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7 settembre 2016

Quante sono le stragi che stanno avvenendo nel mondo senza alcun intervento? Non si potrà poi dire “Io non sapevo”, come nel caso della Shoah

(anche se in molti casi non corrisponde al vero), qui le cose c’è chi le conosce ma per vari motivi non si rendono pubbliche.
Quello che ci è dato di sapere è quello che scelgono i media, ciò che è utile alla Politica ed agli interessi finanziari.
Il caso dei Palestinesi in Siria, così dettagliatamente scritto nel seguente articolo è solo uno dei tanti.
La situazione dei Palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania non è certo peggiore di come vengono trattati in Paesi Arabi.
Da Notizie su Israele del 6 settembre 2016:
Gli "altri" palestinesi

di Khaled Abu Toameh (*)

La comunità internazionale sembra aver dimenticato che i palestinesi possono trovarsi ben al di là della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questi "altri" palestinesi vivono in Paesi arabi come la Siria, la Giordania e il Libano e i loro innumerevoli e gravi torti subiti non interessano affatto alla comunità internazionale. Solo i palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza attirano l'attenzione internazionale. Per quale motivo? Perché sono proprio questi individui che la comunità internazionale usa come armi contro Israele.
Quasi 3.500 palestinesi sono stati uccisi in Siria dal 2011. Ma poiché essi sono stati uccisi dagli arabi e non dagli israeliani, questo non fa notizia per i media mainstream e non interessa ai forum che si occupano della difesa dei "diritti umani". Questi dati sono stati diffusi la settimana scorsa dall'Action Group For Palestinians of Syria (Agps), fondato a Londra nel 2012 con l'obiettivo di documentare la sofferenza dei palestinesi in Siria e redigere le liste delle vittime, dei prigionieri e delle persone scomparse per inserirle nei database dei forum per i diritti umani.
Eppure, i forum che si occupano della difesa dei "diritti umani" non rivolgono particolare attenzione a tali risultati. Sono troppo impegnati a occuparsi di Israele. Concentrando esclusivamente la loro attenzione sui palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, questi forum cercano continuamente di trovare il modo di ritenere Israele responsabile delle violazioni, ignorando i crimini perpetrati dagli arabi contro i loro fratelli palestinesi. Questa ossessione per Israele, che talvolta rasenta il ridicolo, reca un gran danno alle vittime palestinesi dei crimini arabi. Secondo i dati forniti dall'Agps, sono 85 i palestinesi che sono stati uccisi in Siria nel corso del 2011, primo anno della guerra civile. L'anno successivo, il numero è salito a 776. Nel 2013, è stato registrato il più alto numero di vittime palestinesi: 1.015. Nel 2014, i palestinesi uccisi in Siria sono stati 724 e l'anno seguente 502. Dall'inizio di quest'anno (fino a luglio), circa 200 palestinesi hanno perso la vita in Siria. Ma come sono stati uccisi? Il gruppo afferma che sono morti sotto i bombardamenti, in scontri armati, sotto tortura in prigione e a causa dell'assedio condotto contro i loro campi profughi in Siria.
Eppure, l'Autorità palestinese (Ap) a Ramallah non sembra preoccuparsi della gravità della situazione in cui si trova la sua popolazione in Siria. Tutto ciò che importa all'Ap è accusare Israele di ogni cosa di cui essa è direttamente responsabile. Per Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità palestinese, e i suoi alti
La leadership dell'Autorità: Palestinese stia cercando di migliorare le relazioni con il regime di Assad in Siria, quel regime che uccide, imprigiona e tortura ogni giorno decine e decine di palestinesi.
funzionari in Cisgiordania, i palestinesi che si trovano in Siria non contano. A tal proposito, è sbalorditivo il fatto che la leadership dell'Ap stia cercando di migliorare le relazioni con il regime di Assad in Siria, quel regime che uccide, imprigiona e tortura ogni giorno decine e decine di palestinesi. La recente inaugurazione di una nuova ambasciata dell'Autorità palestinese a Damasco ha irritato molti palestinesi in Siria. "I dirigenti dell'Ap hanno venduto i palestinesi in Siria e si sono riconciliati con il regime siriano", ha rilevato un palestinese della Siria. Un altro palestinese ha commentato: "Ora sappiamo perché alcune delegazioni dell'Olp si sono recate in Siria di recente. Hanno cercato di riallacciare i rapporti con il regime, non per garantire la sicurezza dei nostri campi profughi né per chiedere il rilascio dei palestinesi detenuti nelle prigioni (siriane, ndr)". Altri hanno accusato la leadership dell'Ap di "sacrificare il sangue dei palestinesi". L'apertura di una nuova ambasciata a Damasco sarebbe stata, secondo loro, una ricompensa offerta all'Autorità palestinese per essersi disinteressata delle sorti dei palestinesi della Siria. I palestinesi si lamentano del fatto che i diplomatici e altri rappresentanti dell'Ap, a Damasco, abbiano ignorato tutti gli appelli di aiuto lanciati in passato. I media internazionali non fanno altro che pubblicare articoli sulla "crisi idrica" nelle città e nei villaggi palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. Questo è un tema che viene riproposto quasi ogni estate, quando qualche giornalista straniero è in cerca di notizie negative su Israele. E non c'è nulla di più piacevole che ritenere Israele responsabile della "crisi idrica" in Cisgiordania.
Ma quanti giornalisti occidentali si sono preoccupati di informarsi sulla carenza d'acqua che affligge i palestinesi del campo profughi di Yarmouk, in Siria? Qualcuno sa che questo campo è rimasto senza acqua corrente per più di 720 giorni ed è senza elettricità da tre anni? Yarmouk, che si trova a soli otto chilometri dal centro di Damasco, è il più grande campo profughi palestinese della Siria. O piuttosto lo era. Nel giugno 2002, 112mila palestinesi vivevano a Yarmouk. Alla fine del 2014, la popolazione erano meno di 20mila. Secondo fonti mediche, molti dei residenti del campo sono affetti da una serie di malattie. Queste cifre sono allarmanti, ma non per la leadership dell'Autorità palestinese, i media mainstream e le organizzazioni per i "diritti umani" dei Paesi occidentali. Nessun campanello d'allarme è suonato riguardo agli oltre 12mila palestinesi che languiscono nelle prigioni siriane, tra cui 765 bambini e 543 donne. Secondo fonti palestinesi, circa 503 palestinesi sono morti sotto tortura negli ultimi anni. Fonti affermano che alcune prigioniere sono state stuprate dagli interroganti e dalle guardie. Huda, una ragazza di 19 anni di Yarmouk, ha raccontato di essere rimasta incinta dopo aver subito ripetuti stupri di gruppo per 15 giorni, nel carcere siriano dove era stata rinchiusa. "A volte mi violentavano più di 10 volte al giorno", ha raccontato Huda, aggiungendo che a causa di questo ha avuto forti emorragie e ha subito perdite di
La leadership dell'Ap non perde mai occasione di chiedere il rilascio di palestinesi incarcerati da Israele, ma di fronte alle migliaia di person- e torturate in Siria, i dirigenti dell'Autorità palestinese, a Ramal- lah, sono incredibilmente silenziosi.
coscienza. Ha anche raccontato in un'intervista di un'ora come sia stata rinchiusa in una cella per tre settimane dove c'erano i corpi di altri prigionieri torturati a morte.
Storie come questa vengono raramente riportate dai quotidiani occidentali. Né se ne parla alle conferenze delle varie organizzazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti umani e nemmeno alle Nazioni Unite. Gli unici palestinesi di cui il mondo parla sono quelli che si trovano nelle prigioni israeliane. La leadership dell'Ap non perde mai occasione di chiedere il rilascio di quei palestinesi incarcerati da Israele, la maggior parte dei quali è sospettata o riconosciuta colpevole di terrorismo. Ma di fronte alle migliaia di persone torturate in Siria, i dirigenti dell'Autorità palestinese, a Ramallah, sono incredibilmente silenziosi. Per essere precisi, è opportuno ricordare che le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas hanno contattato talvolta le autorità siriane riguardo ai prigionieri, ma per chiedere il rilascio di alcuni dei loro membri.
Giunge notizia dalla Siria che tre campi profughi palestinesi sono ancora assediati dall'esercito siriano e dai suoi gruppi fantoccio palestinesi. Yarmouk, ad esempio, è sotto assedio da più di 970 giorni, mentre il campo profughi di Al-Sabinah da più di 820 giorni. Handarat sta affrontando la stessa sorte da più di 1.000 giorni. La maggior parte degli abitanti di questi campi è stata costretta a lasciare le proprie case. A Yarmouk, 186 palestinesi sono morti di fame o per mancanza di cure mediche. Più del 70 per cento del campo di Daraa è stato completamente distrutto a causa dei ripetuti bombardamenti da parte dell'esercito siriano e di altre milizie. I palestinesi della Siria sarebbero stati più fortunati se avessero vissuto in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza perché la comunità internazionale e i media di certo li avrebbero notati. Quando i giornalisti occidentali si soffermano troppo sui palestinesi trattenuti ai posti di blocco israeliani, ma ignorano le bombe sganciate dai militari siriani sulle zone abitate, potremmo cominciare a chiederci cosa stiano davvero facendo.

(*) Gatestone Institute

(L'Opinione, 6 settembre 2016 - trad. Angelita La Spada)

Quante sono le stragi che stanno avvenendo nel mondo senza alcun intervento?
Non si potrà poi dire “Io non sapevo”, come nel caso della Shoah (anche se in molti casi non corrisponde al vero), qui le cose c’è chi le conosce ma per vari motivi non si rendono pubbliche.
Quello che ci è dato di sapere è quello che scelgono i media, ciò che è utile alla Politica ed agli interessi finanziari.
Il caso dei Palestinesi in Siria, così dettagliatamente scritto nel seguente articolo è solo uno dei tanti.
La situazione dei Palestinesi a Gaza e nella Cisgiordania non è certo peggiore di come vengono trattati in Paesi Arabi.
Da Notizie su Israele del 6 settembre 2016:
Gli "altri" palestinesi

di Khaled Abu Toameh (*)

La comunità internazionale sembra aver dimenticato che i palestinesi possono trovarsi ben al di là della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Questi "altri" palestinesi vivono in Paesi arabi come la Siria, la Giordania e il Libano e i loro innumerevoli e gravi torti subiti non interessano affatto alla comunità internazionale. Solo i palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza attirano l'attenzione internazionale. Per quale motivo? Perché sono proprio questi individui che la comunità internazionale usa come armi contro Israele.
Quasi 3.500 palestinesi sono stati uccisi in Siria dal 2011. Ma poiché essi sono stati uccisi dagli arabi e non dagli israeliani, questo non fa notizia per i media mainstream e non interessa ai forum che si occupano della difesa dei "diritti umani". Questi dati sono stati diffusi la settimana scorsa dall'Action Group For Palestinians of Syria (Agps), fondato a Londra nel 2012 con l'obiettivo di documentare la sofferenza dei palestinesi in Siria e redigere le liste delle vittime, dei prigionieri e delle persone scomparse per inserirle nei database dei forum per i diritti umani.
Eppure, i forum che si occupano della difesa dei "diritti umani" non rivolgono particolare attenzione a tali risultati. Sono troppo impegnati a occuparsi di Israele. Concentrando esclusivamente la loro attenzione sui palestinesi che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, questi forum cercano continuamente di trovare il modo di ritenere Israele responsabile delle violazioni, ignorando i crimini perpetrati dagli arabi contro i loro fratelli palestinesi. Questa ossessione per Israele, che talvolta rasenta il ridicolo, reca un gran danno alle vittime palestinesi dei crimini arabi. Secondo i dati forniti dall'Agps, sono 85 i palestinesi che sono stati uccisi in Siria nel corso del 2011, primo anno della guerra civile. L'anno successivo, il numero è salito a 776. Nel 2013, è stato registrato il più alto numero di vittime palestinesi: 1.015. Nel 2014, i palestinesi uccisi in Siria sono stati 724 e l'anno seguente 502. Dall'inizio di quest'anno (fino a luglio), circa 200 palestinesi hanno perso la vita in Siria. Ma come sono stati uccisi? Il gruppo afferma che sono morti sotto i bombardamenti, in scontri armati, sotto tortura in prigione e a causa dell'assedio condotto contro i loro campi profughi in Siria.
Eppure, l'Autorità palestinese (Ap) a Ramallah non sembra preoccuparsi della gravità della situazione in cui si trova la sua popolazione in Siria. Tutto ciò che importa all'Ap è accusare Israele di ogni cosa di cui essa è direttamente responsabile. Per Mahmoud Abbas, presidente dell'Autorità palestinese, e i suoi alti
La leadership dell'Autorità: Palestinese stia cercando di migliorare le relazioni con il regime di Assad in Siria, quel regime che uccide, imprigiona e tortura ogni giorno decine e decine di palestinesi.
funzionari in Cisgiordania, i palestinesi che si trovano in Siria non contano. A tal proposito, è sbalorditivo il fatto che la leadership dell'Ap stia cercando di migliorare le relazioni con il regime di Assad in Siria, quel regime che uccide, imprigiona e tortura ogni giorno decine e decine di palestinesi. La recente inaugurazione di una nuova ambasciata dell'Autorità palestinese a Damasco ha irritato molti palestinesi in Siria. "I dirigenti dell'Ap hanno venduto i palestinesi in Siria e si sono riconciliati con il regime siriano", ha rilevato un palestinese della Siria. Un altro palestinese ha commentato: "Ora sappiamo perché alcune delegazioni dell'Olp si sono recate in Siria di recente. Hanno cercato di riallacciare i rapporti con il regime, non per garantire la sicurezza dei nostri campi profughi né per chiedere il rilascio dei palestinesi detenuti nelle prigioni (siriane, ndr)". Altri hanno accusato la leadership dell'Ap di "sacrificare il sangue dei palestinesi". L'apertura di una nuova ambasciata a Damasco sarebbe stata, secondo loro, una ricompensa offerta all'Autorità palestinese per essersi disinteressata delle sorti dei palestinesi della Siria. I palestinesi si lamentano del fatto che i diplomatici e altri rappresentanti dell'Ap, a Damasco, abbiano ignorato tutti gli appelli di aiuto lanciati in passato. I media internazionali non fanno altro che pubblicare articoli sulla "crisi idrica" nelle città e nei villaggi palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. Questo è un tema che viene riproposto quasi ogni estate, quando qualche giornalista straniero è in cerca di notizie negative su Israele. E non c'è nulla di più piacevole che ritenere Israele responsabile della "crisi idrica" in Cisgiordania.
Ma quanti giornalisti occidentali si sono preoccupati di informarsi sulla carenza d'acqua che affligge i palestinesi del campo profughi di Yarmouk, in Siria? Qualcuno sa che questo campo è rimasto senza acqua corrente per più di 720 giorni ed è senza elettricità da tre anni? Yarmouk, che si trova a soli otto chilometri dal centro di Damasco, è il più grande campo profughi palestinese della Siria. O piuttosto lo era. Nel giugno 2002, 112mila palestinesi vivevano a Yarmouk. Alla fine del 2014, la popolazione erano meno di 20mila. Secondo fonti mediche, molti dei residenti del campo sono affetti da una serie di malattie. Queste cifre sono allarmanti, ma non per la leadership dell'Autorità palestinese, i media mainstream e le organizzazioni per i "diritti umani" dei Paesi occidentali. Nessun campanello d'allarme è suonato riguardo agli oltre 12mila palestinesi che languiscono nelle prigioni siriane, tra cui 765 bambini e 543 donne. Secondo fonti palestinesi, circa 503 palestinesi sono morti sotto tortura negli ultimi anni. Fonti affermano che alcune prigioniere sono state stuprate dagli interroganti e dalle guardie. Huda, una ragazza di 19 anni di Yarmouk, ha raccontato di essere rimasta incinta dopo aver subito ripetuti stupri di gruppo per 15 giorni, nel carcere siriano dove era stata rinchiusa. "A volte mi violentavano più di 10 volte al giorno", ha raccontato Huda, aggiungendo che a causa di questo ha avuto forti emorragie e ha subito perdite di
La leadership dell'Ap non perde mai occasione di chiedere il rilascio di palestinesi incarcerati da Israele, ma di fronte alle migliaia di person- e torturate in Siria, i dirigenti dell'Autorità palestinese, a Ramal- lah, sono incredibilmente silenziosi.
coscienza. Ha anche raccontato in un'intervista di un'ora come sia stata rinchiusa in una cella per tre settimane dove c'erano i corpi di altri prigionieri torturati a morte.
Storie come questa vengono raramente riportate dai quotidiani occidentali. Né se ne parla alle conferenze delle varie organizzazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti umani e nemmeno alle Nazioni Unite. Gli unici palestinesi di cui il mondo parla sono quelli che si trovano nelle prigioni israeliane. La leadership dell'Ap non perde mai occasione di chiedere il rilascio di quei palestinesi incarcerati da Israele, la maggior parte dei quali è sospettata o riconosciuta colpevole di terrorismo. Ma di fronte alle migliaia di persone torturate in Siria, i dirigenti dell'Autorità palestinese, a Ramallah, sono incredibilmente silenziosi. Per essere precisi, è opportuno ricordare che le fazioni palestinesi di Fatah e Hamas hanno contattato talvolta le autorità siriane riguardo ai prigionieri, ma per chiedere il rilascio di alcuni dei loro membri.
Giunge notizia dalla Siria che tre campi profughi palestinesi sono ancora assediati dall'esercito siriano e dai suoi gruppi fantoccio palestinesi. Yarmouk, ad esempio, è sotto assedio da più di 970 giorni, mentre il campo profughi di Al-Sabinah da più di 820 giorni. Handarat sta affrontando la stessa sorte da più di 1.000 giorni. La maggior parte degli abitanti di questi campi è stata costretta a lasciare le proprie case. A Yarmouk, 186 palestinesi sono morti di fame o per mancanza di cure mediche. Più del 70 per cento del campo di Daraa è stato completamente distrutto a causa dei ripetuti bombardamenti da parte dell'esercito siriano e di altre milizie. I palestinesi della Siria sarebbero stati più fortunati se avessero vissuto in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza perché la comunità internazionale e i media di certo li avrebbero notati. Quando i giornalisti occidentali si soffermano troppo sui palestinesi trattenuti ai posti di blocco israeliani, ma ignorano le bombe sganciate dai militari siriani sulle zone abitate, potremmo cominciare a chiederci cosa stiano davvero facendo.

(*) Gatestone Institute

(L'Opinione, 6 settembre 2016 - trad. Angelita La Spada)




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/9/2016 alle 6:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 agosto 2016

La bufala del “bambino ferito sul sedile arancione”

Moon of Alabama dustboyQuesta foto fa il giro sui media “occidentali” insieme alla storia strappalacrime degli “attivisti” di un quartiere di Aleppo occupato da al-Qaida. Un bambino apparentemente ferito, si siede tranquillamente in una nuovissima ambulanza molto ben attrezzata. A un certo punto tocca ciò che apparirebbe una ferita, sulla tempia sinistra, ma non mostra alcuna reazione. 2 minuti di video, da cui è tratta la foto, mostrano il bambino tratto dal buio da una tizio con giaccone da soccorso e portato in un’ambulanza. Si siede tranquillamente, senza essere sorvegliato, mentre diverse persone riprendono video e foto. Un’altra bambina, chiaramente senza ferite, viene poi messa nell’ambulanza. Ecco come la storia viene raccontata: “Mahmud Raslan, un fotoreporter che ha preso la foto, ha detto all’Associated Press che soccorritori e giornalisti hanno cercato di aiutare il bambino, identificato come Umran Daqanish, insieme ai genitori e tre fratelli di 1, 6 e 11 anni. Li abbiamo passati da un balcone all’altro“, ha detto Raslan, aggiungendo: “Abbiamo inviato subito i bambini più piccoli nell’ambulanza, ma la ragazza di 11 anni aspettava che la madre venisse salvata, aveva la caviglia appuntata dalle macerie“. Una ricerca su internet di “Mahmud Raslan“, il preteso “fotoreporter”, non porta ad alcuna foto o video. Vi sono circa 15 uomini intorno alla scena e non fanno nulla. (Accanto a un sito “appena bombardato” in una zona di guerra? Nessuna paura di un secondo attacco?) Almeno altri due uomini, oltre al cameraman, riprendono foto e video. Un altro bambino viene trasportato nell’ambulanza. Sullo sfondo c’è qualcuno con un casco bianco che indossa una camicia dei “Caschi bianchi”, il gruppo di propaganda finanziato dagli anglo-statunitensi. Un ferito si dirige verso l’ambulanza. Come il bambino, l’uomo sembra avere una ferita alla testa. Ma come il bambino, non sanguina. Vi è una sostanza di colore rosso sul suo viso, ma senza che scorra. È sorprendente. Quando guidavo le ambulanze di pronto soccorso, i feriti alla testa sanguinavano sempre come maiali al macello (spesso sporcando l’ambulanza che dovevo pulire). Come WebMD nota: “Piccoli tagli sulla testa spesso sanguinano pesantemente perché faccia e cuoio capelluto hanno molti vasi sanguigni sotto la superficie della pelle. Anche se tale quantità di sangue può allarmare, molte volte l’infortunio non è grave…” Mahmud Raslan. il "fotoreporter" taqfirita assieme ai terroristi che avevano decapitato il bambino palestinese a luglio, ad Aleppo. Mahmud Raslan, “fotoreporter” taqfirita assieme ai terroristi che avevano decapitato, a luglio, il bambino palestinese Abdullah al-Isa, presso Aleppo. CqL2UTRXYAEIw7XLa quantità di sostanza di colore rosso sul bambino e l’uomo non corrispondono alla quantità che ci si aspetta da una ferita anche minore alla testa. Non vengono inoltre applicate bende o qualsiasi altra cosa serva a fermare una vera ferita sanguinante alla testa. Si confronti ciò con la foto di un ragazzo nella zona ovest di Aleppo. (Alcun media “occidentali” ha mostrato questo ragazzo e la sua sofferenza. Non è della “nostra parte”).CqHgQJOXEAA3URAIl ragazzo subiva una ferita alla testa dopo che un razzo di al-Qaida e affiliati colpiva il suo quartiere. Viene curato e l’emorragia arrestata. La quantità di sangue sul corpo e nel vestito è diverse volte ciò che appare immagini precedenti. Il sangue è anche mescolato con la polvere sul volto, non dipinto. Così appaiono i pazienti nella mia ambulanza. Sembra reale. Tutti gli elementi del video del “bambino sul sedile arancione” sono gli stessi che si vedono in decine di video dei “Caschi bianchi”. La stessa scena ripetuta più e più volte nell’album “Drammatici salvataggi! Uomini con bambini che corrono verso la telecamera”! Ritengo che il video sia la stessa sceneggiata di altri video e foto dei “Caschi bianchi”. L’aspetto della ferita del bambino è un po’ più realistico del solito, ma mancanza di sanguinamento, nessuno che se ne occupi, assenza di reazione alla “ferita” e l’impostazione generale del video, permettono di ritenerla una messa in scena. Tale nuova propaganda, ampiamente diffusa, compare ancora in un momento in cui al-Qaida e affiliati in Siria sono in difficoltà. L’Aeronautica russa bombarda le retrovie dell’aggressione ad Aleppo ovest, devastandole. Un “cessate il fuoco umanitario”, che verrà utilizzato per riorganizzarsi e rifornirsi, è urgente. La propaganda serve a fare pressione per tale richiesta. Alcuni sponsor vogliono che i “Caschi bianchi” abbiano il Premio Nobel per la Pace. L’organizzazione si autopromuove sul suo sito. Qualcun altro ha mai fatto una cosa del genere? Non si vergognano a chiedere il Nobel? Proprio con un’altra versione del loro marchio aziendale preferito, la foto di un “Drammatico salvataggio! Uomo con bambino corre verso la macchina fotografica!“. Chiedono il Nobel proprio con un’altra foto inscenata? Ma perché no? Obama non era altro che un prodotto commerciale quando ebbe il Nobel per la pace, per poi bombardare 7 Paesi musulmani. Non vi è alcuna ragione quindi di non dare tale premio a un altro strumento della propaganda bellica. Poi avrà una nomination per gli Academy Awards, forse nella categoria “Miglior falso venduto”, più appropriata.white-helmet-infographic-2Una strage di al-Qaida spacciata per salvataggio dei “caschi bianchi” La famiglia Quraytam fu rapita da al-Nusra intorno il 29 luglio. I tre uomini furono uccisi immediatamente. Le quattro donne e gli otto bambini furono uccisi il 10 agosto e i loro corpi gettati e sbranati dai cani. Due giorni dopo, gli stessi 12 corpi furono utilizzati dai caschi bianchi, il ramo propagandistico di Jabhat al-Nusra, finanziato dalla NATO, come oggetti di scena nella loro ultima produzione pornografica. I corpi disfatti vennero “trovati” sul ciglio della strada, nei pressi del preteso cratere di una bomba, e gli attori di Jabhat al-Nusra, con caschi bianchi e relativa uniforme della Protezione Civile Siriana, correvano freneticamente davanti alle telecamere, girando a vuoto con un bambino morto e uno vivo. Il materiale video viene utilizzato per la propaganda #SaveAleppo di al-Qaida. Libyan Civil War Terroristi di al-Qaida e Stato islamico e “Caschi bianchi” ad al-Lataminah Chi è James Le Mesurier, fondatore dei “Caschi Bianchi”? james_0 James Le Mesurier viene dipinto come anticonformista eroe umanitario, che miracolosamente si trovava al posto giusto (Istanbul) nel momento giusto, quando nacque l’esigenza di creare la squadra della Protezione Civile Siriana, forse per caso, pochi mesi prima dell’infame e universalmente screditata storia dell’attacco con ‘armi chimiche’ nel Ghuta dell’agosto del 2013, evento già dimostratosi oltre ogni dubbio un attentato false flag, come le successive accuse al governo siriano senza riuscire ad imporre la ‘No Fly Zone’ desiderata dalla NATO. Tuttavia, se si approfondisce vita e opere di Le Mesurier, si capirà che non fu un caso felice che fosse ad Istanbul in quel frangente. Laureato all’Accademia Militare di Sandhurst e decorato con la medaglia della regina, la sua carriera lo vede nell’Ufficio dell’Alto rappresentante in Bosnia e premiato coordinatore dell’intelligence della NATO in Kosovo. Viene detto che Le Mesurier lasciò l’esercito inglese nel 2000 prestando servizio alle Nazioni Unite come vicecapo dell’Unità consultiva su ‘sicurezza e giustizia’, e come rappresentante speciale del corpo della sicurezza politica del Segretario Generale nella missione delle Nazioni Unite in Kosovo. La sua carriera poi lo portava a Gerusalemme, dove operava all’attuazione dell’accordo di Ramallah, poi a Baghdad come consulente speciale del ministro degli Interni iracheno, negli Emirati Arabi Uniti ad addestrarne la forza di protezione dei giacimenti di gas, e poi in Libano durante la guerra del 2006. Nel 2005 fu nominato Vicepresidente di Special Projects della società di mercenari Olive Group, e nel gennaio 2008 fu nominato direttore del Good Harbour International, entrambi a Dubai. Le Mesurier fondò anche Mayday Rescue, una società “non profit” per l’addestramento in ricerca e salvataggio nei conflitti civili. Secondo la sua biografia, Mayday Rescue fu fondata nel 2014, dopo aver creato i “caschi bianchi”. The Wall Will Fall Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora




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29 giugno 2016

L’effetto valanga delle menzogne anti-israeliane

E

cco come nascono le calunnie che poi arrivano alla stampa, al Parlamento europeo e all’opinione pubblica

Di Ben Dror Yemini

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

Ben-Dror Yemini, autore di questo articolo

Yehuda Shaul, uno dei capi della ong israeliana “Breaking the Silence”, parlando (in perfetto inglese) di un villaggio di Cisgiordania ha affermato: “E’ interessante il fatto che i residenti vi siano tornati, perché qualche anno fa i coloni avvelenarono tutto il sistema di approvvigionamento d’acqua del villaggio”. Sono andato da “Breaking the Silence” per cercare di capire cosa intendessero dire. Mi hanno parlato di un presunto incidente che si sarebbe verificato nel 2004, quando alcuni palestinesi sostennero che delle carcasse di pollo erano state gettate in un pozzo. Quelli di “Breaking the Silence” ne scrissero sul loro sito, postando anche un breve video sulla loro pagina Facebook in cui si vede Shaul che attribuisce l’episodio all’opera di hooligans (teppisti). Il fatto – tutto da dimostrare – che dei teppisti israeliani abbiano effettivamente gettato carcasse di pollo in quel pozzo non rende comunque veritiere le affermazioni di Shaul. Ha parlato di “avvelenamento di tutto il sistema di approvvigionamento d’acqua”, cosa che non è mai avvenuta. Ha parlato di un “intero villaggio evacuato per un periodo di diversi anni”, e anche questo non è mai avvenuto.

Il comunicato del Ministero degli esteri dell'Autorità palestinese

Il comunicato del Ministero degli esteri dell’Autorità palestinese

Se prendiamo le affermazioni di Shaul e le combiniamo con quelle di Avner Gavriyahu, l’attivista di “Breaking the Silence” che sostiene che le Forze di Difesa israeliane sparano a palestinesi innocenti come se stessero giocando a un videogioco, il risultato non è una critica o una denuncia: il risultato è pura demonizzazione. Con questa propaganda di basso livello, la gente in tutto il mondo non può che arrivare alla falsa conclusione che Israele tratta i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei. Non è così che si promuove la comprensione reciproca e la riconciliazione tra ebrei e palestinesi. Non è certo così che si può realizzare la fine dell’occupazione. Anzi, questo è il modo migliore per aumentare odio e ostilità, il modo migliore per allontanare sempre di più la pace.

L’Independent, la tv al-Jazeera e altri mass-media hanno pubblicato dei servizi in cui sostengono che “Israele sta tagliando l’acqua ai palestinesi durante il mese sacro del Ramadan”. Anche questo è falso: non c’è stata nessuna interruzione delle forniture d’acqua ai villaggi palestinesi in Cisgiordania. Al-Jazeera ha pubblicato un secondo servizio contenente la risposta dell’Amministrazione civile israeliana in Cisgiordania. Il quotidiano britannico ha invece insistito nel sostenere che aveva ricevuto le informazioni da fonti palestinesi e non ha ritenuto necessario correggere quello che aveva scritto. [“Alcuni giorni fa – ha spiegato l’Amministrazione israeliana – una squadra è andata a riparare una tubatura la cui rottura aveva determinato una breve interruzione della fornitura di acqua ai villaggi di Marda, Biddya, Jamma’in, Salfit e Tapuach. L’approvvigionamento idrico è stato ripristinato e attualmente funziona regolarmente”. L’Amministrazione ha anche postato un breve video della tubatura rotta, ribadendo d’essere sempre pronta a intervenire per riparare eventuali interruzioni. Essa ha anche spiegato che, a causa del maggiore utilizzo durante i mesi estivi, la società idrica Mekorot è stata costretta a ridurre l’offerta complessiva di acqua a tutte le aree della Cisgiordania, comunità ebraiche comprese].

Screenshot 2016-06-26 21.18.24

Il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen giovedì scorso al Parlamento europeo

La scorsa settimana i palestinesi hanno spinto la menzogna ancora più avanti, dicendo: “Il rabbino Shlomo Melamed, capo del Consiglio rabbinico degli insediamenti di Cisgiordania, ha dato il permesso ai coloni di avvelenare l’acqua potabile palestinese”. Ora, non esiste nessun rabbino con quel nome a capo del Consiglio rabbinico degli insediamenti di Cisgiordania. Anzi, non esiste nessun Consiglio rabbinico degli insediamenti di Cisgiordania.

La ong Palestinian Media Watch (PMW) ha magistralmente ricostruito e svelato questa spirale di bugie. Il primo stadio è costituito dalle menzogne proferite da Yehuda Shaul circa l’”avvelenamento dei pozzi di un interno villaggio”. Il secondo stadio è un comunicato ufficiale del Ministero degli esteri palestinese circa l’”avvelenamento di pozzi in tutta la Cisgiordania”, insieme alla bufala sul rabbino Melamed e il suo fantomatico Consiglio. Il comunicato, che sostiene che tutta la vicenda era stata raccontata dalla tv israeliana Canale 10, comprende anche un allarmante avvertimento circa la prevista morte di migliaia di palestinesi e la condanna del silenzio della comunità internazionale sulla questione. Il terzo stadio è un comunicato ufficiale dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che mette insieme le parole di Shaul e la presunta esortazione dei presunti rabbini del presunto Consiglio rabbinico a favore dell’avvelenamento dei pozzi palestinesi.

In realtà, se si va ad esaminatore le infrastrutture idriche in Cisgiordania si vede dal 1967 ad oggi c’è stata una vera rivoluzione. Quando Israele prese il controllo della Cisgiordania, solo quattro delle 700 municipalità palestinesi avevano l’acqua corrente. Nel 2004 le municipalità palestinesi dotate di acqua corrente erano passate da 4 a 643, sul totale di 708 in tutta la Cisgiordania. Non si può chiedere ai rappresentanti di “Breaking the Silence” di raccontare tutta la verità: va contro la loro agenda. Ma che almeno non diffondano evidenti menzogne.

(Da: YnetNews, 24.06.16)

Riecheggiando calunnie antisemite di stampo medievale che in epoche passate hanno scatenato uccisioni di massa di ebrei innocenti (così il New York Times), il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), intervenendo giovedì scorso davanti al Parlamento Europea, ha dichiarato: “Solo una settimana fa alcuni rabbini in Israele hanno esplicitamente annunciato e chiesto al loro governo di avvelenare l’acqua per uccidere i palestinesi”. Queste parole di Abu Mazen non compaiono nella trascrizione ufficiale del discorso diramata dal suo ufficio.

Sabato scorso l’ufficio di Abu Mazen ha ritrattato l’accusa con un comunicato in cui si legge: “Dopo che è emerso che le presunte dichiarazioni di un rabbino sull’avvelenamento dei pozzi palestinesi, riportate da vari mass-media, sono prive di fondamento, il presidente Mahmoud Abbas ha affermato che non era sua intenzione nuocere all’ebraismo o offendere gli ebrei nel mondo”.

Torna alla mente – scrive Honest Reporting – il discorso che fece Abu Mazen alla tv palestinese lo scorso ottobre in cui accusava Israele d’aver assassinato a sangue freddo il 13enne Ahmed Manasra: la dirigenza palestinese fu poi costretta a ritrattare l’accusa di fronte alle immagini del giovane Manasra vivo e vegeto, e curato in un ospedale israeliano.

Ha dichiarato domenica mattina il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “Il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha diffuso aberranti menzogne circa lo stato di Israele e gli ebrei. È vero che si è poi affrettato a diramare delle mezze scuse poco convinte, ma le cose che aveva detto sono in perfetta sintonia con ciò che afferma su di noi in altre occasioni, anche davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Pertanto, penso che tutti possano dedurre da quanto accaduto chi è che vuole davvero promuovere il processo di pace, e chi no”. (Da: Times of Israel, 26.6.16)

 

Dalla tv ufficiale dell’Autorità Palestinese (20.6.16): “Il Consiglio rabbinico degli insediamenti di Cisgiordania (sic) esorta ad avvelenare i pozzi palestinesi”:

 

Dal discorso di Abu Mazen al Parlamento europeo (23.6.16): “Rabbini israeliani hanno esplicitamente chiesto al loro governo di avvelenare l’acqua per uccidere i palestinesi”:




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22 giugno 2016

SUD DI ISRAELE: UN ALLARME PER I TUNNEL DEL TERRORE

Un nuovo allarme suonerà in Israele in caso di pericolo, ma solo nelle zone che si trovano a ridosso della Striscia di Gaza: si tratta di una sirena che avvertirà i cittadini dei pericoli provenienti dai tunnel di Hamas, quindi di possibili infiltrazioni terroristiche. Il sistema sarà identico a quello dello Tzeva Adom che suona al momento dell'intercettazione di un razzo, ma per distinguere le due minacce, gli abitanti ric...everanno contemporaneamente un SMS che reciterà così: "A causa di scavi terroristici, i residenti sono invitati ad andare nelle proprie case e spegnere le luci fino a nuovo avviso". Lo stesso messaggio verrà divulgato anche sui canali pubblici come radio e TV. Alcuni funzionari dell'esercito hanno precisato che non tutti gli allarmi segnalano per forza un'infiltrazione terroristica, ma la precauzione è stata presa per proteggere gli abitanti del sud con una strategia di difesa oltre che con le operazioni offensive che vengono portate avanti contro il terrorismo. La decisione è stata presa per affrontare di petto la minaccia delle città sotterranee con le quali i soldati di Zahal hanno avuto a che fare soprattutto a partire dall'Operazione Protective Edge del 2014.

Altro...
foto di Progetto Dreyfus.




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12 giugno 2016

12 giu 2016 18:01 IL CALIFFATO SI E' CALI-SFATTO - L'ISIS È VICINO AL COLLASSO MA SE PERDE IL CONTROLLO IN MEDIORIENTE, PUÒ DEDICARSI AL JIHADISMO IN EUROPA

L'ISIS È VICINO AL COLLASSO: A DUE ANNI DALLA PRESA DI MOSUL, HA PERSO IL 50% DEI TERRITORI IN IRAQ E IL 20% IN SIRIA, DOVE PERSINO LA 'CAPITALE' RAQQA POTREBBE CADERE DI NUOVO SOTTO IL CONTROLLO DELL'ESERCITO DI ASSAD, SOSTENUTO DA RUSSIA, IRAN E LIBANO (MA ANCHE STATI UNITI, VIA CURDI)

In Siria i foreign fighter non sono riusciti a integrarsi tra i movimenti dell'opposizione locale al regime di Damasco. Isis mirava ad imporre il monopolio politico e militare. Ma è rimasto un movimento militante elitario e stretto nelle zone sotto il suo controllo, incapace di assorbire persino Al Nusra...


Lorenzo Cremonesi per il ''Corriere della Sera''

folla guarda esecuzione isis folla guarda esecuzione isis

 

A due anni esatti dalla presa di Mosul in Iraq, Isis appare sempre più prossimo al collasso. Nel giugno 2014 sembrava destinato a imporre un nuovo ordine sul Medio Oriente in nome del jihadismo wahhabita, tanto da poter ridisegnare i confini definiti cento anni fa da Francia e Inghilterra sulle rovine dell' Impero Ottomano sconfitto nella Grande guerra.


 

Ma negli ultimi mesi ha perso quasi il 50 per cento delle terre sotto suo controllo in Iraq. In Siria le perdite ammontano a oltre il 20 per cento e la sua roccaforte a Raqqa potrebbe cadere presto sotto la pressione «a tenaglia» delle forze leali alla dittatura di Bashar Assad, con il sostegno determinante di Russia, Iran e delle milizie sciite libanesi, e da nord delle milizie curde siriane aiutate soprattutto dagli Stati Uniti. In Libia la disfatta totale a Sirte, suo centro principale, è imminente.

isis entra a raqqa nel gennaio 2014 isis entra a raqqa nel gennaio 2014

 

Però Isis resta un mostro a più teste, caratterizzato da dinamiche diverse nelle situazioni in cui opera. I suoi rovesci militari hanno dunque valenze e conseguenze differenti a seconda dei contesti. E non è affatto detto che, una volta persa la sua dimensione di «Califfato» caratterizzato dal controllo territoriale quasi-statuale, non torni a quella della guerriglia terroristica-qaedista.

 

Iraq

Questo è il Paese natale di Isis. E la sua forza, più che in altre regioni, dipende dal sostegno delle grandi tribù sunnite locali. La sfida dunque è sostanzialmente politica. Non basta che le milizie sciite, i loro alleati iraniani e gli aiuti militari americani stiano facilitando l' assedio di Falluja, come del resto hanno già fatto per la presa di Tikrit e Ramadi nei mesi scorsi. E come si prevede che faranno quando verrà lanciata l' offensiva per liberare Mosul, dove saranno fondamentali anche i militari dell' enclave curda nel nord.

lapidazione di fornicatori a mosul lapidazione di fornicatori a mosul

 

Occorre infatti che il governo a Baghdad rilegittimi la minoranza sunnita alla gestione dello Stato. Sino a quando i sunniti, da secoli alla dirigenza della regione interrotti solo dall' invasione americana nel 2003, non si sentiranno pienamente integrati nel Paese, le condizioni per il loro sostegno a Isis (o a movimenti simili) non muteranno. Siria La grave debolezza di Isis si riassume nel classico scontro tra militanti «dell' interno» e volontari stranieri «dell' esterno».

 

La bandiera isis sulla chiesa di San Giorgio a Mosul La bandiera isis sulla chiesa di San Giorgio a Mosul

È tipico delle rivoluzioni violente, avvenne tra l' altro nell' Iran khomeinista, quando i religiosi radicali eliminarono decine di migliaia di oppositori comunisti e liberali (o meno integralisti dell' ayatollah Khomeini) allo Scià, e nelle battaglie interpalestinesi tra Olp, arrivato dalla diaspora dopo gli accordi di Oslo nel 1993, e Hamas, cresciuta nell' Intifada contro l' occupazione israeliana di Cisgiordania e Gaza.

 

isis distrugge tombe a mosul isis distrugge tombe a mosul

In Siria i jihadisti fondamentalisti stranieri non sono riusciti a integrarsi tra i movimenti dell' opposizione locale al regime di Damasco. Isis mirava ad imporre il monopolio politico e militare. Ma è rimasto un movimento militante elitario e stretto nelle zone sotto il suo controllo, incapace di assorbire persino Al Nusra e le altre formazioni ribelli pur ispirate dall' ideologia messianica della «guerra santa». Crescono tra gli stessi sunniti siriani i dissensi contro gli eccessi di Isis, quali le torture, le esecuzioni, i divieti contro il fumo, le imposizioni della barba per gli uomini e il velo per le donne, le crescenti limitazioni alla libertà personale.


Libia

Il 12 giugno 2015 i gruppi islamico-radicali di Derna, nel cuore della Cirenaica, insorsero spontaneamente contro gli «stranieri» di Isis che si erano insediati con prepotenza nella zona. Fu allora che si cementò l' alleanza tra Isis e alcuni degli ex fedelissimi di Gheddafi in cerca di vendetta e riscatto da Sirte.

 

GRANDE MOSCHEA MOSUL GRANDE MOSCHEA MOSUL sentenza in piazza a sirte sentenza in piazza a sirte ISIS BOMBARDA SIRTE IN LIBIA ISIS BOMBARDA SIRTE IN LIBIA sirte goversata da is sirte goversata da is

Ma emerse anche il carattere artificiale della presenza dei militanti di Al Bagdadi nella Libia tribale e frazionata dopo la rivoluzione del 2011. Ora Isis potrebbe cercare di ricostruire le proprie basi nel deserto del Fezzan. Ma, se Tripoli riuscisse a costituire una solida sovranità centrale, l' esistenza di Isis in Libia sarebbe segnata.




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9 giugno 2016

Manette per chi inciterà al negazionismo o al genocidio

Il testo approvato a Montecitorio prevede, in particolare, la reclusione fino ad un anno e sei mesi o la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico

Foto d’archivio


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08/06/2016

Manette per chi inciterà al negazionismo o al genocidio: lo prevede la legge definitivamente approvata dall’Aula della Camera dopo una lunga `navetta´ con il Senato. Il testo approvato a Montecitorio prevede, in particolare, la reclusione fino ad un anno e sei mesi o la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. 

 

La reclusione andrà da sei mesi a quattro anni per chi, in qualsiasi modo, istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Viene, quindi, vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo che abbia tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi: chi vi parteciperà rischierà sei mesi a quattro anni di prigione, che passeranno da uno a sei anni per chi quelle associazioni promuove o dirige. 

 

Viene quindi prevista nell’ordinamento penale la reclusione da 2 a 6 anni, nei casi in cui la propaganda, l’istigazione e l’incitamento si fondino «in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra» come vengono definiti dallo Statuto della Corte penale internazionale.

Il testo approvato a Montecitorio prevede, in particolare, la reclusione fino ad un anno e sei mesi o la multa fino a 6.000 euro per chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico




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18 maggio 2016

Israele è stato comprato, non rubato

AddThis Sharing Buttons"I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi". È questo il mantra che l'Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media. Quest'asserzione riveste un'enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: "Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un'ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell'Ap del diritto d'Israele ad esistere". L'accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale.




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10 maggio 2016

YOM HAZIKARON 23.477. Questo è il numero di morti che Israele ha lasciato alla storia per guadagnarsi la sua libertà e la libertà di ogni ebreo nel mondo.

    foto di Noi che amiamo Israele.
    foto di Noi che amiamo Israele.
    foto di Noi che amiamo Israele.











    23....477 persone che con il loro sacrificio hanno donato la possibilità ad ognuno di noi di poter vivere senza la paura di poter essere sterminati di nuovo, ma ancor di più la gioia di poter essere ebrei.Liberi.

    Soldati e civili che in 70 anni e più hanno perito per guadagnarsi un fazzoletto di Terra circondato da soli stati nemici. Uomini e donne che hanno sacrificato la loro gioventù, i loro amori, la loro vita per assicurare il miglior futuro ad un Popolo che per millenni ha cercato la sua unica Casa.
    Soldati che hanno combattuto battaglie e guerre miracolose, portato a termine azioni impensabili.
    Civili uccisi inermi nelle strade, nei caffè. Giovani morti durante notti in discoteca o durante un viaggio in autobus. Uccisi nel silenzio totale di un mondo sordo.

    Eroi come Yoni Netanyahu, ucciso ad Entebbe per riportare in salvo cittadini israeliani e non, presi in ostaggio da terroristi palestinesi.
    Vittime come la famiglia Fogel, uccisi tra le mura sicure della loro casa, ad Itamar, da un commando di terroristi palestinesi, che non hanno esitato nell’assassinare anche i loro piccoli. Servitori della patria , morti totalmente soli, lontano da casa, come Max Steinberg, ucciso a Gaza, poco più 20enne, durante l’ultima ed ennesima guerra contro Hamas; arruolatosi volontario dalla California, per difendere Israele.
    Una lista che ogni anno si allunga, aumenta. Lascia figli orfani, moglie vedove, famiglie segnate per sempre. Una lista che aumenta il dolore ma non diminuisce la speranza.
    Attacchi terroristici che oggi continuano a mietere feriti. Con ogni mezzo. Una guerra ed un terrore che vanno oltre confine.
    Uccidono nella Sinagoga di Roma, Stefano un bambino di 2 anni, Yoav, Philippe, Francoise, ebrei francesi in un Super Market di Parigi e di nuovo, Miriam ed altri bambini nella Scuola di Tolosa.
    Uccide ogni ebreo. Ma non la nostra ebraicità, di qualsiasi tipo essa sia.
    Non estingue la voglia di vivere da ebrei. Di ricordare chi con il sacrificio del proprio tempo, della propria forza, ma soprattutto della propria vita, ci regala e permette oggi, la tranquillità di vivere la nostra. Ci consente di essere ebrei.
    A Casa ed altrove.

    Grazie a E.A




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6 maggio 2016

Martedì sera inizierà Yom HaZikaron, il Giorno del Ricordo in memoria dei soldati israeliani caduti in guerra e delle vittime del terrorismo

il Giorno del Ricordo in memoria dei soldati israeliani caduti in guerra e delle vittime del terrorismo che ammontano a 23.447 con 9.442 genitori in lutto, 4.917 vedove e 1.948 orfani.




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27 aprile 2016

IL SOLITO IPOCRITA "DEMOCRATICO"




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29 febbraio 2016

Passatempi di Gaza: bruciare gli autobus israeliani eccitando la folla

Un tempo c’erano leoni e gladiatori al Colosseo, oppure si andava a teatro ad assistere alle commedie di Aristofane e Plauto. Oggi, invece, le abitudini sono cambiate.
A Gaza, per intrattenere la folla in visibilio è sufficiente un autobus “israeliano” che brucia.
Proprio così: come riporta la pagina Il Borghesino, l’ultima moda della Striscia di Gaza è dare alle fiamme i bus.
Un vero divertimento.
Più che altro, un modo fantasioso per sfogare l’odio contro Israele

http://www.linformale.eu/passatempi-di-gaza-bruciare-gli-autobus-israeliani-eccitando-la-folla/




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23 febbraio 2016

36.000 palestinesi rischiano la fame grazie al Movimento BDS

La campagna di boicottaggio delle aziende israeliane che operano in Cisgiordania voluta dal Movimento BDS rischia di gettare in miseria 36.000 operai palestinesi che lavorano nelle aziende israeliane in Cisgiordania. Questo è il dato che emerge da una recente ricerca sui danni provocati all’economia israeliana e palestinese dal Movimento BDS.

Più che danneggiare le aziende israeliane l’operazione di boicottaggio del Movimento BDS, alla quale si è accodata l’Unione Europea, sta danneggiando pesantemente i palestinesi che lavorano nelle aziende israeliane in Cisgiordania dalle quali percepiscono uno stipendio tre volte superiore di quello che percepirebbero lavorando per una azienda palestinese. Lo spostamento di diverse aziende israeliane dalla Cisgiordania al centro di Israele ha già provocato il licenziamento di oltre 3.500 lavoratori palestinesi che oggi si ritrovano senza stipendio e senza alcun sostegno da parte della ANP. Ma ancora non è niente in confronto a quello che che si sta prospettando. Secondo dati aggiornati ottenuti dal Ministero degli Interni israeliano attualmente nelle aziende israeliane in Cisgiordania lavorano oltre 42.000 operai palestinesi, di questi almeno 36.000 lavorano in aziende che stanno valutando la possibilità di trasferirsi al centro di Israele e quindi rischiano il posto. Per l’economia palestinese sarebbe un vero tracollo.

La Aluminum Construction ha due stabilimenti per la lavorazione dell’alluminio a Ma’ale Adumim, vicino a Gerusalemme. Nei due impianti lavorano oltre 400 operai palestinesi contro appena 150 operai israeliani. A causa della combinazione tra recessione e boicottaggio del Movimento BDS la dirigenza sta decidendo in questi giorni se trasferire la produzione al centro di Israele usufruendo anche degli incentivi governativi. Se ciò avvenisse oltre 400 famiglie palestinesi non avrebbero più di che sostenersi.

Di “grave dilemma” parla Shaher Saed, segretario Generale dell’Unione dei Lavoratori Palestinesi, il quale in un colloqui con alcuni giornalisti ammette che circa 36.000 lavoratori palestinesi rischiano seriamente di rimanere senza lavoro anche se afferma di sostenere convintamente le azioni del Movimento BDS in quanto «il lavoro per gli israeliani favorisce l’occupazione illegale». Tuttavia ammette di trovarsi «di fronte a un grave dilemma» quando guarda ai numeri dei palestinesi che hanno già perso il lavoro o che lo perderanno e alle nefaste conseguenze che ne potrebbero derivare per l’economia palestinese. «Un operaio palestinese che lavora per un israeliano guadagna circa tre volte di più di quanto guadagnerebbe se lavorasse per un palestinese. Il lavoro è sicuro e i Diritti garantiti. E’ difficile rinunciare a tutto questo anche se bisogna farlo per la Nazione della Palestina». Shaher Saed tocca anche l’argomento dell’indotto, cioè di tutte quelle aziende palestinesi che lavorano per le aziende israeliane. Se queste ultime si trasferiranno anche l’indotto ne risentirà e ai 36.000 palestinesi che rimarranno senza lavoro si potrebbero aggiungere altre migliaia di operai che lavorano nell’indotto.

Un caso eclatante e di immediata attualità è quello che riguarda la Barkan, azienda israeliana che opera vicino all’insediamento di Ariel e che – compreso l’indotto – occupa circa 5.000 operai palestinesi. Ebbene, come a suo tempo la Soda Stream, la Barkan è stata particolarmente presa di mirra dal Movimento BDS e adesso sta seriamente valutando di trasferire le sue attività produttive fuori dalla Cisgiordania. Sebbene la dirigenza della grande azienda israeliana tranquillizzi tutti la possibilità che, magari in maniera graduale, le attività vengano trasferite al centro di Israele è fortissima. In ogni caso il Direttore delle esportazioni della Barkan, Moshe Lev-Ran, sconsiglia vivamente agli imprenditori israeliani di aprire attività in Cisgiordania per «non avere inutili mal di testa».

Concludendo, sono 36.000 gli operai palestinesi che lavorano in aziende israeliane localizzate in Cisgiordania che ad oggi rischiano seriamente di perdere il lavoro, 36.000 famiglie palestinesi che grazie al Movimento BDS e alla decisione della Unione Europea di etichettare i prodotti israeliani provenienti dalla West Bank rischiano di non avere più alcun sostentamento. Non c’è che dire, proprio un bel risultato.

Scritto da Lila C. Ashuryan


© 2016, Rights Reporter




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17 febbraio 2016

L'attore Robert De Niro: "Israele sta combattendo per il suo diritto a esistere come popolo e come nazione ebraica contro gruppi terroristici pieni di odio che costituiscono una minaccia per il mondo intero".




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12 febbraio 2016

Pregiudizi antisemiti e boicottaggio antisraeliano: due binari che convergono pericolosamente

Quei miasmi antisemiti nel boicottaggio di Israele

di Plerluigi Battlsta

boicottaggio-israele-antisemitismo-ebrei-focus-on-israelE così, secondo un sondaggio del Journal de Dimanche, il 60% dei francesi, interpellati tra il luglio del 2014 e il giugno 2015, crede che la crescita spaventosa dell’antisemitismo in Francia e in Europa sia colpa degli stessi ebrei. Se la sono andata a cercare, e del resto anche con Hitler si diceva che certo, se gli ebrei suscitavano tanto odio, qualche colpa dovevano pur averla. Se la sarebbero andata a cercare, i perfidi ebrei che mentre andava avanti il sondaggio sono stati nel frattempo massacrati in un supermercato kosher a Parigi. Se la sono cercata, la fuga che costringe molti di loro ad andare via dall’Europa.

Ricalcando alla lettera gli stereotipi micidiali dell’odio antiebraico di sempre, dicono che gli ebrei godono di uno strapotere nei media e questo genera risentimento e rancore, che controllano l’economia globale e dunque diventano i responsabili di ogni disagio, che hanno in mano uno Stato prepotente come Israele e dunque non possono lamentarsi se l’immagine delle loro vittime alimenta l’avversione nei confronti degli ebrei padroni del mondo.

Come sempre avviene nella storia degli stereotipi antisemiti, il 60% dei francesi nel sondaggio commissionato dalla Fondation du judaìsme Français, non coglie la contraddizione tra il presunto strapotere ebraico nel mondo dei media e la corale ostilità che la grande maggioranza dei media coltiva a favore di Israele. Ma non importa. Resta che in una fetta consistente della popolazione francese, colpita dallo jihadismo fondamentalista, gli ebrei messi all’angolo sono colpevoli del loro stesso destino. Sconvolgente, ma non imprevisto.

In Italia, dove pure i veleni antisemiti sgorgano con meno virulenza della Francia, i risultati di un sondaggio simile non dovrebbero essere tanto diversi. In Italia, a proposito di miasmi antisemiti che si avvolgono di nobili panni antisionisti, un gruppo di professori universitari incita al boicottaggio della cultura israeliana, degli studiosi israeliani, dei testi scientifici israeliani. Accademici che dovrebbero promuovere i valori della cultura e dello studio mettono al bando un’intera cultura, invocano il linciaggio simbolico e l’esclusione dei singoli studenti ebrei, dei singoli professori ebrei, dei singoli libri scritti da autori ebrei. E la cosa non suscita scandalo. Viene vista come uno dei tanti appelli che gli intellettuali sottoscrivono in cerca di un quarto d’ora di celebrità. Se la sono andata a cercare.

(Fonte: Corriere della Sera, 8 Febbraio 2016)




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7 febbraio 2016

Giulio Regeni: giusto fare chiarezza sulla sua morte ma anche sulle sue attività in Egitto



Mano a mano che le indagini sulla morte di Giulio Regeni, barbaramente ucciso in Egitto, vanno avanti emerge sempre di più quello che appare un omicidio legato alle attività del giovane italiano in Egitto e in particolare a quelle attività legate ai suoi contatti con ambienti vicini alla Fratellanza Musulmana considerata dal Governo egiziano un gruppo terrorista.

Al di la del fatto che nessuno merita di essere ucciso in quel modo, a prescindere che si tratti di un italiano o di una persona di qualsiasi altra nazionalità, e che non c’è nessuna giustificazione a una simile violenza, dando per scontato che sull’accaduto il Governo italiano deve pretendere piena chiarezza da quello egiziano, il fatto che Giulio Regeni si trovasse in Egitto, cioè in un Paese in stato di guerra contro il terrorismo islamico, e che intrattenesse contatti con ambienti vicini al terrorismo islamico che fa capo alla Fratellanza Musulmana (sindacati e altri enti sociali) non può essere messo in secondo piano anche perché quasi certamente è il fatto all’origine del suo omicidio.

Se vai in Egitto e ti metti a fare l’oppositore al Governo, se crei una rete di informatori vicini alla Fratellanza Musulmana e ti metti a scrivere articoli critici su Al-Sisi su vari giornali che trattano di Medio Oriente, anche se nascosto da uno pseudonimo, non ti puoi aspettare che ti lascino fare quello che vuoi. L’Egitto non è Israele e i servizi segreti egiziani non sono come quelli occidentali. A loro se sei un italiano, un inglese o un cinese non gliene importa nulla. Se ti schieri con le opposizioni e in particolare con quelle vicine alla Fratellanza Musulmana sei un nemico e come tale ti trattano, a prescindere dalla tua nazionalità. Se evitiamo di considerare questo fatto riguardo alla morte di Giulio Regeni commettiamo un peccato di ipocrisia.

Giulio Regeni era perfettamente cosciente del rischio che correva tanto che su Nena Newsscriveva i suoi articoli usando uno pseudonimo. Certo, non poteva immaginare una simile violenza che, a scanso di equivoci, non ha nessuna giustificazione, ma indubbiamente sapeva perfettamente quello che stava facendo e i rischi che correva.

Oggi vediamo alcuni giornali di sinistra usare la morte di Giulio Regeni come un ariete contro il Governo di Abd al-Fattah al-Sisi. Sono gli stessi giornali che esultavano all’avvento della Fratellanza Musulmana e di tutto l’orrore che questo comportava. Quindi non possono certo dare lezioni di Diritti Umani a nessuno. E’ vero, il Governo di Al-Sisi non è un campione di democrazia, ma giudicarlo senza tenere in considerazione la situazione in Egitto non solo è stupido, è fuorviante. Abd al-Fattah al-Sisi è l’unico che combatte duramente l’estremismo islamico, cosa impossibile da fare in un Paese musulmano usando i guanti bianchi. Ben inteso, nessuna giustificazione alle violazioni dei Diritti Umani, ma questo fatto e la situazione egiziana meritano una analisi bel più approfondita e onesta rispetto a quella che certi media fanno.

Forse sarà troppo freddo e pragmatico, ma se vogliamo veramente far luce sulla morte di Giulio Regeni non possiamo evitare di guardare con occhio distaccato la situazione in Egitto e quello che il ragazzo italiano stava facendo in quel contesto. Giusto quindi pretendere chiarezza dal Governo egiziano, ma è altrettanto giusto valutare tutto il contesto altrimenti sarà solo una verità a metà.

Scritto da Antonio M. Suarez


http://www.rightsreporter.org/giulio-regeni-giusto-fare-chiarezza-sulla-sua-morte-ma-anche-sulle-sue-attivita-in-egitto/




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31 gennaio 2016

Boicotta chi? Lettera a 168 accademici.

Cari amici,ieri è apparsa sul web una nuova campagna di boicottaggio contro il Technion, il Politecnico di Haifa (Israele), campagna che è stata firmata da 168 docenti e ricercatori accademici italiani.La campagna è dotata di un appello dove vengono spiegate le motivazioni del boicottaggio.Il mio problema è che comincio a non capire una cosa: chi dobbiamo boicottare?Dalla TV ho appreso nei mesi scorsi che bisogna segnalare e boicottare i prodotti israeliani provenienti dai territori occupati, mentre per le strade della mia città vedo manifesti che invitano a boicottare Israele in generale. Ora un gruppo di 168 accademici ci dice che dobbiamo boicottare il Technion.Comincio a sentire un pò di confusione.Ecco, vorrei dire a questi 168 accademici che prima di dare un giudizio su qualcosa, è bene che si informino su quella cosa. Lasciando da parte la millenaria disputa dei territori contesi o occupati, ed anche quella di chi c’era prima e cosa c’era dopo, vorrei raccontare ai 168 accademici che cosa è il Technion, oggetto del loro boicottaggio, visto che ho avuto il piacere di laurearmi al Technion in Ingegneria Informatica ed Ingegneria Gestionale, nei lontani anni ‘80.Il Technion è un Istituto Tecnologico che comprende 18 facoltà di ingegneria e medicina, biologia ed architettura, fisica e chimica, in cui circa 1200 docenti insegnano a 13000 studenti materie tecnologiche e non solo.Nel Technion studiano studenti di tutte le etnie e le religioni, circa il 20% degli studenti è arabo, e naturalmente ci sono anche ebrei, buddhisti ed anche tanti atei.Questa è la fotografia del Technion oggi:
Il Technion di Haifa. Vista aerea.
Tra i vari palazzi di questa città-studi ci sono le facoltà universitarie, le case dello studente, le mense , le biblioteche la piscina, il campo da calcio e le sale informatiche.Il Technion è stato fondato nel 1912, ma l’erogazione dei corsi è iniziata solo nel 1923.Il primo rettore del Technion si chiamava Albert Einstein.Eccolo in ispezione al Technion nel 1925:
Albert Einstein al Technion. 1925

Nel 1962 al Technion apre la Facoltà di Informatica. Nel 1969 quella di Ingegneria Biomedicale. Nel ranking mondiale delle università tecniche, il Technion è posizionato al posto numero 29.Diversi sono i premi Nobel usciti da questa scuola.Migliaia sono le invenzioni inventate in questa scuola, e milioni sono i posti di lavoro creati da tecnologie nate in questa scuola.Negli anni ‘80 frequentai il Technion per sei anni.In una delle costruzioni c’era un corridoio con tanti uffici con porte aperte e dentro due sedie e un tavolo.Il corridoio si chiamava “Incubator”, incubatore.Li nell’incubatore, chiunque si poteva presentare con una idea di business ed il sistema scuola gli dava una sede, un micro budget, un ricercatore di fondi (oggi si chiamano Seed Capital), uno o più persone di supporto per sviluppare l’idea.Se l’idea prendeva piede, l’ufficio si spostava in una zona industriale più o meno vicina, liberando cosi’ un micro ufficio per la prossima idea.Se fate un giro per la zona industriale di Haifa, vedrete palazzi che si chiamano Google e Microsoft, Facebook e Intel, Yahoo e Waze.Mica noccioline...Oggi questa roba si chiama “startup economy”, ed è la cosa più rivoluzionaria che sia successa nella storia del pensiero economico dopo la definizione del plusvalore da parte di “Carletto” Marx.L’economia delle startup ha infatti dimostrato che lavoro e ricchezza si sviluppano la dove c’è innovazione e tecnologia, ricerca e sviluppo, diversità e disciplina organizzativa.Può darsi che 168 accademici italiani vogliano boicottare il Technion, ma vorrei fare notar loro una cosa: probabilmente ognuno di loro usa un computer o cellulare dove vi sono dentro decine se non centinaia di prodotti e algoritmi israeliani, magari realizzati proprio dal Technion e dai suoi laureati. Se comprate un prodotto in una farmacia italiana, avete il 10% di probabilità di comprare un prodotto israeliano, magari realizzato proprio dai tecnici usciti dal Technion. Se vai in ospedale, rischi che ti salvino la vita con un macchinario o un software israeliano, inventato proprio al Technion...Negli ultimi anni le campagne di boicottaggio hanno fatto molti danni, soprattutto ai palestinesi, quelli che lavoravano nelle fabbriche boicottate. Ad esempio alcune settimane fa 90 famiglie palestinesi hanno perso il lavoro che li sosteneva, quando, grazie proprio al boicottaggio, la fabbrica israeliana Sodastream ha dovuto chiudere i battenti.Ora che volete boicottare il Technion, sappiate che anche li c’è gente di tutte le etnie e le religioni che non ha nessuna voglia di perdere il proprio posto di lavoro, per cui se ne strafrega altamente del vostro boicottaggio: un mese fa il Technion ha aperto una mega sede in Cina, e migliaia di cinesi ed altri asiatici vengono a imparare come si crea innovazione in Israele.E ben vengano anche gli accordi tra le migliori università italiane ed il Technion, e auguriamoci che i risultati della collaborazione tecnologica Italia-Israele diano presto importanti frutti che creino sviluppo e lavoro per i due popoli e per il mondo intero. E mi chiedo però una sola cosa: voi 168 accademici, siete in Italia, che vista da Israele è un bellissimo posto, e da li a qui o da li alla Siria, più o meno è la stessa distanza.Io non so che cosa vi raccontano nei media oltre al fatto che i soldati israeliani mangiano i bambini arabi, ma a pochi chilometri da qui, in Siria, sta succedendo da anni un massacro che non si allontana molto da un paio di mesi di Auschwitz. In Siria ci sono stati 300 mila morti e dieci milioni di profughi negli ultimi anni.Noi israeliani abbiamo costruito un ospedale da campo al confine siriano, dove 1653 siriani feriti sono sinora venuti a farsi curare. Inoltre vi sono nel paese organizzazioni umanitarie che collaborano alacramente con i nuovi campi profughi che sono sorti, ad esempio, in Giordania e diamo anche una mano con team paramedicali sull’isola di Lesvos.
Voi 168 accademici italiani, che cosa state facendo di realmente operativo per aiutare la tragedia umanitaria che si sta svolgendo in quel luogo che era chiamato “Siria”?Avete boicottato Assad, che ha fatto gettare barili riempiti di dinamite sui condomini dei propri concittadini a Damasco?Avete protestato per le strade di Milano quando l’ISIS ha massacrato migliaia di Yazidi e Cristiani?Avete manifestato contro i bombardamenti turchi che stanno uccidendo centinaia di curdi?Vi state muovendo contro l’impiccagione di centinaia di gay all’anno in Iran?No, non vi state muovendo, voi vi svegliate solo quando si può accusare Israele o gli Stati Uniti.Avete lasciato il terreno libero a Salvini.Quando vedo Salvini protestare contro l’impiccagione dei gay, mi rendo conto che in Italia la destra si e’ presa il ruolo della sinistra....Come se protestare contro gli Ayatollah fosse “di destra”: Salvini quando dice NO alla Shariya, è più di sinistra di chi non la vuol veder arrivare.Protestare contro l’integralismo islamico non è di destra, ma è una azione di sinistra: l’integralismo islamico, la Shariya, e’ la piu’ depravata, fascista, nazista, totalitaria legislazione diffusa al mondo.E protestare contro il fascismo non è di destra.La Shariya è di destra, non Salvini o Geert Wilders.Allora, cari 168 accademici, vi auguro solo che i vostri nomi non diventino famosi come quelli degli “scienziati” italiani che firmarono il “Manifesto della razza” nel lontano 1938... 




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29 gennaio 2016

I RAGAZZI DI ISRAELE.

    foto di Josef Jossy Jonas.
    Josef Jossy Jonas
    .

    Questo giovanotto ieri ha inseguito il terrorista armato entrato nel suo ristorante e lo ha neutralizzato a pugni. (Kudos).




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27 gennaio 2016

Oggi col giornale "Il Foglio" in regalo una kippah. Per solidarizzare col crescente odio anti ebraico




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23 gennaio 2016

Se la Giornata della Memoria è senza Memoria



Tra pochi giorni, il 27 gennaio, sarà la Giornata della Memoria istituita dalle Nazioni Unite per ricordare l’olocausto ebraico avvenuto per mano dei nazisti. Come ogni anno mi prefiggo di non scriverci nulla, non perché non sia importante ricordare, anzi, è importantissimo, quanto piuttosto perché questa giornata è diventata una parata di ipocrisia usata e abusata da quella massa di odiatori ipocriti che la utilizzano per lavarsi le coscienze per 24 ore.

Quest’anno però la Giornata della Memoria assume una valenza particolare, più ancora che negli altri anni. Quest’anno in Europa e in tutto il mondo abbiamo assistito ad una vera e propria esplosione dell’antisemitismo e dell’odio verso gli ebrei in quanto tali.

Intendiamoci, l’odio anti-ebraico è sempre esistito, più o meno sotterraneo o evidente ma c’è sempre stato. Solo che negli ultimi mesi è diventato – passatemi il termine – “sfacciato”, cioè sfacciatamente conclamato, dichiarato senza alcuna vergogna o timore di incorrere in sanzioni di legge.

E’ come se la memoria di quanto accaduto durante il nazismo fosse stata cancellata, anzi, è come se quella memoria venisse utilizzata al contrario, ricordandone le nefaste conseguenze in senso positivo come se massacrare ebrei fosse una cosa giusta e buona.

E’ una cosa davvero orribile, qualcosa che neppure il più pessimista degli ebrei poteva immaginare. I rapporti di attacchi antisemiti si moltiplicano come crescono a dismisura gli ebrei europei che decidono di andare a vivere in Israele, di fare cioè l’Aliyah. Ma se fino a poco tempo fa fare l’Aliyah era una scelta di vita, negli ultimi mesi è diventata un modo di sfuggire alle sempre più evidenti persecuzioni, agli attacchi. Si fa l’Aliyah per paura, non più per una scelta di vita e questo è davvero incredibile e intollerabile.

Qualcuno di coloro che “non giustificano gli attacchi antisemiti ma…….” sostengono che la colpa dell’aumento dell’antisemitismo sia dovuto alle cosiddette “politiche di Israele” e che quindi se Israele rinunciasse alle sue “politiche di occupazione” gli attacchi antisemiti cesserebbero. Non so se questa gente ci crede davvero a questa enorme stupidata, ma importanti “pensatori”, per lo più negazionisti, la sostengono. In realtà bisognerebbe avere il coraggio di dire che le politiche di Israele non c’entrano nulla. Non ho mai visto un iraniano o un saudita attaccato per strada a causa delle politiche di Iran e Arabia Saudita. Non ho mai visto un turco attaccato da qualcuno che ce l’ha è con le politiche di Erdogan. C’entrano invece due cose ben chiare: la prima è l’essere ebreo e quindi appartenere al popolo ebraico, la seconda – direttamente collegata alla prima – è il fatto che Israele rappresenta per definizione lo Stato Ebraico e quindi ogni ebreo è visto come “vicino” a Israele. Quindi la smettano gli ipocriti di nascondersi dietro a un dito, la cosa ha un nome ben chiaro: antisemitismo.

E qui torniamo alla Giornata della Memoria. Di che memoria stiamo parlando se non ci ricordiamo a cosa ha portato l’antisemitismo nella prima metà del secolo scorso? Cosa ricordiamo se il mondo sta ripercorrendo la stessa strada percorsa prima e durante l’olocausto?

E allora facciamo in modo di usare la Giornata della Memoria per evidenziare cosa sta accadendo ai giorni nostri oltre che per ricordare l’olocausto, facciamo in modo che quel “mai più” sia effettivamente una cosa reale. Facciamo in modo che la memoria sia veramente memoria.

http://www.francolondei.it/se-la-giornata-della-memoria-e-senza-memoria/




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19 gennaio 2016

L'invasione Che cosa succede se sono maschi nove immigrati su 10

di FRANCESCO BORGONOVO
C'è chi ride o ci accusa di essere
accecati dall'ideologia quando
diciamo che l'invasione migratoria
in atto si configura come una
sostituzione di popoli. Ma basta
dare uno sguardo ai dati (...)
segue a pagina 7
Intanto gli ebrei lasciano l'Italia per Israele. Qui non si sentono sicuri
Nove immigrati su 10 sono maschi: è allarme
Per lo più giovani, propensi a delinquere, in cerca di donne delle quali hanno però una scarsissima considerazione: cambieranno il Paese
2: segue dalla prima
FRANCESCO BORGONOVO
(...) per rendersi conto che gli
arrivi spropositati di immigrati
(quadruplicati in Europa nelle
prime settimane del 2016 rispetto
allo stesso periodo dell'anno
precedente) stanno
cambiando la conformazione
del nostro Paese, e stanno mettendo
una pesante ipoteca sul
nostro futuro.
Secondo una ricerca della
scienziata politica Valerie Hudson
riportata dall'Economist, si
nota un cambiamento nei flussi
di stranieri: stiamo accogliendo
un numero sempre più alto
di giovani maschi. 1173 per cento
degli 1,2 milioni di richiedenti
asilo nel Vecchio Continente
è composto da uomini, che nel
2012 erano il 66 per cento del
totale. In base alle cifre fornite
da Eurostat, il 40 per cento ha
fra i 18 e i 34 anni, mentre l'11
per cento è di un'età compresa
frai 14 ei 17.
Che cosa significa? Tanto
per cominciare, che sta aumentando
il numero di persone
propense a compiere reati.
Sempre basandoci sui dati, notiamo
infatti che in Europa
1'80-90 per cento dei crimini
(con differenze a seconda dei
Paesi) sono commessi da giovani
maschi.
Da questo punto di vista, l'Italia
non è messa per niente bene.
Da noi infatti nove stranieri
su dieci sono uomini, come ha
confermato al Corriere Andrea
Den Boer dell'Università di
New York. «Ad ottobre 2015, il
90% delle 82mila richieste erano
di uomini, per la maggior
parte giovani tra i 18 e i 34 anni»,
ha detto. Certo, secondo lei
«l'Italia dovrebbe essere in grado
di assorbire i nuovi arrivati e
mitigare le conseguenze di questi
numeri». Beh, contando
che già oggi gli immigrati delinquono
circa sei volte di più degli
italiani, c'è poco da stare allegri.
Senza contare che le conseguenze
a lungo termine di questa
conquista silenziosa le possiamo
giusto immaginare, e
non promettono niente di positivo.
Ma non si tratta solo del numero
di reati. C'è anche una
questione culturale da tenere
in considerazione. Per esempio:
che cosa pensano questi
giovani uomini in arrivo del
modo in cui vanno trattate le
donne? Secondo un sondaggio
citato dall'Economist, il 90
per cento di tunisini e marocchini
ritiene che una moglie dovrebbe
obbedire al marito sempre
e comunque. Mentre solo
il 14 per cento degli iracheni
pensa che una donna abbia diritto
a chiedere il divorzio. Il fatto
è che gli immigrati si portano
dietro la propria cultura,
non la abbandonano per abbracciare
una civiltà diversa.
Dunque il loro arrivo influisce
sul Paese che li ospita prima di
tutto da un punto di vista culturale.
Dobbiamo renderci conto
che una fetta sempre più larga
della popolazione europea
pensa che sia giusto trattare le
donne come normalmente si
fa nei Paesi musulmani. E non
c'è bisogno di tirare nuovamente
in ballo i fatti di Colonia per
capire quali siano i risultati. È
banale buon senso: prendete
una marea di giovani maschi
soli e portateli in un posto in
cui le femmine indossano la
minigonna al posto di tuniche
e veli, aggiungete un pizzico di
disagio sociale e otterrete la fiera
della molestia. Anche perché,
siamo seri, come si fa a
pensare che un così alto numero
di giovani maschi possa trovare
una compagna o una moglie
qui? È sempre più difficoltoso
stabilire rapporti affettivi
persino per gli Europei (è l'epoca
delle «passioni tristi» e dei
sentimenti fluidi, dopo tutto, le
riflessioni sul tema abbondano),
sembra abbastanza assurdo
credere che possiamo assorbire
una così ampia popolazione
maschile proveniente dall'estero.
Tanto più se, di fatto, socialmente
emarginata. Quante
coppie miste si possono formare,
ragionevolmente?
Sono fatti, non illazioni. Non
è ideologia, è la realtà.
Così come è reale che l'aumento
degli sbarchi sta coprendo
d'oro i trafficanti di esseri
umani. Lo dicono i dati Euro pol:
il 90 per cento degli immigrati
per sbarcare in Europa paga
gli scafisti, a tariffe che vanno
dai tremila ai seimila dollari
a testa. In tutto, lo scorso anno
gli schiavisti hanno guadagnato
una cifra che si aggira da un
minimo di due a un massimo
di sei miliardi di dollari. Soldi
che sono finiti anche nelle tasche
degli assassini del Califfato.
Dunque non solo ci mettiamo
in pericolo cambiando la
composizione sociale dei nostri
Paesi, ma continuiamo a finanziare
chi vuole sterminarci.
Ci stiamo suicidando con ogni
arma disponibile.
Inesorabilmente, gestendo
l'immigrazione in modo folle
stiamo costruendo un ambiente
sociale diverso. In cui, per dire,
aumentano i musulmani e
se ne vanno gli ebrei. Nel 2015
hanno lasciato l'Europa per
Israele quasi in diecimila, ottomila
solo dalla Francia (e si capisce
perché, considerando il
numero di attentati jihadisti di
diversa natura), varie centinaia
dall'Italia, al secondo posto nella
classifica dell'emigrazione. È
il dato annuale più alto mai registrato
dal 1948.
In pratica, stiamo diventando
un Paese arabo. In cui le
donne devono temere per la
propria incolumità e una parte
della popolazione non è gradita.
Qualcuno, circa quindici anni
fa, diceva che saremmo divenuti
Eurabia. E pensare che
quel qualcuno è stato trattato
come un malato di mente. La
verità, è che i malati di mente
sono quelli che continuano a
sponsorizzare l'invasione. E
purtroppo siamo pure noi che
continuiamo a subirla in silenzio.
Un barcone di clandestini soccorso sulle coste italiane: sono oltre 150mila gli stranieri arrivati nel 2015 [Ansa]




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