che se le nazioni arabe lanciassero una guerra contro Israele, “la Palestina si unirebbe a loro”. Palestinian Media Watch cita anche una frase dell’intervista in cui Rajoub dice che se i palestinesi avessero armi nucleari le userebbero subito contro Israele, parole che nel contesto possono essere lette come un’affermazione retorica fatta per rintuzzare le critiche di coloro che in campo arabo attaccano Fatah per la sua dichiarata disponibilità a negoziare con Israele. “Per ora – afferma Rajoub nel sostenere l’immutata combattività di Fatah – noi non abbiamo l’atomica. Ma giuro, se avessimo l’atomica l’avremmo usata questa mattina stessa”.
(Da: Times of Israel, PMW Bulletin, 8.5.13) |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 15/5/2013 alle 5:59 | |
14 maggio 2013
Hezbollah a un passo dalle armi chimiche siriane. L’ambasciatore d’Israele all’Onu: «Non ci vuole Sherlock Holmes per capire come stanno le cose»
Hezbollah è ormai prossimo a mettere le mani sul massiccio arsenale siriano di armi chimiche. Questo l’ammonimento lanciato al Consiglio di Sicurezza dall’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Ron Prosor. Parlando il giorno dopo che un analista dell’intelligence militare israeliana aveva dichiarato che il presidente Bashar Assad è in possesso di più di mille tonnellate di armi chimiche e che ha già usato gas nervino tipo sarin contro civili, Prosor ha affermato: “In Libano Hezbollah sta costruendo un vero e proprio esercito dotato di 50mila missili: più di quanti ne abbiano molti paesi membri della Nato. Ed ora potrebbe avere accesso a una delle più grandi riserve di armi chimiche del mondo”. Prosor ha accusato l’Unione Europea di ignorare le attività terroristiche di Hezbollah quando si rifiuta ostinatamente di classificare il gruppo come organizzazione terroristica. “Hezbollah non crede di dover limitare la sua firma terroristica esclusivamente al Medio Oriente – ha sottolineato l’ambasciatore israeliano – Il mese scorso un tribunale di Cipro ha condannato un membro di Hezbollah per aver progettato attentati terroristici contro civili. Ma anche questo pare non sia abbastanza affinché tutti i membri dell’Unione Europea indichino Hezbollah per quello che è: un’organizzazione terroristica. Hezbollah opera impunemente sul suolo europeo, eppure alcuni parlamentari europei insistono a sostenere che si tratta di un ente di assistenza sociale. Non ci vuole Sherlock Holmes per capire i fatti evidenti di questo caso”. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che stava deliberando nuovi modi per far avanzare il processo di pace fra Israele e palestinesi, l’ambasciatore d’Israele ha elencato i “tre pilastri” indispensabili per un futuro accordo, ribadendo richieste già avanzate dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Quei pilastri – riconoscimento da parte palestinese di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, cessazione dell’istigazione e dell’indottrinamento anti-israeliano nell'Autorità Palestinese, garanzie di sicurezza per i cittadini israeliani – “sono le fondamenta che devono restare solide nelle sabbie mobili del Medio Oriente”, ha detto Prosor. E ha ricordato che, invece, “dalle culle agli asili, dai campi estivi ai campi di calcio, la società palestinese è satura di messaggi di intolleranza e odio verso Israele: non ci vuole un urbanista per rendersi conto che ai palestinesi mancano i progetti di base per costruire un quartiere tranquillo”. A proposito del perdurante sforzo della comunità internazionale verso l’Iran per contrastare il suo programma nucleare, Prosor ha avvertito che Teheran sta prendendo tempo per tenere a bada l’Occidente mentre continua a darsi da fare per conseguire capacità atomica. “Il regime iraniano – ha spiegato – fa circolare menzogne quasi alla stessa velocità con cui fa girare le sue centrifughe. Il programma nucleare iraniano continua ad avanzare come un treno ad alta velocità, mentre gli sforzi della comunità internazionale si muovono alla velocità di un treno locale, fermandosi ad ogni stazione per far scendere e salire alcune nazioni. All'inizio di questo mese il delegato iraniano è venuto a esporre all'Assemblea Generale le cosiddette preoccupazioni dell'Iran riguardo al Trattato sul Commercio delle Armi: è come se la mafia si lamentasse del tasso di criminalità troppo alto a New York”. Prosor ha proseguito mettendo in guardia le Nazioni Unite: “Non facciamoci illusioni: l’aspirazione iraniana a dotarsi di armi nucleari costituisce la più grave minaccia singola per il Medio Oriente e il mondo intero”. Prosor ha fatto notare che, subito dopo i tentativi di negoziazione del mese scorso, “l'Iran ha annunciato la realizzazione di due progetti di infrastrutture chiave e – sorpresa! – entrambi hanno ampliato la sua capacità di processare l’uranio”. Prosor ha anche criticato l’Iran per l'invio di miliziani Hezbollah in Siria ad aiutare il presidente siriano Bashar Assad nel massacrare il popolo siriano, e ha concluso esortando le Nazioni Unite ad aumentare il loro sostegno in Medio Oriente verso “sicurezza, tolleranza e riconoscimento reciproco”.
(Da: Times of Israel, Jerusalem Post, 24.4.13)
Nella foto in alto: l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Ron Prosor
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 14/5/2013 alle 20:45 | |
14 maggio 2013
Unifil, se il gioco si fa duro, l’Onu scappa
| commento di Fiamma Nirenstein
Testata: Il Giornale Data: 14 maggio 2013 Pagina: 15 Autore: Fiamma Nirenstein Titolo: «Se il gioco si fa duro, l’Onu scappa»
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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 14/05/2013, a pag. 15, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo "Se il gioco si fa duro, l’Onu scappa ".   Fiamma Nirenstein
 Hezbollah
Non sarebbe davvero un buon segnale se l’Unifil,la forza di pace dell’Onu sul confine fra Libano e Israele, facesse fagotto proprio ora che l’aria si fa bollentea causa della tragedia siriana e i suoi annessi. A minacciare di portare via i suoi soldati (ma avendo smentito dopo che un giornale del Kuwait ha rivelato la notizia) sarebbe l’Unione Europea, e le voci sono molto dettagliate. I soldati del Vecchio Continente, i francesi, gli italiani, i belgi... lascerebbero là filippini, i salvadoregni, i nepalesi, cioè chi ha voglia, fra 12mila soldati provenienti da 35 Paesi, di mantenere l’impegno preso con l’Onu di mantenere la pace. Sarebbe un’ennesima conferma dell’inanità dell’Europa, proprio ora che con la guerra civile siriana e l’interferenza iraniana, si è creata gran confusione sul confine israelolibanese- siriano, e gli Hezbollah ci sguazzano. Assad minaccia Israele ( questo,dopo l’attacco aereo israeliano su carichi militari destinati agli Hezbollah), e preannuncia la formazione di un esercito misto di siriani, palestinesi e Hezbollah (Nasrallah si è già dichiarato entusiasta) per riconquistare il Golan, quieto dai tempi di Hafez Assad il vecchio. Intanto, con le nuove armi per gli Hezbollah, che ha già 70mila missili, viaggia la minaccia delle armi chimiche, mentre la guerra fra sciiti (Hezbollah e Iran con gli alawiti di Assad) e i sunniti (i ribelli, la Turchia, la Fratellanza Musulmana, i sauditi, gli egiziani...) è in corso anche dentro il Libano. Ma come, i nostri uomini farebbero le valigie proprio ora, dopo alcuni anni relativamente tranquilli dal 2006, anno della guerra fra Israele e il Libano?Pare di sì. L’ambasciatore dell’Unione Europea a Beirut, Angelina Eichhorst, avrebbe detto al Primo Ministro libanese Najib Mikati che gli uomini dell’Unifil sarebbero stati ritirati se non si fossero presi seri provvedimenti per garantire la loro sicurezza. Certo ha detto un ufficiale dell’Onu, noi dovremmo approvare questa scelta, ma ogni Paese ha diritto di andarsene quando gli pare. La richiesta al governo libanese di aver cura dell’Unifil è antica quanto sensata, ma difficile da accogliere. Dalla fine della guerra del 2006 gli Hezbollah hanno attaccato le ronde Unifil sul confine, hanno rioccupato le postazioni violando le regole della risoluzione 1701, che proibisce la presenza degli uomini di Nasrallah a sud del fiume Litani; pochi giorni fa vicino a Madjal Shams hanno attaccato un veicolo dell’Onu con bottiglie molotov; una pattuglia belga è stata bloccata, le chiavi sequestrate e le armi puntate... Hezbollah è nervoso da quando la sua collaborazione armata con Assad non va bene, e in Libano lo scontro interno è diventato acuto. Molti dei suoi uomini sono tornati nelle bare, mentre l’alleato diventa sempre più odioso a tutto il mondo. La necessità di rendere bollente il fronte con Israele è strategica come per Assad e l’Iran.E Israele non sta certo a guardare, i suoi F16 passano sopra Beirut e vanno a colpire Damasco e la temperatura sale. L’Unifil è davvero messa male. Le norme dell’Onu l’hanno serrata in pastoie per cui di fatto non è riuscita a fermare il riarmo micidiale di Nasrallah, è stata accusata dall’una e l’altra parte di non servire a niente. Gli Hezbollah, che avrebbe dovuto neutralizzare sono inarrestabili perché le norme dicono: non si possono perquisire né si può intervenire senza l’intervento dell’esercito libanese. Che se ne guarda bene. I comandanti, specie quelli italiani, Claudio Graziano dal 2007 al 2008, e quello odierno, Paolo Serra, hanno fatto del loro meglio, i loro morti (296 dal 1978, inizio della missione) li hanno avuti anche loro. L’ultima idea geniale dell’Ue sarebbe quella, di fronte alla dimostrazione che sono gli Hezbollah gli autori dell’attentato all’autobus del luglio 2012 (sei morti) a Burgas in Bulgaria, di mettere solo l’ala militare nella lista delle organizzazione terroristiche, salvando l’organizzazione politica, come se Nasrallah fosse uno statista, anzi, un maestro cui talvolta quei discolettiscappano di mano. www.fiammanirenstein.com Per inviare la propria opinione al Giornale, cliccare sull'e-mail sottostante segreteria@ilgiornale.it |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 14/5/2013 alle 14:44 | |
12 maggio 2013
Non sono le costruzioni di nuove case a bloccare i negoziati ma l'Anp che fa di tutto per affossarl
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Testata: La Stampa Data: 10 maggio 2013 Pagina: 16 Autore: Redazione della Stampa Titolo: «Israele autorizza 296 nuove case»
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Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 10/05/2013, a pag. 16, la breve dal titolo "Israele autorizza 296 nuove case".  Abu Mazen
I negoziati non sono ripresi, l'edificazione di nuovi appartamenti non ha niente a che vedere con questo. L'Anp pone delle precondizioni inaccettabili. Quando Netanyahu congelò le costruzioni per dieci mesi, l'Anp non fece nulla, se non attendere la fine della moratoria stessa per richiedere una proroga. Quella delle costruzioni è solo una scusa. Ecco la breve: All’indomani dell’incontro di Roma fra John Kerry e Tzipi Livni, il governo israeliano sembra voler complicare sul nascere la ripresa del dialogo fra Anp e Israele. L’amministrazione militare israeliana ha infatti depositato un progetto per la costruzione di 296 appartamenti nell’insediamento di Bei El vicino Ramallah,in Cisgiordania. Secondo l’agenzia «Walla!» il ministro della Difesa Moshe Yaalon avrebbe già controfirmato l’approvazione del progetto. Immediata la reazione dell’Anp cheha criticato la mossa. Mentre il Dipartimento di Stato Usa in una nota ha parlato di decisione «controproducente».Per inviare la propria opinione alla Stampa, cliccare sull'e-mail sottostante lettere@lastampa.it
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 12/5/2013 alle 20:48 | |
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