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4 luglio 2015

Non lo pubblicasse il giornale penserei a uno scherzo de Il vernacoliere

Egitto: "Pronti a chiedere aiuto a Israele contro Isis"

Al-Sisi, riporta Haaretz, si sarebbe detto disposto a far intervenire dell'esercito israeliano per combattere i terroristi dello Stato islamico

L'Isis portebbe davvero avere i giorni contati. Dopo il tremendo attentato sul Sinai, compiuto da una cellula vicina allo Stato islamico, e che è costato la vita a 30 militari egiziani, il presidente al-Sisi si è detto disposto a "chiedere" all’esercito israeliano di agire contro i terroristi. Lo riporta Haaretz che cita una fonte egiziana al corrente delle decisioni in corso.

E questo - ha aggiunto il quotidiano - non sarebbe visto dal Cairo come una violazione della sovranità egiziana, visto che Gaza ricade
sotto la responsabilità israeliana.




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3 luglio 2015

Lettera alla Flotilla per Gaza: “Avete sbagliato rotta, probabilmente volevate portare aiuti umanitari in Siria”

“Avete sbagliato rotta, probabilmente volevate portare aiuti umanitari in Siria”

La striscia di Gaza non è sotto assedio:

La striscia di Gaza non è sotto assedio. Da Israele entrano fino a 800 camion al giorno con merci di ogni genere; 1,6 milioni di tonnellate di beni dall’inizio dell’anno

a Marina israeliana che ha intercettato l’imbarcazione battente bandiera svedese “Marianne av Göteborg” che si proponeva di violare il blocco navale imposto, in conformità al diritto internazionale, alla Striscia di Gaza controllata dall’organizzazione terroristica Hamas. Le unità israeliane hanno preso il controllo dell’imbarcazione senza colpo ferire, dopo che i passeggeri avevano ripetutamente respinto gli inviti a cambiare rotta.

Il battello, a bordo del quale c’erano 18 attivisti anti-israeliani tra cui l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki e il parlamentare arabo-israeliano Basel Ghattas, è stato poi scortato verso il porto israeliano di Ashdod dove il carico di aiuti potrà essere sbarcato, controllato e trasferito a Gaza. Gli organizzatori della flottiglia hanno comunicato che le altre tre imbarcazioni hanno invertito la rotta dirigendosi verso i porti di partenza, senza spiegare il motivo.

Questa flottiglia non è altro che una manifestazione di ipocrisia, che serve solo ad aiutare Hamas ignorando tutte le atrocità che vengono perpetrate in Medio Oriente”, ha dichiarato lunedì il primo ministro Benjamin Netanyahu, il cui ufficio stampa ha anche diffuso una lettera indirizzata ai passeggeri della Flotilla:

«Benvenuti in Israele.

Il campo di Zaatari, in Giordania, ospita più di 140mila profughi siriani (clicca per ingrandire)

A quanto pare avete perso la rotta. Probabilmente intrendevate approdare in un posto non lontano da qui, la Siria, dove l’esercito di Assad massacra ogni giorno la sua stessa popolazione con il sostegno del regime assassino iraniano.

Qui in Israele dobbiamo affrontare una realtà in cui organizzazioni terroristiche come Hamas cercano di uccidere civili innocenti. Noi difendiamo i cittadini israeliani contro questi tentativi, in conformità al diritto internazionale.

Ciò nonostante, Israele trasferisce merci e aiuti umanitari nella striscia di Gaza: fino a 800 camion al giorno. Dall’inizio dell’anno abbiamo autorizzato l’ingresso di più di 1,6 milioni di tonnellate di beni, pari a una media di una tonnellata per ogni abitante della striscia di Gaza. Per inciso, queste forniture equivalgono al carico di 500.000 battelli come quello su cui siete arrivati voi oggi.

Israele fornisce assistenza a centinaia di progetti umanitari attraverso le organizzazioni internazionali, compresa la costruzione di ambulatori e ospedali.

Tuttavia, non permetteremo alle organizzazioni terroristiche di trasferire armi nella striscia di Gaza via mare. Poco più di un anno fa abbiamo sventato un tentativo di contrabbandare centinaia di armi nella striscia di Gaza per nave: armi che erano destinate a colpire civili israeliani innocenti.

Non vi è alcun assedio alla striscia di Gaza, e voi come tutti potete far pervenire gli aiuti umanitari nella striscia di Gaza attraverso Israele.

Impedire l’approdo di barche e navi nella striscia di Gaza è conforme al diritto internazionale, come è stato riconosciuto anche da un comitato incaricato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite.

Se foste veramente interessati ai diritti umani, non stareste navigando in solidarietà con un regime del terrore che mette a morte i residenti di Gaza senza processo e usa i bambini di Gaza come scudi umani.

Se foste passati attraverso Israele, avreste potuto vedere di persona come l’unica democrazia stabile in Medio Oriente garantisce l’eguaglianza a tutti i suoi cittadini e libertà di culto ai fedeli di tutte le religioni: un paese che rispetta il diritto internazionale adoperandoci affinché la sua popolazione possa vivere in sicurezza e i suoi figli possano crescere in pace e tranquillità».

Israele.net

Emanuel Baroz




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1 luglio 2015

SARAH ZOABI: "SONO MUSULMANA E SONO FIERA DI ESSERE SIONISTA

foto di Progetto Dreyfus.
di Emanuel Segre Amar

Haneen Zoabi è la deputata arabo-israeliana che non perde occasione per far conoscere al mondo il proprio odio per il paese al cui parlamento è stata eletta. Haneen ha un cugino, Mohamed, recentemente divenuto famoso nel mondo per aver fatto conoscere il proprio amore per lo stato di Israele. Adesso la madre di Mohamed è apparsa in televisione in una trasmissione intitolata “Master Chef”:

“Mi chiamo Sarah Zoabi, sono araba, musulmana, israeliana, fiera di essere sionista, e sono originaria di Nazaret Illit.”

Haïm Cohen: “ha detto araba, musulmana, israeliana, una fiera sionista? Può per favore spiegarsi meglio?”

“Io sono araba, io sono musulmana, io sono sionista perché io credo al diritto del popolo ebraico di avere il suo proprio paese che è lo Stato di Israele, la Terra Santa. Sono sicura che le persone che mi ascoltano diranno: ma come, hai perduto la testa? Come puoi dire che sei sionista? Io voglio dire a tutti gli arabi di Israele (gli arabi israeliani) di svegliarsi. Noi viviamo in un paradiso! Se si paragona con gli altri paesi, coi paesi arabi, noi viviamo in paradiso. Personalmente non ho un altro paese, non ho un’altra bandiera. Con tutto il rispetto che debbo al mio popolo (si intende arabo, musulmano), questo non significa “tradimento”, non ho mai fatto del male a nessuno.”

Eyal Shani: “dove è il posto del vostro paese in questo paradiso?”

“Esiste forse un posto migliore di Israele? Ditemi se posso fare altrove ciò che io faccio qua. Sono sicura che...

[Leggi tutto l'articolo sul nostro sito>> http://www.progettodreyfus.com/sarah-zoabi-sono-musulmana-…/ ]





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30 giugno 2015

Morite dignitosamente, e sappiate che quello che spara, lo fa per la sua RELIGIONE, quindi ha una nobile causa da difendere....o devo pensare che oltre che fifoni ignoranti razzisti siete pure islamofobi?


    Rossella Anticoli
    ormai è chiaro: Salvini fomenta la paura. La paura e l'ignoranza. per cui, per cortesia, quando siete sdraiati sulla spiaggia a prendere il sole e da un gommone scende uno che comincia a sparare all'impazzata col kalashnikov, per favore, PER FAVORE, non fate i provinciali ignoranti, non cominciate a urlare a fare scene isteriche a farvi prendere dalla paura del diverso ,( che poi quella del sel fa una figura di merda al parlamento europeo, che tutti la prendono in giro dicendo che siamo un popolo di fifoni, razzisti e ignoranti). Morite dignitosamente, e sappiate che quello che spara, lo fa per la sua RELIGIONE, quindi ha una nobile causa da difendere....o devo pensare che oltre che fifoni ignoranti razzisti siete pure islamofobi?




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29 giugno 2015

Il terrorismo islamico dilaga: quel messaggio che l’Occidente non vuole capire

Emanuel Baroz

Perché non vogliamo vedere il messaggio degli assassini

Chi osa ricordare che per la difesa bisogna spendere viene messo a tacere

di Pierluigi Battista

terrorismo-isis-europa-focus-on-israelLe gesta sanguinose della guerra santa scatenata dai fondamentalisti jihadisti sconvolgono i governi e lasciano sgomenta e frastornata l’opinione pubblica. Non è solo la paura che ammutolisce. È l’ostinata volontà di non riconoscere la guerra per quello che è: una guerra, appunto. Che richiede strategie di contenimento e di controffensive, impegni militari, chiarezza politica, alleanze, mobilitazione culturale, studio, investimenti onerosi. Siamo lì invece a chiederci come ha detto il primo ministro francese Valls quando avverrà il prossimo attacco. Ci chiediamo se abbiamo qualche colpa per gli attentati che insanguinano con regolarità l’Europa e le democrazie come quella tunisina. Se i vignettisti massacrati di Charlie Hebdo se la siano cercata, se sia sufficiente togliere dalla Tate Gallery i quadri con Maometto raffigurato per placare la rabbia dei fanatici, se un po’ di autocensura possa attutire i colpi, se si debba arretrare un po’ sulla libertà di espressione per evitare «offese» e non urtare la suscettibilità di chi depone una testa mozzata davanti a una fabbrica per trasmettere il suo messaggio di terrore.

Non vogliamo leggerlo, questo messaggio. Facciamo finta di non capire cosa ci vogliano dire gli assassini con i vessilli neri quando trucidano turisti nei musei o sulle spiagge della Tunisia, fedeli sciiti in una moschea del Kuwait, ragazze e bambini in Nigeria, ebrei in un supermercato di Parigi, nelle sale danesi dove si tengono convegni sulla libertà di satira. Cerchiamo di mantenere le distanze. Speriamo con tutte le nostre forze che le immagini delle vittime decapitate, annegate in una gabbia, fatte a pezzi con l’esplosivo attaccato al collo non siano messaggi rivolti a noi. Cerchiamo di tenerle lontane. Speriamo che siano solo un incubo. Ma non vogliamo risvegliarci. Non vogliamo capire. Facciamo scorrere qualche lacrima di indignazione. Ma rimandiamo all’infinito il momento della decisione.

Per questo siamo così paralizzati e impotenti. Per questo i fondamentalisti sono così sfrontati. A Kobane si combatte una battaglia di civiltà: se la perdiamo è una trincea decisiva che salta. Ma i governi e l’opinione pubblica non vogliono capire che Kobane è Lione e Tunisi, Parigi, Roma, Londra. Lasciamo i curdi praticamente soli. Riduciamo al minimo il sostegno dovuto. Mentre ci maceriamo con l’autodenigrazione: sarà mica colpa nostra se sgozzano, decapitano, fanno strage in una spiaggia. I fondamentalisti fanno di tutto per farcelo capire: hanno anche deposto una testa tagliata nel cuore dell’Europa per rendere più esplicito e inequivocabile la dichiarazione di guerra. Seguiranno i giorni dell’indignazione rituale, dei messaggi di cordoglio.

Ma se qualcuno osa ricordare che bisognerà spendere qualche punto di Pil occidentale per rispondere ai guerrieri del terrore, verrà messo a tacere come molesto messaggero di cattive notizie. Se ci si chiede cosa possiamo fare per neutralizzare i santuari fondamentalisti in Siria e in Iraq, speriamo soltanto che qualcun altro si accolli l’onere del lavoro sporco. Come se la difesa fosse un lavoro sporco, o addirittura un residuo di arroganza imperialista. Ma così non resta che attendere il prossimo bagno di sangue. Per indignarci. E rannicchiarci nella paura.

Corriere.it




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28 giugno 2015

Questa è il contributo alla civiltà che gli islamisti portano nel ventre molle dell'Europa; Oriana docet. Si tratta della decapitazione avvenuta ieri l'altro in Francia ad opera di "islamici integrati".

 




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27 giugno 2015

ORIANA...accusata di essere una Cassandra, si rivela ogni giorno di più solo un grande cervello, un essere pensante che sapeva analizzare il mondo che ci circonda, con tutti i suoi pericoli!




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26 giugno 2015

Abbiamo pagato col sangue i nostri standard morali” L’etica delle Forze di Difesa israeliane nella testimonianza dei soldati sul campo

“Il rapporto Onu ignora completamente i miei amici che sono morti in nome dei valori etici delle nostre forze armate”

Dor Matot: “Ho prestato servizio nelle unità di soccorso a Shejaiya. Ci vennero spiegate le regole di ingaggio per i sei giorni che siamo rimasti lì. La sera prima dell’incursione di terra un ufficiale dei servizi di sicurezza venne a dirci che c’era troppa popolazione civile nel luogo dove eravamo diretti. Per questo non entrammo a Shejaiya in quel momento, anche se quella era la manovra tattica giusta per cui ci eravamo preparati. Dopo un riesame della situazione, siamo entrati il giorno successivo lungo una direttrice ormai preannunciata, dove i miliziani di Hamas aspettavano il nostro arrivo. Hamas aveva avuto il tempo di capire le nostre mosse, aveva capito come ognuna delle nostre operazioni tenesse in considerazioni gli aspetti umanitari e morali, e per questo erano pronti a riceverci. Avevano creato posti di osservazione nelle zone circostanti e avevano previsto il nostro arrivo a causa della decisione di non entrare finché c’era troppa popolazione civile. La prima sera in cui entrammo, fummo attaccati. Cinque dei nostri sono stati uccisi, altri 20 feriti. A dispetto di quanto viene detto contro le Forze di Difesa israeliane e il loro rispetto del diritto internazionale, in questo caso è stato evidentissimo che il nostro standard etico è costato la vita dei nostri soldati. A mio parere è importante che esistano organizzazioni come Breaking the Silence. Il problema è che Breaking the Silence fa un’opera distruttiva. Se inoltrassero le loro denunce attraverso le istituzioni adeguate, avrebbero luogo le inchieste e le illegalità verrebbero indagate, come è giusto. Quando invece bypassano il sistema giudico israeliano e diffondono le loro informazioni attraverso i mass-media in Israele e all’estero, ciò che fanno è presentare alla gente una realtà totalmente sbilanciata che serve solo ad aizzare l’odio che esiste già. Sostengono di rappresentare la verità: in realtà mostrano solo un piccolo campione di casi che non sono rappresentativi di tutta la vicenda. Hanno presentato 68 testimonianze, ma i soldati che hanno prestato servizio in combattimento la scorsa estate sono 40.000, e dunque si fa loro una grande ingiustizia. E le Nazioni Unite si basano sulle testimonianze di Breaking the Silence e altre organizzazioni simili. Il rapporto Onu che è stato appena pubblicato, così come i rapporti di Breaking the Silence, ignora completamente i miei amici che sono stati uccisi in nome dei valori etici delle nostre forze armate. Affermare che l’esercito israeliano ha agito immoralmente è falso, e la nostra situazione a Shejaiya ne è l’esempio migliore. I miliziani di Hamas ci aspettavano, siamo finiti in una trappola che era stata accuratamente preparata approfittando della nostra preoccupazione di non nuocere alla popolazione civile palestinese. Abbiamo visto le loro strutture, le gallerie, le case trasformate in trappole esplosive. Un quartiere civile? Quello era un fortino militare di Hamas sotto mentite spoglie”. (Da: Jerusalem Post, 23.6.15)

“Siamo addestrati secondo i valori delle Forze di Difesa israeliane a soccorrere nello stesso modo ogni persona ferita”

“Mi chiamo Gal Shmul, sono un medico nelle unità di combattimento del 13esimo battaglione Golani. Circa quattro mesi prima dell’operazione Margine Protettivo, eravamo in servizio nei pressi del Monte Hermon e mi sono trovato a curare un ribelle siriano ferito che aveva perso un braccio. Sono riuscito a salvargli la vita. Dopo la cura, il ribelle ci ha detto che un giorno sarebbe andato a Gerusalemme. Durante l’operazione Margine Protettivo siamo stati mandati a Gaza. Dovevamo entrare un venerdì, ma ci hanno fatto aspettare perché ci hanno detto che c’erano ancora dei civili nella zona. Quando abbiamo ricevuto luce verde, ormai Hamas ci aspettava a Shujaiyya, usando i civili come scudi umani e nascondendosi negli ospedali e negli asili. I terroristi ci aspettavano nei tunnel, e questo perché avevamo mandato ai civili il preavviso di sgomberare: abbiamo perso totalmente il fattore sorpresa. Come risultato, otto dei miei compagni sono stati uccisi”.

Dror Dagan, ufficiale medico nell’unità d’élite Duvdevan, racconta la sua esperienza dopo un attentato suicida del 2004 che aveva ucciso 11 persone a Gerusalemme. “Hamas da Betlemme aveva rivendicato l’attentato. Dopo un po’ i servizi di intelligence riuscirono a individuare il comandante militare di Hamas nella città. Venne mandata l’unità Duvdevan, e dopo una giornata passata a studiare l’ordine di battaglia decidemmo di catturare il terrorista. Si trattava di una missione molto complicata e pericolosa per ragioni di sicurezza sul terreno che non posso approfondire. Quando abbiamo fatto irruzione nella casa del comandante di Hamas e abbiamo iniziato a perlustrare le stanze, una donna – che avevamo identificato come la moglie del comandante – cadde svenuta. In quanto medico non ho esitato e mi sono precipitato a soccorrerla. Nel giro di un paio di minuti ci siamo resi conto lo svenimento era finto e che faceva parte di una trappola. Era un trucco, un modo per dare tempo al terrorista ricercato che all’improvviso è saltato fuori da dietro un’intercapedine del muro sparando all’impazzata in tutte le direzioni. Molti soldati caddero immediatamente feriti, me compreso. Un proiettile ha attraversato parte della mia testa, un altro mi si è conficcato nel midollo spinale. Dopo un lungo periodo di riabilitazione, sono ancora paralizzato dal torace in giù e sono considerato disabile al 100%. Sono stato colpito perché ero addestrato secondo i valori delle Forze di Difesa israeliane a soccorrere nello stesso modo ogni persona ferita, anche la moglie di un capo terrorista che sviene nel bel mezzo di una difficile operazione di arresto. E questo dice tutto. I nostri soldati vengono feriti e uccisi perché si comportano più umanamente e moralmente di qualsiasi altro esercito in guerra”.

Infermieri della Mezzaluna Rossa palestinese portano una paziente all'ospedale da campo delle Forze di Difesa israeliane allestito la scorsa estate al valico di Erez fra Israele e striscia di Gaza

Infermieri della Mezzaluna Rossa palestinese portano una paziente all’ospedale da campo delle Forze di Difesa israeliane allestito la scorsa estate al valico di Erez fra Israele e striscia di Gaza

L’ufficiale di collegamento Elad Almog parla della sua esperienza al valico di Erez fra Israele e striscia di Gaza: “Avvenne nel 2008. Durante il turno di mattina alla base, c’è stata un’improvvisa pioggia di colpi di mortaio. Ci siamo precipitati al riparo dove vidi altri giovani soldati di leva, alcuni feriti, altri in stato di shock. Un ragazzo palestinese si avvicinò dal versante palestinese del valico di Erez invocando cure mediche in un ospedale israeliano. Il valico, che era sotto attacco, era stato chiuso al passaggio delle persone. E così mi sono ritrovato, giovane ufficiale, in una situazione pericolosa, con la responsabilità di decidere su una delicata questione civile. Beh, ordinai la riapertura immediata del valico per consentire al ragazzino di entrare: il fatto è che le nostre forze sono addestrare a rispettare e trattare bene tutte le persone non coinvolte nei combattimenti”.

Ofir Evron, del pronto soccorso militare, in servizio dal 2012 al 2015. “Nel nostro servizio siamo addestrati ad essere operativi entro sette minuti, una volta chiamati, anche se stiamo dormendo o siamo sotto la doccia: dopo tutto, il nostro lavoro è salvare vite umane. Come medici delle Forze di Difesa israeliane siamo impegnati a fornire assistenza a tutti, anche a costo di rischiare la nostra vita. Spesso venivamo chiamati per soccorre feriti palestinesi, che noi raggiungevamo in ambulanza e Dio solo sa quello che avrebbero potuto nascondere sotto i vestiti. Durante il mio servizio ho curato un centinaio di persone, ma gli israeliani li posso contare sulle dita di una mano. Il resto erano palestinesi. Sono fiera di aver servito nelle Forze di Difesa israeliane e sono orgogliosa di come opera il mio esercito”.

(Da: Israel HaYom, 23.6.15)

Scrive Dan Margalit, su Israel HaYom: “Mary McGowan-Davis, la presidente della Commissione d’inchiesta del Consiglio Onu per i diritti umani, ha ammonito lunedì sera la giornalista Yonit Levi, della tv Canale 2, di non chiamare Hamas “un’organizzazione terroristica”. Secondo lei, Hamas è solo un “gruppo armato”. Cos’altro occorre per dimostrare la faziosità?” (Da: Israel HaYom, 23.6.15)




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22 giugno 2015

...respect my law's no burqua ,burquini ,chador... tricchi tracche e castagnole...




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21 giugno 2015

Bambini di Gaza: la carne da macello preferita da Onu e terroristi



Bambini di Gaza usati da vivi, abusati da morti. L’ultimo in ordine di tempo ad abusare dei bambini di Gaza è stato ieri il Segretario Generale dell’Onu, Ban ki-Moon, quando nel presentare il rapporto sui bambini nei conflitti armati ha invitato Israele a prendere le misure necessarie per evitare l’uccisione di bambini, il tutto senza menzionare minimamente l’uso degli stessi bambini come scudi umani fatto da Hamas durante l’ultimo conflitto di Gaza.

E’ incredibile e persino vergognoso che si faccia dei bambini di Gaza un uso così strumentale, è incredibile che non si parli minimamente del vero e proprio esercito di bambini soldato messo in piedi da Hamas, né di come gli stessi siano stati deliberatamente usati come scudi umani durante l’operazione “Margine Protettivo”. No, deve essere Israele a trovare il modo di non fare vittime tra i bambini di Gaza, come a dire che se Hamas mette qualche decina di bambini a protezione di un sito militare lo stesso sito non può essere colpito. E’ un vero e proprio invito all’uso dei bambini come scudi umani.

Ma la cosa più inquietante è che nel presentare un rapporto di tale importanza, come lo può essere un documento che parla di bambini nei conflitti armati, si finisca per parlare di Israele invece di parlare in maniera approfondita e non sommariamente delle decine di migliaia di bambini soldato in Africa, in Sud America e in Asia, delle bambine vittime dello stupro di guerra, delle bambine rapite da Boko Haram in Nigeria, di quelle costrette a sposarsi con i terroristi dello Stato Islamico o di quelle schiacciate dalla Sharia in Afghanistan. Ma ancora più incredibile (e indecente) è che non si professi una sola parola dei campi di addestramento per i bambini di Gaza messi in piedi da Hamas con i soldi dell’Onu e spesso addirittura nelle stesse strutture delle Nazioni Unite.

Qui non si tratta più solo di attaccare Israele, che oltretutto ormai c’è abituato, quanto  piuttosto che nel farlo si arriva a giustificare e persino incentivare l’uso dei bambini come scudi umani. Cosa avranno pensato i vertici di Hamas nel sentire le parole di Ban ki-Moon se non che la loro strategia funziona? Non è forse incentivare Hamas ad andare avanti con la sua strategia?

Le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite non sono parole dette da uno qualsiasi ma assumono una caratura mondiale, quindi non possono essere dette alla leggera, anche perché a questo punto anche gli altri gruppi terroristici nel mondo penseranno che se lo può fare Hamas senza che nessuno professi parola, allora lo possono fare anche loro. Questa cosa è terribile prima ancora che vergognosa.

La realtà è che i poveri bambini di Gaza sono prima di tutto carne da macello per uso mediatico in configurazione anti-Israele, prima ancora che i futuri terroristi, prima ancora che bambini che dovrebbero crescere in un ambiente aperto e amichevole invece di essere instradati all’odio e al terrorismo. Questa è la realtà innegabile, non si spiega altrimenti la totale omertà (anche da parte delle “grandi organizzazioni per i Diritti Umani) sull’uso sistematico dei Bambini di Gaza come scudi umani e vittime sacrificali sull’altare di Hamas.

Scritto da Noemi Cabitza

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21 giugno 2015

LA GUERRA CIVILE SIRIANA SI AFFACCIA SUL GOLAN, LA COMUNITÀ DRUSA ISRAELIANA TEME PER I PROPRI CORRELIGIONARI

Dalle alture del Golan l’esercito israeliano sta osservando con attenzione l’evolversi della situazione in Siria. Lo scontro in corso tra islamisti, divisi fra ISIS e Jabat al-Nusra, lealisti, fedeli al dittatore Bashar al Assad, e ribelli sta portando la nazione confinante con Israele alla completa dissoluzione. Alcuni, come ad esempio il Ministro della Difesa israel...iano Moshe Yaalon, considerano la Siria già morta e Assad non più rilevante visto che ormai controlla solo un quarto del paese.

La comunità drusa è riuscita finora a restare fuori dal conflitto senza schierarsi con nessuna delle parti in causa ma ora che è minacciata dall’arrivo degli islamisti i suoi appartenenti sono profondamente preoccupati. In Israele i drusi sono tantissimi, servono fedelmente nell’esercito e si sono guadagnati una certa simpatia nell’opinione pubblica. Preoccupati per i loro fratelli in Siria, i drusi israeliani hanno manifestato fuori dalla Knesset a Gerusalemme chiedendo al governo di agire per proteggerli, “per tenere i coltelli dello Stato Islamico lontano dalla gola dei drusi” dice uno di loro al Guardian.

Per ora Israele ha deciso di continuare nella sua politica di non coinvolgimento nel conflitto siriano. Nonostante gli analisti abbiano provato a teorizzare contatti fra Israele e alcune delle fazioni, da Gerusalemme sono arrivate solo smentite. Il vero problema per lo Stato ebraico consiste nella difficoltà...

[Leggi tutto l'articolo sul nostro sito>> http://www.progettodreyfus.com/la-guerra-civile-siriana-si…/ ]

Altro...
foto di Progetto Dreyfus.
 




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20 giugno 2015

Certo, ragazzi, che quel Profeta ne ha fatti di danni nel tempo ed ancora ne sta facendo!

Con un libro il cui contenuto si rivela oggi una sommatoria di enormi cazzate, muove esseri umani come marionette impazzite senza un benché minimo barlume di intelligenza critica ed i problemi che ci sono stati nel passato saranno anche infinitamente maggiori nel futuro prossimo, se comparati al modo di vivere attuale che così lontano è dai tempi in cui una mano scrisse quelle righe.
Di chi parlo, eh?
Scegliete voi fra il Corano ed il Capitale.

Egidio Dell'Arti




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18 giugno 2015

L'islam mette sotto accusa la ginnastica artistica

L'accusa a Farah Ann Abdul Hadi: "La ginnastica artistica non è uno sport per atlete musulmane"

"La ginnastica artistica non è uno sport per atlete musulmane". Il Mufti dello Stato di Perak in Malaysia, Tan Sri Harussani Zakaria, ha attaccato duramente Farah Ann Abdul Hadi.

Da giorni, sui social network, la ginnasta musulmana malese viene contestata per aver indossato quello che è stato definito un body "succinto" durante i Giochi del sud est asiatico che si sono conclusi ieri a Singapore e dove ha vinto due medaglie d’oro.

L'atleta 21enne, che in tutto ha conquistato sei medaglie durante le ultime competizioni, è stata accusata di aver svelato il suo aurat, ovvero tutto ciò che non è opportuno svelare secondo l'islam. Molte le critiche sui social media, dove gli utenti l’hanno accusata di aver mostrato cosce e messo in evidenza i genitali, ma anche opinioni di sostegno nei confronti dell’atleta, che indossava un body dello stesso modello delle sue sfidanti. "Se le donne musulmane vogliono praticare la ginnastica - ha detto il Mufti malese al portale di informazione Astro Awani - devono trovare un abbigliamento che copra l'aurat e questo, a sua volta, potrebbe non essere adatto a questo sport". Allo stesso modo, ha aggiunto il religioso, gli uomini che giocano a calcio dovrebbero indossare pantaloncini che coprano le loro ginocchia, sempre nel rispetto dell'aurat.

Tra le voci che si sono alzate in difesa di Hadi, però, anche quella del ministro dello Sport e della Gioventù della Malaysia, Khairy Jamaluddin. "Nella ginnastica Farah ha entusiasmato i giudici e ha portato a casa l’oro - ha scritto il ministro su Twitter rivolgendosi al Mufti - in quello che lei fa i giudici sono onnipotenti. Non tu. Lascia perdere i nostri atleti". Hadi ha scelto di non rispondere alle critiche limitandosi a twittare: "Il vuoto può fare più rumore". Su Facebook è stato creato un gruppo in sostegno dell’atleta che in pochi giorni ha già raggiunto circa 20mila iscritta. Lei ha ringraziato e scritto: "Voglio solo esprimere la mia sincera gratitudine a tutti coloro che mi stanno sostenendo. È una sensazione travolgente avere una così grande e positiva risposta da tutti voi. Grazie tante".




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16 giugno 2015

sotto c'e' un post che chiede aiuto per italiani senza piu' niente...postatelo fra i vostri amici...chi puo' aiuti

ANGUILLARA: L'APPELLO ALLA SOLIDARIETA' PER I PROFUGHI ITALIANI PARTE DA FACEBOOK
14/06/2015 13:16:00
immagine
Coloro che riterranno di voler aiutare questi "profughi" italiani possono scrivere direttamente a: https://www.facebook.com/messages/vivanguillara.sabazia

Redazione

Anguillara (RM) - Il gruppo Fb Vivanguillara Insieme a a Yuri Valentini del motoclub "Scoordinati" di Anguillara Sabazia ha organizzato  una raccolta di materiale per poter aiutare a sopravvivere i "profughi" Italiani  che vivono accampati nella zona di Casale San Nicola .

Si tratta di persone rimaste senza occupazione, senza nessun tipo di reddito e senza una tetto sotto il quale trovare riparo e intimità famigliare. Sono circa una trentina di adulti e una ventina di bambini, di cui il più grande ha circa 10 anni. "A loro lo Stato ha voltato le spalle ma, per fortuna, tra di noi ci sono persone disponibili a dare una mano ed è proprio questo che oggi abbiamo fatto. - Commentano dal gruppo Vivanguillara - In pochissimo tempo - proseguono - abbiamo raccolto diverso materiale come pasta, indumenti, conserve, ecc ecc ma non è abbastanza".

I "profughi" italiani hanno bisogno, oltre che di alimenti, soprattutto di :
- materiale da campeggio come coperte, materassini, gazebi, ecc ecc
- medicinali di uso comune : oki, tachipirina e simili
- latte per un neonato : il FORMULAT 1 liquido

Dal gruppo Fb Vivanguillara lanciano quindi l'appello, che abbiamo deciso di diffondere anche attraverso le colonne del nostro quotidiano, per aiutare questi cittadini italiani senza casa e senza nessun tipo di sostentamento e che protesta contro l'utilizzo di una ex scuola che dovrà ospitare 100 immigrati.
Coloro che riterranno di voler aiutare questi "profughi" italiani possono scrivere direttamente a: https://www.facebook.com/messages/vivanguillara.sabazia  oppure scrivere una email alla nostra redazione Lazio (info@osservatorelaziale.it) che provvederà ad inoltrarla direttamente al gruppo Vivanguillara.
 

Fonte: FOTO: VIVANGUILLARA




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15 giugno 2015

Oggi a Gaza, bambini palestinesi inscenavano il rapimento di un israeliano bendato e legato, per la gioia dei genitori e degli spettatori. Bambini, i leader di domani...




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13 giugno 2015

samantha comizzoli, Quelle tre dita davanti al forno che non possiamo dimenticare

    A volte il destino può essere bizzarro o, come pensiamo, può rispettare delle scadenze ben definite. Ieri era l’anniversario del rapimento di Gil-Ad Shaer, Naftali Frenkel e Eyal Yifrah, i tre ragazzi israeliani rapiti e poi barbaramente uccisi da Hamas e proprio ieri la persona che si era resa protagonista di uno degli episodi più vergognosi e oscuri riguardanti questa brutta storia è stata finalmente fermata dalle autorità israeliane.

    Coincidenza o cosa voluta? Non lo sappiamo, quello che sappiamo è che la “signora” in oggetto non aveva i permessi per risiedere in Cisgiordania (tanto meno in Israele) e che ci sono dei fatti da verificare legati proprio al rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani su cui ci siamo espressi lo scorso anno e che ancora non sono stati debitamente approfonditi.

    Quello che è certo è che non possiamo dimenticare quelle tre dita alzate davanti al forno, non possiamo dimenticare quella malcelata soddisfazione diventata velocemente virale e che maldestramente la “signora” in oggetto ha cercato di giustificare quando non poteva più difendersi.

    Ora non sappiamo esattamente cosa accadrà. L’ipotesi più gettonata è che venga semplicemente espulsa e rimpatriata, ma ci permettiamo di dissentire da questa rapida e indolore soluzione. Crediamo invece che le autorità israeliane (ma anche quelle italiane) debbano approfondire con molta attenzione i legami di questa “signora”, che debbano analizzare con attenzione la sua pagina su Facebook dove, tra le altre cose, potranno trovare diverse notizie palesemente false e anche cose molto interessanti per stabilire il suo ruolo e le coperture di cui godeva.

    Redazione

    Sostieni Rights Reporter  http://www.rightsreporter.org/quelle-tre-dita-davanti-al-forno-che-non-possiamo-dimenticare/






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12 giugno 2015

Israele sconfigge la siccità (fonte: La Stampa, giugno 2015)

Nel 2007, dopo sei anni di siccità straordinaria, lo Stato d’Israele creò un’ “Autorità delle Acque”, e gli assegnò l’obiettivo di sviluppare il progetto per la desalinizzazione dell’acqua proveniente dal Mediterraneo, così da aggiungere questo sistema alla riduzione delle perdite del sistema idrico, che combina un ferreo autocontrollo da parte degli utenti a nuove tecnologie che consentono, in tempo reale, di identificare i punti dove l’acqua fuoriesce dalle tubature: il risultato, dal 2007 a oggi, è di una riduzione delle perdite di “oro bianco” del 18%.
L’altro fiore all’occhiello della Stella di David è il sistema di riciclaggio delle acque già usate, e destinate all’agricoltura, che raggiunge l’86% del totale.
Lo Stato ebraico, oggi, può contare su cinque impianti di desalinizzazione all’avanguardia tecnologica, dotati di tubi giganti che aspirano l’acqua dal Mediterraneo, la immettono in filtri speciali per trasformarla da salmastra a potabile, e restituiscono al mare i residui salini.
I desalinizzatori si trovano a Hadera, Palmachim, Ashod, Ashkelon e Soreq, soddisfano già il 40% del fabbisogno nazionale, per arrivare al 70% entro il 2050.
Per la cronaca: sempre nel 2007, il Governo israeliano mise a disposizione dell’Autorità Palestinese un terreno sulla costa mediterranea di Hadera, ampio a sufficienza per costruirvi un impianto di desalinizzazione che, una volta raggiunta la piena efficienza, avrebbe fornito ai palestinesi cento milioni di metri cubi d’acqua potabile all'anno. Ovviamente l’ANP decise di spendere i propri quattrini (quelli che ricevono anche dal nostro paese e dall’Unione Europea) per altri obiettivi, di certo più prioritari dell’approvvigionamento di acqua potabile per i propri cittadini, forse per l’acquisto di armi e missili, come quelli che i terroristi di Hamas spararono, durante la guerra dell’estate 2014, dalla Striscia di Gaza proprio contro gli impianti israeliani di desalinizzazione, salvo poi prolungare all’infinito il ritornello di piagnistei contro i cattivi ebrei che assetano i poveri palestinesi, dimenticandosi delle forniture d’acqua che lo Stato d’Israele provvede regolarmente a garantire ai propri confinanti.

foto di Nathan Meir.




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12 giugno 2015

Sindaco di Bondeno: ho 700 terremotati senza casa e devo pensare ai profughi?


“A Bondeno abbiamo 700 terremotati ancora fuori casa e Renzi pensa ad agevolare i Comuni che accolgono clandestini: deliri farneticanti di un presidente del Consiglio che ha scelto di preferire gli immigrati ai terremotati. Qui nessun profugo valicherà il confine fino a quando anche solo una delle 700 persone che hanno avuto la casa terremotata non avrà ultimato la ricostruzione. Tuteliamo la nostra gente”.

Così Fabio Bergamini, neoeletto sindaco leghista di Bondeno, nel cratere sismico.




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11 giugno 2015

ma i boicottatori sanno che moltissimi palestinesi lavorano nelle aziende israeliane e che boicottare i prodotti di queste ultime significa creare disoccupazione tra i palestinesi?

La subdola campagna BDS

Il movimento per il boicottaggio di Israele convince molte persone benintenzionate con argomenti che sembrano plausibili e morali

Di Ben-Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

La campagna “Combattere il boicottaggio” lanciata da Yedioth Ahronoth ha suscitato numerose reazioni e domande, alcune stimolanti e rilevanti. Esse attestano l’importanza della sfida posta dal movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele. In parte coloro che pongono queste domande non sono pregiudizialmente anti-israeliani o antisemiti: una parte dei sostenitori del movimento BDS è composta da persone che semplicemente si fanno convincere dagli argomenti del movimento che possono apparire a prima vista plausibili e morali. Proviamo dunque a rispondere ad alcune di queste domande, giacché sono le domande che si pongono molte brave persone, persuase dalla retorica della campagna BDS non per odio verso Israele o gli ebrei, ma perché credono sinceramente ai diritti umani, alla non violenza e alla necessità di correggere il mondo. Meritano delle risposte.

Non è che il problema sta nell’occupazione anziché nella campagna BDS? E’ l’argomento probabilmente più usato da coloro che capiscono, spiegano e giustificare il boicottaggio. In un’intervista del 2010 (tutt’ora reperibile on-line) fu chiesto a Omar Barghouti, uno dei fondatori del movimento BDS: “La fine dell’occupazione porrà fine alla campagna?”. “No”, fu la sua risposta senza mezzi termini. Non è un caso se la campagna BDS non venne sospesa neanche per un momento quando Israele parlava con la voce di Ehud Olmert e Tzipi Livni: loro volevano porre fine all’occupazione, ma non giovò a nulla.

La campagna per il boicottaggio mira alla distruzione di Israele identificato in quanto tale con l'”occupazione”, come in questa immagine

In un’intervista del 2012 (anche questa reperibile on-line), le storico americano Norman Finkelstein, fervente sostenitore del movimento BDS, ha affermato esplicitamente che, nonostante il movimento BDS sostenga di voler applicare a Israele il diritto internazionale, Israele ha ragione quando dice che il movimento BDS vuole distruggerlo: “Si parla proprio di distruggere Israele, non intendo mentire”. Finkelstein aggiunse: “Si pensa di essere piuttosto in gamba. Vengono chiamati i tre livelli: vogliamo la fine dell’occupazione, vogliamo il diritto al ritorno [di milioni di profughi e discendenti di profughi dentro Israele] e vogliamo la parità per gli arabi in Israele. Si sa benissimo qual è il risultato dell’attuazione di tutti e tre questi obiettivi: il risultato è che non esiste più Israele”. (Citato da Dror Eydar, in Israel HaYom, 7.6.15)

Un accordo con i palestinesi metterebbe a tacere il movimento BDS? Al contrario. I promotori e i leader della campagna si oppongono a un accordo di pace basato sul principio “due stati per due popoli”. Il loro principio-guida è il cosiddetto “diritto al ritorno”, che significherebbe la fine di Israele. E uno dei loro principali slogan recita: “La Palestina sarà libera dal fiume al mare”. Quindi bisogna battersi per raggiungere un compromesso e un accordo e la pace, e questo è esattamente il motivo per cui bisogna anche contrastare la campagna per il boicottaggio.

Non è che la campagna BDS si sta intensificando perché Israele respinge le proposte di pace? All’inizio del 2001 Yasser Arafat andò alla Casa Bianca e rifiutò la proposta di pace di Bill Clinton. Nel 2008 Abu Mazen respinse una proposta analoga avanzata da Ehud Olmert. E nel marzo 2014 Abu Mazen ha detto nuovamente no, questa volta a una proposta elaborata dal Segretario di stato americano John Kerry. Per quanto la menzogna dell’intransigenza israeliana venga ripetuta mille volte, rimane una menzogna.

Gli insediamenti sono un pretesto: per il movimento BDS "la Palestina sarà libera dal fiume al mare" (con la cancellazione di Israele dalla carta geografica)

Gli insediamenti sono un pretesto: per il movimento BDS, la Palestina deve essere liberata “dal fiume al mare” come se tutto Israele fosse un unico “insediamento” da eliminare (come mostra questa immagine)

Il fatto che Israele continui a costruire insediamenti non è forse la prova che non vuole la pace? Gli insediamenti sono al centro di un intenso dibattito pubblico all’interno di Israele: non è che ogni singola critica alla politica di Israele sia demonizzazione, e la critica agli insediamenti non è certamente demonizzazione. In ogni caso, le attività edilizie israeliane in Cisgiordania si svolgono quasi esclusivamente all’interno dei maggiori blocchi di insediamenti esistenti, quelli che anche in base alla proposta di Clinton, come di ogni altra proposta di compromesso, sono destinati a rimanere israeliani. Una critica giustificata è una cosa; il pretesto degli insediamenti usato da movimento BDS è tutta un’altra faccenda.

Non vale la pena tentare l’approccio non violento BDS, alla luce del fallimento degli sforzi diplomatici e della lotta armata? Una campagna condotta da persone che negano il diritto di Israele ad esistere non può nascondersi dietro il paravento di “una campagna non violenta”. Negare il diritto di Israele ad esistere è “politicidio”, annientamento politico: una lampante violazione del diritto internazionale. Qui non si tratta di una lotta per i diritti, ma piuttosto di una lotta volta a prendere di mira e negare il diritto all’autodeterminazione di una particolare nazione.

La pressione internazionale non è forse un mezzo legittimo per raggiungere obiettivi politici? La pressione internazionale è uno strumento legittimo. Dunque, per quanto spiacevole possa essere, l’Unione Europea ha il diritto di fare pressione su Israele sulla questione degli insediamenti etichettandone i prodotti e cose simili. Ma non si faccia confusione. C’è una grande differenza tra la pressione internazionale volta a promuovere un accordo di pace e la campagna BDS, il cui obiettivo dichiarato è quello di opporsi a qualsiasi accordo di pace basato sul principio “due stati per due popoli”.

Solo perché Iran e Corea del Nord violano i diritti umani, questo significa che Israele può fare altrettanto? La violazione dei diritti umani è ingiusta in sé, a prescindere da chi la pratichi. Il problema è che, mentre vi sono decine di paesi implicati in conflitti e spaventose violazioni dei diritti umani, una campagna internazionale di questo genere e di questa portata viene condotta quasi esclusivamente contro un solo paese: Israele. Questo dice tutto su chi anima quella campagna, e solo quella. L’ipocrisia non è moralità. La doppia morale non è morale. Le condanne dirette sempre e solo contro Israele non sono critica: sono pregiudizio razzista.

E il blocco di Gaza? Israele si è ritirato dieci anni fa dalla striscia di Gaza. Non voleva nessun blocco. Il blocco non è contro gli abitanti della striscia: è contro l’enorme sforzo da parte di Hamas di acquisire armi. Una striscia di Gaza fiorente e prospera è nell’interesse di Israele. Il movimento BDS e Hamas hanno a cuore ben altri interessi.

(Da: YnetNews, 7.6.15)




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9 giugno 2015

Quella fallita pubblicità di "odio islamico contro gli ebrei" apparsa sugli autobus di Philadelphia

Pezzo in lingua originale inglese: That Failed Philadelphia "Islamic Jew-Hatred" Bus Ad
Traduzioni di Angelita La Spada

Un controverso e austero cartellone pubblicitario in bianco e nero che da un mese ha fatto la comparsa sugli autobus di Philadelphia ha raggiunto il suo obiettivo di raccogliere consensi per gli ebrei vittime dei musulmani?

Sponsorizzato dall'American Freedom Defense Initiative, il cartellone è stato affisso sulle fiancate degli autobus della Southeastern Pennsylvania Transportation Authority (SEPTA), l'azienda regionale che gestisce i trasporti della città di Philadelphia. Esso recita così: "L'odio islamico contro gli ebrei è nel Corano. Due terzi di tutti gli aiuti americani vanno ai paesi islamici. Stop all'odio. Fermate tutti gli aiuti ai paesi islamici. IslamicJewHatred.com". Una foto del novembre 1941 presenta la didascalia: "Adolf Hitler e il suo fedele alleato, il leader del mondo musulmano, Haj Amin el-Husseini". La SEPTA ha ricevuto 30.000 dollari per affiggere questa pubblicità larga 2 metri e alta 80 centimetri su 84 dei suoi 1.400 bus.

Il cartellone pubblicitario affisso sugli autobus di Philadelphia nell'aprile 2015.

No, questa campagna pubblicitaria non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo e in modo spettacolare. Vediamo come.

Per cominciare, il testo contiene errori di fatto. Amin el-Husseini non fu mai il "leader del mondo musulmano". Egli era un funzionario nell'ambito del Mandato britannico della Palestina, dove i musulmani costituivano meno dell'1 per cento della popolazione musulmana su scala mondiale.

In secondo luogo, l'incontro tra Husseini e Hitler non rappresentò un'alleanza permanente o universale tra i musulmani e i nazisti. Si trattò di un unico e solo incontro legato alle circostanze del momento tra un fuggitivo palestinese e il suo protettore.

In terzo luogo, quanto chiesto sul cartellone pubblicitario non ha alcun senso. In effetti, come potrebbe l'interruzione degli aiuti militari americani di 10 miliardi di dollari all'Afghanistan "fermare l'odio" contro gli ebrei? E inversamente, il fatto di continuare a prestare questi aiuti come incoraggerebbe "l'odio islamico contro gli ebrei"?

Ma il fallimento di questa campagna pubblicitaria risiede piuttosto nella reazione ostile che ha suscitato. Anziché raccogliere consensi per la causa degli ebrei vittime dei musulmani, l'annuncio ha indotto l'establishment di Philadelphia a riunirsi per appoggiare i musulmani considerati vittime degli ebrei. Il Jewish Exponent ha sintetizzato questa reazione nel titolo "Il disprezzo per la pubblicità apparsa sugli autobus della SEPTA fa riunire le comunità". Il sindaco Michael Nutter ha organizzato un incontro all'aperto sotto la famosa scultura LOVE cui hanno partecipato attivisti, esponenti religiosi, giornalisti e intellettuali. Durante l'incontro, il primo cittadino ha denunciato "la strategia politica incauta e opportunista" che si cela dietro il cartellone pubblicitario.

Il sindaco Michael Nutter (nella foto sotto la lettera "E" con in mano un foglio di carta) ha organizzato un incontro sotto la scultura LOVE, uno dei simboli di Philadelphia.

L'Interfaith Center of Greater Philadelphia ha denunciato il carattere "offensivo e fazioso" dell'annuncio pubblicitario, asserendo che ogni gruppo contattato si è detto "inorridito" e ha postato online un enorme cartellone per contrastarlo. Un gruppo di leader interreligiosi, di cui faceva parte l'arcivescovo della città Charles Chaput ha condannato "i messaggi incendiari che servono a dividere, stigmatizzare e incitare al pregiudizio". La campagna pubblicitaria ha offerto anche una tribuna ai leader musulmani che hanno fatto dichiarazioni del tipo "tutti quelli che dicono che odiamo gli ebrei o qualcuno di un'altra religione, non sanno di cosa parlano".

L'Interfaith Center of Greater Philadelphia ha pubblicato online un cartellone per contrastare la campagna pubblicitaria.

I rabbini riformati, conservatori e ortodossi hanno preso le distanze da questo cartellone. Un rabbino, Linda Holtzman, è andata oltre e ha condotto una campagna per attaccare etichette adesive sulla pubblicità. L'Anti-Defamation League ha definito l'annuncio "incendiario e molto offensivo". Anche il vice-console generale di Israele a Philadelphia, Elad Strohmayer, ha condannato la pubblicità: "Non dobbiamo tollerare alcuna manifestazione di odio contro qualunque gruppo religioso (...) e dovremmo fare fronte comune, come fossimo una sola comunità, contro questo fenomeno".

La stessa SEPTA ha protestato fermamente contro la campagna pubblicitaria, asserendo che essa "mette tutti i musulmani nella stessa categoria: quella degli antisemiti", e ha immediatamente cambiato la propria politica aziendale, rifiutando di accettare in futuro ogni pubblicità politica. Peggio ancora, la SEPTA ha inviato al Council on American-Islamic Relations (CAIR) – un'organizzazione islamista che gli Emirati Arabi Uniti hanno inserito nell'elenco delle organizzazioni terroristiche – una lunga lettera di ammirazione in cui elogia gli sforzi del CAIR volti a "vanificare l'impatto degli annunci pubblicitari e favorire una maggiore comprensione tra le religioni nella dialettica civile". La SEPTA ha inoltre encomiato "il messaggio del CAIR a favore dell'integrazione e della tolleranza" e la sua presa di posizione "contro questi annunci", conferendogli in tal modo un prestigio immeritato – e stigmatizzando tacitamente quei musulmani coraggiosi che combattono i metodi oppressivi del CAIR.

Se la prima regola da osservare nella pubblicità è quella di assicurarsi che un messaggio sia tramesso con efficacia, beh, questa strana campagna pubblicitaria inappropriata e aggressiva è stata un disastro senza precedenti, che ha pregiudicato la causa che intendeva servire, aiutando al contempo quelli a cui intendeva arrecare danno. È come una pubblicità della Coca-Cola che getta i consumatori nelle braccia della Pepsi.

Ma l'annuncio pubblicitario avrebbe potuto essere ideato in modo più efficace? È semplice: facendo distinzione tra la religione dell'Islam e l'ideologia totalitaria dell'islamismo, e dicendo ad esempio: "L'Islam radicale è il problema, ma quello moderato è la soluzione. I non-musulmani e i musulmani patrioti devono unirsi per combattere l'Isis, Boko Haram, il CAIR e l'ISNA. Islamist-Watch.org". La foto potrebbe essere quella di ritrae lo scrittore Salman Rushdie a colloquio con il conduttore televisivo Bill Maher, un liberal che critica l'Islam radicale.

Salman Rushdie discute di Islam con Bill Maher.

Questo genere di messaggio sarebbe utile, non turberebbe la leadership della città e attirerebbe nuove reclute tra le fila della lotta contro il nostro nemico comune: gli islamisti.




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