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24 aprile 2015

ABBIAMO UN SISTEMA RADAR CHE AVREBBE POTUTO BLOCCARE GLI SBARCHI MA E’ BUTTATO IN UN MAGAZZINO NEL DESERTO LIBICO. CI E’ COSTATO 300 MILIONI

C’è un sistema, formato da radar e sensori infrarossi, costato centinaia di milioni di euro, che poteva fermare l’onda di immigrati verso l’Italia. Lo commissionò Gheddafi per blindare i confini della Libia, lo realizzò Finmeccanica, e a pagarlo alla fine fu solo l’Italia perché l’Europa non tenne fede ai patti ed evitò di versare la sua parte...

GUARGUAGLINI PIERFRANCESCO GUARGUAGLINI PIERFRANCESCO

Filippo Caleri per Il Tempo

 

C’è un sistema, formato da radar e sensori infrarossi, costato centinaia di milioni di euro, che poteva fermare l’onda di immigrati verso l’Italia. Lo «commissionò» Gheddafi per blindare i confini della Libia, lo realizzò Finmeccanica, e a pagarlo alla fine fu solo l’Italia perché l’Europa non tenne fede ai patti ed evitò di versare la sua parte. Quel radar giace dimenticato in un magazzino ai confini del deserto. «Basterebbe attivarlo e gran parte dei problemi sarebbero risolti». A rivelarlo in quest’intervista esclusiva a Il Tempo è Pierfrancesco Guarguaglini, ex potentissimo dominus di Finmeccanica.

 

Scusi ingegnere, dov’è questo sistema?

ORSI GUARGUA CAPORALETTI agusta ORSI GUARGUA CAPORALETTI agusta

« Parte è imballato in un deposito a Bengasi e parte non è mai partito dall’Italia perché tutto si bloccò con la caduta di Gheddafi ».

 

L’Europa nicchia ancora sul problema dell’immigrazione, i soldi sono per ora solo annunci e lei dice che una buona parte dell’emergenza è sotto la sabbia?

GUARGUAGLINI E ORSI GUARGUAGLINI E ORSI

«In Libia ci sono stato più volte, la prima durante il governo D’Alema per risolvere un contenzioso che si era creato con l’Italia. Poi ho conosciuto bene il ministro dell’Interno libico che mi spiegò in termini semplici il loro punto di vista sull’immigrazione che prima di imbarcarsi passava sui loro territori».

 

Che cosa le disse?

guarguaglini guarguaglini

«Che la loro politica era chiara. Chiunque entrava nel loro territorio veniva preso e accompagnato sulla spiaggia dei barconi. Ci dissero che avrebbero impedito i flussi solo se li avessimo aiutati a fornire i mezzi per impedire l’ingresso in Libia di questa massa gigantesca di persone che premeva ai confini. Aggiunse che non potevano permettersi di tenere migliaia di persone a bighellonare nel loro Paese».

 

E cosa fece lei?

EZIO MAURO E PIERFRANCESCO GUARGUAGLINI IN TRIBUNA ALLO STADIO EZIO MAURO E PIERFRANCESCO GUARGUAGLINI IN TRIBUNA ALLO STADIO

«Proponemmo un sistema avanzato di controllo delle frontiere che costava 300 milioni di euro. La metà li doveva mettere l’Italia, gli altri 150 milioni la Libia. Ma alla fine intervenne Nicolas Sarkozy. Il presidente francese promise alla Libia che l’Europa avrebbe pagato gli altri 150 milioni di Euro. Un gesto nobile. In fondo l’immigrazione è un tema europeo. Già, l’appunto arrivò ai burocrati europei ma restò solo un pezzo di carta.

 

I GUARGUAGLINI I GUARGUAGLINI

Dunque alla fine chi pagò?

«Non ricordo. Dovrei sentire mia moglie (prende il telefono e chiede alla consorte:<Ah bene....Sì). Sì alla fine pagammo tutto noi».

 

Ecco un pezzo inedito di storia. 300 milioni non sono uno scherzo. Ma almeno funzionava?

«Certo. Nel 2010 arrivarono i nostri tecnici per studiare la morfologia del territorio prima di installare i sistemi. E sono tornati in Italia dopo lo scoppio della rivoluzione dopo qualche peripezia».

 

Sarko e Gheddafi Sarko e Gheddafi

E il sistema?

«Una delegazione del nuovo governo libico mi disse che avevano visto le casse ancora imballate in alcuni depositi. Non erano distrutti. Forse funzionano ancora, il sistema è di quelli ancora all’avanguardia. La commessa era stata firmata. C’era il contratto e inviammo il materiale che era fatto da radar, sistemi a infrarossi e sistemi di comando a tre livelli. Era possibile avere il monitoraggio esatto di tutti i clandestini che cercavano di varcare la frontiera a qualsiasi ora del giorno e della notte. Quindi, volendo, potevano essere bloccati».

 

Tutti?

«Tutti. Il sistema era tarato per farlo. Anche se questa cosa non dovrei raccontarla, una volta in un viaggio in Libia incontrati il capo del Tuareg al confine. Raccontai quali erano i nostri progetti. Lui prima sorrise, poi mi disse: "A noi i vostri radar non servono. Quando qualcuno passa quella linea - indicando l’orizzonte - noi già sappiamo dove sono e quanti sono e dove vanno". Questo per dirle che, forse, anche loro erano parte del sistema dei traffici».

missili per gheddafi big missili per gheddafi big

 

Che ne dice di questo sistema?

«Lo ripeto: se il sistema è ancora funzionante, installato, può ancora monitorare e bloccare chi varca il confine. E soprattutto farebbe il suo mestiere meglio di altri sistemi di altri paesi

 

Un controllo via mare non lo avete messo a punto?

«A loro non interessava. Dell’uscita dei clandestini non si sono mai preoccupati. Avremmo potuto farlo solo se ce lo chiedeva il nostro di governo. In realtà già abbiamo il sistema Vts che controlla tutto quello che avviene in mare. Il Vts monitora l’intero traffico navale lungo le coste dello Yemen contro la pirateria. E controlla anche le coste italiane».

 

Almeno questo funziona?

«Si, ed è molto utile alla Capitaneria di Porto»

 

Perdoni l’ignoranza. Ma questo Vts funziona anche con i gommoni?

miliziani islamici in libia miliziani islamici in libia

«Certo, comunque l’Italia ha anche altri sistemi , tipo il controllo aereo, basati sull’aereo Atr, che controlla tutto dall’alto. Infine c’è il Cosmo Sky Med, la rete satellitare italiana che ha una capacità di risoluzione di un metro che riesce a dare un’immagine nitida e passa su un punto geografico ogni sei ore. Dunque una zona resterebbe senza monitor per un tempo lungo. Ma se si utilizzassero i dati dei satelliti di tutti gli stati membri, il faro sul mediterraneo sarebbe sempre acceso».

 

Sta dicendo che gli strumenti per fermare l’immigrazione ci sono già ma occorrerebbe sincronizzarli meglio?

«Certo. Ricordo che della Libia e degli sbarchi parlai per la prima volta nel 2004 quando era ministro dell’Interno, Beppe Pisanu. E in Libia l’emergenza ci sarà a vita o almeno fino a che campo io, diciamo per i prossimi 20 anni (fa gli scongiuri, ndr) se non si affronta il problema in maniera strutturale.Che poi è quello accennato prima dall’ex ministro libico.

 

Fermarli in casa loro?

«Si. Aiutare la Libia a bloccare i loro confini. Per fare questo serve un governo libico che deve dire cosa vuol fare. Ognuno ha la sua soluzione ma la verità è che gli immigrati si bloccano alle frontiere a sud della Libia. Perché se entrano un milione di persone, Tripoli non può certo accontentarsi che l’Europa dica ne prendiamo solo una parte gli altri restano da voi. Non entra nella logica del paese nordafricano. In ogni caso il coordinamento tra i paesi Ue deve essere stretto sennò l’Italia resterà sempre sola».

 

Ma se non entrano dalla Libia i migranti non pensa che troverebbero altre strade?

MAURO MORETTI FS MAURO MORETTI FS

«Dal Marocco non entrano più perché la Spagna usa il pugno duro. In Algeria non ci vanno proprio, figuratevi in Egitto. Resta la Libia. Se si chiudono le sue porte i migranti non passerebbero. E una buona parte del problema sarebbe risolto».

 

Lasciamo la Libia e torniamo a Roma. A piazza Monte Grappa, sede di Finmeccanica. Le manca la sua azienda?

«Mi mancano alcune persone e il business. Da quando sono andato via in Finmeccanica manca una strategia orientata al mercato».

 

Cosa manca in Finmeccanica oggi?

«Una visione globale del business che si sviluppa soprattutto all’estero. Nel 2010 erano stati presi ordini per un valore superiore a 22 miliardi di euro, in quello 2014 ce ne sono solo 16».

 

Ma c’è stata la crisi.

«Nel 2010 eravamo nel pieno della crisi economica. Oggi alcuni paesi hanno già sperimentato la ripresa. E le commesse sono diminuite».

 

Che consigli darebbe all’attuale amministratore delegato?

«Abbandonare subito la visione per settori. Io andavo in giro a conoscere personalmente capi di stato e di governo. Più che vendere loro i prodotti cercavo di capire e anticipare le loro esigenze. Così si creano rapporti che fanno diventare utile l’azienda per un altro Stato. Oggi questa attività io non la vedo».

GHEDDAFI GHEDDAFI

 

Che altro?

«Bisogna avere pazienza, lavorare sodo e attendere per avere i risultati. Non si può correre troppo. Il passato va rispettato e se non ci si fida di quello che è stato fatto si brucia tutto senza prospettive. Infine occorre comprendere la delicatezza del business perché, oltre ai clienti, va tenuto conto delle altre aziende del settore. Queste in alcuni casi sono competitor, in alcuni casi sono alleati. Ad esempio siamo stati in alcuni casi con Lockeed e Boeing, in altri casi in corsa contro di loro. Inoltre il supporto del governo italiano è inferiore al supporto di altri governi. Da noi i ministri vengono solo a firmare gli accordi che le aziende stringono. In altri paesi non è così».

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Faccia un esempio?

«Un presidente di un Paese che non cito, a cui Fincantieri stava offrendo le proprie navi, mi disse che Berlusconi gli aveva garantito l’ammissione alla Nato senza chiedere nulla in cambio. Invece il primo ministro inglese del tempo disse: o compri da noi, oppure voto contro la tua ammissione nella Nato. Indovini da chi comprò le navi».

 

Gli inglesi sono il modello da seguire?

«Non solo loro. Ma il governo inglese si mette a lavorare al fianco del suo sistema senza sconti. Quando vendettero i loro Tornado all’Arabia Saudita a Riyadh avevano presenti 200 persone governative di supporto alla trattativa».

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Abbiamo appena perso una commessa per gli elicotteri in Polonia per 2,5 miliardi di euro...

«Mi dispiace molto. L’ex ad Orsi era strasicuro di vincerla al punto che aveva acquistato un’azienda del posto».

 

Stiamo perdendo parecchie aziende. Che ne pensa della vendita di Ansaldo Sts ai giapponesi di Hitachi?

«Purtroppo abbiamo rinunciato a un gioiello tecnologico per disfarci di Ansaldo Breda»

 

Le inchieste penali che l’hanno coinvolta cosa le hanno lasciato?

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«Molta amarezza. Non ho mai preso soldi. E se avessi sospettato di qualcuno lo avesse fatto lo avrei denunciato».

 

Dica la verità quella vera. La politica quanto conta in Finmeccanica?

«(sorride). Conta molto poco, pochissimo per le cose che contano come la politica industriale. Io decidevo le strategie ma ai politici ho sempre detto che se non erano d’accordo io me ne sarei andato. Nei consigli di amministrazione delle società controllate, i consiglieri espressione di Finmeccanica erano al maggioranza, e le decisioni più importanti venivano sempre vagliate dalla holding».

 

Ci dica un politico a cui l’Italia dovrebbe dire grazie per l’impegno con Finmeccanica

«Tra quelli che si sono spesi per sostenerci sicuramente Gianni Letta. Sapeva ascoltare le nostre richieste ed era sempre propositivo».

 

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Noi de Il Tempo ci siamo battuti per la liberazione dei marò in India. Qualcuno ha evocato interessi economici che si sono messi di traverso per il rilascio dei marinai sequestrati. Poi c’è la commessa Agusta e tanto altro...

«L’India è un mercato variegato. Per la commessa degli elicotteri non c’è stata corruzione. Sono sicuro che i rapporti si sbloccheranno. L’Italia è sempre stata un partner fondamentale sono fiducioso. Nella mia gestione ho solo un rimpianto».

 

Quale?

«Sulla gara per vendere a New Delhi l’Eurofighter si è fatto poco. Se si fosse chiesto con insistenza l’appoggio degli Usa, che nella prima fase erano stati esclusi dalla gara, puntando sul fatto che Italia e Gran Bretagna avevano acquisito gli F35, avremmo avuto maggiori possibilità di vincere».

 

PIERFRANCESCO GUARGUAGLINI EMMA MARCEGAGLIA PIERFRANCESCO GUARGUAGLINI EMMA MARCEGAGLIA

Invece?

«I 10 miliardi di euro sembra che siano andati ai francesi con il Rafale. Attenzione sono stati selezionati. Non hanno ancora il contratto e finché c’è vita c’è speranza».

 

Non ci ha detto niente sui marò

«Quando c’ero io il problema non si era posto. Non ne so nulla».

 

In tanti, dopo la vicenda della Diaz, hanno chiesto le dimissioni dell’attuale presidente di Finmeccanica, Gianni De Gennaro. Lei che ne pensa?

«Non spetta a me dare una risposta».

 

 




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22 aprile 2015

Yom ha Zikaron: Israele ricorda i suoi caduti. Netanyahu: “Non c’è futuro per il popolo ebraico senza lo Stato di Israele”

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Gerusalemme, 22 Aprile 2015 – Con una cerimonia dedicata ai 116 soldati deceduti negli ultimi dodici mesi, 67 dei quali caduti nell’operazione anti-terrorismo Protective Edge (“Margine protettivo”) della scorsa estate nella Striscia di Gaza, sono iniziate in Israele ieri sera le celebrazioni per Yom Ha Zikaron, la giornata dedicata al ricordo degli israeliani caduti nelle guerre per la difesa del paese e in attentati terroristici che precede Yom ha Atzmaut, il Giorno dell’Indipendenza dello Stato di Israele, fondato nel 1948. Come tradizione la popolazione si è fermata per due minuti al suono di una sirena, operazione ripetuta questa mattina intorno alle ore 11:00 (qui il video).

Con quelli di quest’anno, il numero totale degli israeliani caduti in guerra o vittime del terrorismo a partire dal 1860, data d’inizio della moderna impresa sionista, è salito a 23.320. Di 553 di questi, non è conosciuto il luogo di sepoltura.

In occasione della ricorrenza il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “Non c’e’ futuro per il popolo ebraico senza lo Stato d’Israele. Tanto piu’ i nemici minacciano di distruggere il nostro Paese, tanto piu’ cresce in noi la determinazione di difendere la nostra casa“, ricordando successivamente in una nota personale il fratello Yoni, morto ad Entebbe (Uganda) mentre alla guida di un commando cercava di liberare i passeggeri ebrei e israeliani, catturati da terroristi palestinesi a seguito di un dirottamento aereo. “Anche 39 anni dopo, lo strazio – ha affermato – resta eguale“.

Thanks to Israele.net




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21 aprile 2015

5 domande a un padre palestinese che si sforza di piangere, senza lacrime ...


cosa hai insegnato a tuo figlio?
dove hai lasciato tuo figlio?
nelle mani di chi?
mentre tu dov'eri?
perchè?




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20 aprile 2015

MA QUALCUNO CHE CHIEDA SCUSA AGLI ITALIANI PER LA SITUAZIONE DI M.... IN CUI CI HANNO PORTATO, NO EH????????????

“La nostra terra, povera, ma abitata da gente semplice e di grande dignità, si ribella di fronte ad ogni forma di xenofobia verso lo straniero”. Lo afferma il Vescovo di Locri,...
IMOLAOGGI.IT




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19 aprile 2015

E' morto Elio Toaff, l'ex rabbino di Roma il 30 aprile avrebbe compiuto 100 anni

Nato il 30 aprile 1915, era considerato la massima autorità spirituale e morale ebraica in Italia dal secondo dopoguerra sino ai primi anni duemila. Storico l'incontro di Toaff con Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma. I funerali dell'ex rabbino capo di Roma dovrebbero svolgersi domani pomeriggio a Livorno. Lo si apprende da fonti della comunità ebraica di Roma.

Riccardo Pacifici. «Un grande della storia, un gigante». Così il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici ha definito l'ex rabbino capo di Roma Elio Toaff morto stasera. «Un uomo che ha fatto la resistenza e ha ridato orgoglio alle nostre comunità. Un uomo del risorgimento ebraico romano ed italiano», ha aggiunto Pacifici.

Il premier Renzi. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si è recato al Tempio Maggiore di Roma per rendere omaggio al rabbino capo emerito Elio Toaff, nel giorno della sua morte. Dopo la visita al tempio il premier è stato accompagnato dal presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici alla casa di Toaff. In dono dalla comunità ebraica Renzi ha ricevuto un libro dei salmi di Davide, che sono stati recitati questa sera dalle tante persone giunte al tempio per pregare. «Un pensiero carico di gratitudine e affetto per il rabbino Elio Toaff, grandissimo italiano e uomo simbolo della comunità ebraica», aveva twittato il premier poco prima.

Ignazio Marino. «Voglio esprimere il mio cordoglio e quello di tutta la città per la scomparsa di Elio Toaff. Un uomo di grande valore che ha dedicato la sua vita alla spiritualità, al dialogo interreligioso, alla memoria e alla conoscenza. Indimenticabile il suo rapporto con Papa Giovanni Paolo II. Nel dopoguerra ha avuto il difficile compito di guidare le comunità ebraiche italiane, restituendo la speranza agli uomini e alle donne che avevano perso tutto e vissuto l'orrore e la barbarie del nazifascismo. Tutti abbiamo inoltre apprezzato la sua straordinaria capacità nel guidare la Comunità Ebraica di Roma. Ha dimostrato in più occasioni di amare profondamente la nostra città. Un affetto ricambiato. Nel 2001, infatti, gli fu conferita la cittadinanza onoraria. Mi stringo dunque con affetto ai suoi cari e a tutta la Comunità Ebraica. Dedicheremo questi momenti al ricordo di una persona che ha contribuito a rendere migliore la nostra città e il nostro Paese». È quanto dichiara in una nota il Sindaco di Roma Ignazio Marino.

Nicola Zingaretti. «Con la morte di Elio Toaff l'ebraismo italiano perde un protagonista, custode in tutti questi anni della memoria storica del nostro paese. Un grande italiano, che ha avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della democrazia in Italia. Toaff ha avuto l'arduo compito di accompagnare le comunità ebraiche italiane fuori dagli anni bui della guerra, riportando speranza nei cuori delle persone, incoraggiando sempre il dialogo anche nei momenti più difficili. I fedeli ricominciarono a frequentare le sinagoghe, le comunità tornarono a mostrare la propria vitalità e le proprie tradizioni. Uno straordinario comunicatore, capace di incontrare un Papa e scrivere una pagina della storia del dialogo tra le religioni. Abile nel tendere la mano alla gente della sua comunità. Non smetteremo mai di ringraziarlo per quello che ha saputo dare a tutti noi, senza mai chiedere nulla in cambio, con umiltà, restando un uomo come tutti gli altri». Così in una nota Nicola Zingaretti, presidente della Regione.

Roberto Gattegna. «Piangiamo in queste ore la scomparsa di un uomo straordinario. Un punto di riferimento, un leader, una guida spirituale in grado di segnare il suo tempo e il tempo delle generazioni che ancora verranno». Lo ha detto il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna. «I gesti e gli insegnamenti che hanno caratterizzato il magistero e la lunga vita di rav Toaff - ha aggiunto - rappresentano infatti uno dei momenti più alti nella storia, non solo dell'ebraismo italiano ma dell'umanità intera».

Giovanni Toti. «Storica la visita in Sinagoga con Giovanni Paolo II. Toaff rabbino emerito della comunità ebraica è stato un pilastro dei nostri tempi». Lo scrive su Twitter Giovanni Toti, consigliere politico di Fi commentando la morte di Toaff.




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16 aprile 2015

Se fossero nati a Gaza il mondo si sarebbe preso cura di loro. Ma a Yarmouk non ci sono ebrei da demonizzare.

Voci dall’assedio del campo di Yarmouk

di Fouad Roueiha 

“Siamo soli, ancora una volta. Ci hanno abbandonato tutti, come a Sabra e Chatila e a Tal Al Zaatar “. Si sta probabilmente consumando in queste ore una delle pagine più nere della storia recente del popolo palestinese. Sono senza speranza i racconti della gente comune del campo profughi di Yarmouk, a pochi chilometri da Damasco. Dall’inizio di aprile, in 18 mila erano intrappolati in quella che è stata a lungo la capitale della diaspora palestinese, il simbolo del diritto al ritorno. Adesso, oltre alla fame e ai letali bombardamenti dell’artiglieria di Assad e dell’Isis (o Daesh), sopravvivere è diventatato, se possibile, ancora più arduo: gli uomini che calpestano le bandiere palestinesi per inneggiare a quelle nere controllano infatti l’ospedale e buona parte dell’intero campo. Molti di coloro che non sono riusciti a fuggire, non mangiano e non bevono da giorni. Le istituzioni palestinesi, negli anni passati quasi sempre silenziose e reticenti di fronte al regime di Assad, sostengono ancora il principio di non intervento negli “affari interni” di uno stato arabo. Promettono che visiteranno il campo ma sarà forse troppo tardi per evitare l’ennesimo disastro umano e politico. “Ci descrivono come fieri combattenti senza paura ma fa parte della loro mitologia. Noi non siamo qui per resistere, siamo intrappolati qui dentro e invece vorremmo solo vivere”, ci ha detto la gente del campo. “Non è possibile che serva la presenza di Daesh perché qualcuno si ricordi dei nostri fratelli e sorelle intrappolate a Yarmouk”, chiosa con amarezza da Ramallah l’attivista Lema Nazeeh.

“Siamo soli, ancora una volta”. Questa frase sconsolata, riferitaci da un operatore umanitario a lavoro nel campo di Yarmouk, riassume al meglio le impressioni che ci giungono parlando con la gente del campo.

Dal primo di aprile scorso i 18mila civili intrappolati dentro quella che era la capitale della diaspora palestinese, il campo profughi di Yarmouk nel sud di Damasco, devono affrontare l’assalto di Daesh (il sedicente “Stato Islamico”) oltre all’assedio che va avanti da circa tre anni e che da 200 giorni li ha privati persino dell’acqua corrente.

L’assedio che affama i palestinesi di Yarmouk e che ha causato la morte di stenti di oltre 170 persone non ha però impedito ai terroristi dalle bandiere nere di accedere al campo dal lato sud, dalla parte di Hajar Al Aswad, aiutati dagli ex commilitoni di Jabhat Al Nusra (JAN), la branca siriana di Al Qaeda da cui Daesh ha divorziato oltre un anno fa a suon di decapitazioni e sgozzamenti reciproci.

La prima ondata d’invasione di Daesh gli ha consentito di controllare quasi tutto il campo; le milizie soprattutto palestinesi presenti a Yarmouk sono riuscite in un primo momento a ricacciarle nella zona meridionale, ma già dal 3 aprile le bandiere nere hanno ripreso a sventolare su buona parte del campo e gli scontri sono stati continui, costringendo i civili a chiudersi in casa mentre ormai i bidoni di acqua potabile ed i pacchi alimentari da cui dipendono le famiglie sotto assedio sono finiti o stanno finendo.

Ad opporsi a Daesh e JAN sono soprattutto i palestinesi di Aknaf beit el Maqdes, una milizia storicamente vicina ad Hamas ma in cui in questi giorni sono confluiti i palestinesi di ogni credo politico che vogliono difendere Yarmouk, debolmente assistiti da piccole milizie vicine all’Esercito Libero Siriano come Jaish Al Ababil che, mentre scriviamo, è riuscito a riprendere il controllo del centro culturale e da lì continua a combattere sul fronte sud.

Le altre milizie rivoluzionarie o sedicenti tali attive nel sud di Damasco, pur dichiarando ufficialmente di sostenere la lotta dei palestinesi, si sono fermate sui confini del campo per evitare lo scontro aperto con JAN che impedisce loro di accedere.

“Ci hanno abbandonati tutti, come è successo a Sabra e Chatila, come a Tal Al Zaatar o nella guerra dei campi” ci ha detto un residente di Yarmouk che abbiamo raggiunto via Skype.

Parla a condizione che non si renda noto il suo nome e ci chiede di non registrare la conversazione, ha paura persino a nominare Daesh. “Ci dicono di tener duro e di resistere, nei comunicati ufficiali lodano la nostra eroica resistenza e il fatto che restiamo qui, ma la maggior parte di noi non resta qui per resistere, siamo intrappolati qui dentro. Se potessi scapperei in Europa oggi stesso. Ci descrivono come combattenti fieri e senza paura, ma questo fa parte della loro mitologia. Noi siamo gente normale, vorremmo solo vivere”.

Da tre giorni sia l’UNRWA, l’agenzia ONU dedicata ai profughi palestinesi, che le organizzazioni umanitarie come la Jafra Foundation non possono distribuire aiuti, la distribuzione sarebbe dovuta avvenire venerdì 3 per cui la gente non ha provviste.

Finora gli “arresti” compiuti da Daesh sono almeno 75, tra cui due sorelle rapite da casa propria, le “esecuzioni” almeno 7 di cui tre per decapitazione. Tra le vittime anche il coordinatore della Jafra Foundation all’interno del campo, di soli 21 anni.

Oltre a queste vittime ci sono quelle dei bombardamenti dell’artiglieria di Daesh e del regime di Asad che hanno provocato un gran numero di feriti e la morte anche di un noto mediattivista ed un altro attivista civile molto conosciuto.

Le cure mediche, già scarsissime a causa dell’assedio del regime di Damasco, sono ormai inesistenti e l’ospedale Palestina, principale avamposto medico, è sotto il controllo di Daesh e nel mirino del regime stesso che nella sola serata del 4 aprile ha sganciato almeno 7 barili bomba intorno alla struttura già martoriata da precedenti bombardamenti.

I civili non riescono a fuggire, nonostante numerosi appelli alla Croce Rossa Internazionale, all’UNRWA, all’UNHCR e all’OLP perché intervengano per spingere verso la creazione di corridoi sicuri per uscire dal campo, l’ultimo dei quali lanciato dalla Lega della Società Civile Palestinese in Siria (tradotto qui da Frontiere News).

“Alcune decine di civili sono riusciti ad uscire dal campo e li abbiamo accolti. Molti non mangiavano né bevevano da giorni, sono feriti ed in pessime condizioni. Altri che hanno provato a scappare sono stati colpiti dai cecchini o sono rimasti coinvolti nei combattimenti”, riferiva la sera del 4 aprile un altro operatore della Jafra Foundation a Radio Yarmouk 63, una piccola emittente online che sta raccontando passo passo gli scontri da qualche scantinato del campo.

“Non possiamo prenderci la responsabilità di dire ai civili di provare a scappare, non ci sono vie sicure ed è estremamente pericoloso. Ma assicuriamo che se qualcuno riesce ad uscire verrà accolto e curato, abbiamo anche istituito delle linee verdi per assistere la gente”. Mentre scriviamo giunge la notizia, riportata da AFP, che i civili fuggiti dal campo sarebbero 2mila.

siria_2Il 3 aprile c’è stata una riunione organizzata da Jabhat Al Nusra a cui hanno partecipato molti dei notabili civili del campo. In questa occasione Abu Hasan, uno dei capi di Al Nusra a Yarmouk, ha comunicato che la presenza di Daesh è solo temporanea ed ha dettato le condizioni per il ritiro: il campo deve rimanere sotto il controllo di JAN e i combattenti di Aknaf beit el Maqdes devono consegnarsi.

Condizioni rifiutate dai combattenti palestinesi che, sempre dai microfoni di Radio Yarmouk 63, hanno dichiarato che combatteranno fino alla liberazione del campo, anche se sono da soli o quasi nel farlo. Del resto pare che l’assalto sia dovuto proprio all’arresto e all’uccisione da parte degli Aknaf di dirigenti di Al Nusra e Daesh avvenute nelle ultime settimane e al fatto che JAN stava perdendo posizioni nel campo.

Ancora alla radio del campo ha parlato anche la celebre cantautrice palestinese Rim Banna, che a Yarmouk è stata più volte prima della rivoluzione siriana tenendo anche un concerto. La Banna si è fatta portavoce dell’uomo comune palestinese dichiarando tutto il suo sconforto di fronte al fallimento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP nel difendere il campo.

Le istituzioni palestinesi sono state sostanzialmente silenti sull’assedio pluriennale imposto da Asad al campo, ad eccezione di un paio di settimane a cavallo del vertice di Ginevra 2, quando le immagini dei primi bambini morti per fame avevano risvegliato il pubblico sdegno ed indotto queste istituzioni a cercare di intercedere con il dittatore siriano, ottenendo che alcune sparute carovane umanitarie raggiungessero Yarmouk, pur sotto il fuoco dei cecchini.

Anche nei comunicati pubblicati in questi giorni, oltre ad appellarsi alle parti in conflitto perché consentano l’uscita dei civili, OLP ed ANP continuano a ribadire il principio di “non intervento negli affari interni degli altri Stati arabi” e promettono di visitare il campo.

Una retorica che non basta più alla società civile palestinese, che invece ha organizzato varie manifestazioni di fronte alle sedi dell’OLP, della Croce Rossa e dell’UNRWA in varie parti dei Territori Occupati, in territorio israeliano e all’estero, in collaborazione anche con molti movimenti pro-palestinesi che pure in questi anni avevano del tutto ignorato la situazione dei siro-palestinesi.

“Nella serata del 4 aprile è stato diffuso un appello in molte lingue e ci sono state anche proteste elettroniche, attraverso il cambio delle immagini di profilo sui social network ed i cosiddetti tweet-storm”, ci ha riferito l’attivista palestinese di Ramallah Lema Nazeh “mentre nei prossimi giorni sono previste altre mobilitazioni per fare pressione sulle nostre istituzioni. Siamo terribilmente in ritardo ed avremmo dovuto fare molto di più in questi anni. Non è possibile che serva la presenza di Daesh perché qualcuno si ricordi dei nostri fratelli e sorelle intrappolate a Yarmouk”.

Nell’appello c’è la richiesta di intervento e pressioni rivolta alle grandi organizzazioni umanitarie e quello rivolto ai media, quelli palestinesi in testa, perché informino su quanto avviene a Yarmouk. Gli hashtag adottati sono #SaveYarmouk e #Yarmouk_will_not_fall, “Yarmouk non cadrà“.

“Se cade Yarmouk è la fine della causa palestinese, perché se cade Yarmouk, la capitale della diaspora palestinese e il simbolo del diritto al ritorno, sarà la fine del diritto al ritorno e cos’è la causa palestinese se non, innanzitutto, la rivendicazione di quel diritto?”.

Queste sono le parole che ci ha affidato un altro cittadino del campo, quando gli abbiamo chiesto cosa vorrebbe dire ai movimenti pro-palestinesi in Italia e nel mondo.

Non possiamo che unirci a questo auspicio che Yarmouk non cada. Intanto però su Youtube circolano i video di miliziani di Daesh che calpestano la bandiera palestinese dicendo che “questa è la bandiera che sventola chi vuole dividerci, dei politici che ci spingono alla fitna (caos, forte frattura all’interno della umma, ndr) tra i musulmani per tenerci sotto controllo” ed ordinano che solo il loro tristemente noto stendardo nero sventoli sul campo di Yarmouk, dove solo 18mila degli oltre 150mila palestinesi che vivevano qui nel 2011 sono rimasti.

Mentre un’altra pagina nera della storia palestinese viene scritta col sangue in queste ore.

FONTE: http://comune-info.net/2015/04/voci-dallassedio-del-campo-di-yarmouk/




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14 aprile 2015

NESSUNA VERGOGNA DI NON AVERE VERGOGNA?



    Il Papa, dopo che i suoi ospiti "dialoganti" si sono lasciati scappare in Vaticano - in arabo - la frase:
    "che Allah ci aiuti un giorno a dominare questo giardino", sembra cominci a capire che la violenza epocale e nichilista che ci viene scatenata addosso con tutti i mezzi (compresa la leva demografica e quella della immigrazione strategica) non sia originata da gratuite offese alle madri di qualche miliardo di uomini pi...i. Ci sono voluti quasi nove anni, e qualche decina di migliaia di cristiani, yazidi ed ebrei assassinati, per comprendere quanto il pragmatismo bavarese di Papa Benedetto aveva comunicato alla Città e al Mondo da Ratisbona. Intanto l'ineffabile impostore della Casa Bianca, la cui qualifica origina dal fatto, inequivocabile, di essersi fatto eleggere sulla base di credenziali fasulle, flirta coi nazisti Ucraini e con i Persiani, il cui primario obbiettivo politico consiste nella distruzione di Israele, per poi, magari, riscattare la sconfitta di Salamina. D'altra parte, i sunniti salafiti, hanno già avviato la riscossa del califfato fermato a Lepanto, mentre intellettuali islamici, la cui tetra ombra riesce a fare aggio sull'illuminato Averroè, negano, oltre alla rotondità della Terra, il genocidio di quasi 2Milioni di armeni. Mi chiedo se i buonisti un tanto al chilo, i cooperanti un tanto all'euro, e i pacifinti che tante soddisfazioni a partire da Monaco ci hanno dato, non provino vergogna di non avere vergogna.

    Franco Fazzi




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13 aprile 2015

Questi miserabili per mettersi dei soldi in tasca stanno rovinando un paese intero. Il genocidio degli italiani. Ditemi se non è argomento da Corte dell'Aja questo...

Ecco il business dei rifugiati: 16 milioni di euro alla Toscana di Renzi

Alla Regione di Renzi una buona fetta dei fondi stanziati per i progetti Sprar: ecco come vengono usati i nostri soldi

Nella Toscana di Matteo Renzi il grosso dei fondi stanziati per i progetti Sprar per i rifugiati se lo spartisce la sinistra, Arci e cooperative rosse in testa.

Un sistema ben oliato che fa girare ben 16 milioni di euro, finanziamenti che il Viminale mette a disposizione dei Comuni per inserire nel nostro tessuto sociale rifugiati e immigrati che richiedono l'asilo politico. Il tutto a spese del contribuente.

"Creiamo posti di lavoro". Simone Ferretti, responsabile del settore immigrazione dell'Arci Toscana, spiega a Libero il senso dei progetti Sprar: "Diamo ai rifugiati vitto, alloggio, li aiutiamo a integrarsi e gli facciamo fare corsi". Gli immigrati vengono assistiti per un periodo che varia da sei mesi all'anno. "A ognuno vanno circa 80-100 euro al mese per la spesa, visto che cucinano da soli - continua Ferretti - di solito vengono messi in appartamenti direttamenti affittati da Arci". E l'Arci Toscana è sicuramente uno degli interlocutori principali del ministero dell'Interno. Insieme alle cooperative rosse che fanno capo a Legacoop, si spartisce il business dell'accoglienza messo in piedi non certo per inserire gli extracomunitari nella nostra società. Basta dare un'occhiata all'intero sistema per capire che non è quello l'obiettivo. I fondi pubblici dovrebbero essere usati appunto per aiutare i rifugiati a trovare un lavoro. Il condizionale, però, è d'obbligo.

Per gli immigrati vengono organizzati corsi di ogni sorta, ma nessuno è teso alla ricerca di un lavoro. A Pianosinatico, in provincia di Pistoia, gli 1,6 milioni di euro stanziati per tre anni vengono usati per corsi in economomia domestica e diritto del lavoro. Su Firenze, invece piovono oltre 3 milioni di euro per 65 posti. Qui si organizzano corsi di pasticceria, gelateria e pizzaiolo. A Pisa, poi, vanno poco meno di 300mila euro all'anno per fare corsi di inserimento alla vita agricola. Nell'inchiesta di Libero appare chiaro come a beneficiare dei finanziamenti pubblici siano sempre i soliti noti. A Prato, per esempio, c'è Pane e Rose al cui interno ci sono rappresentati della Legacoop ed ex candidati piddì alle comunali. A Pisa, invece, c'è la Paim guidata dal renziano Giancarlo Freggia. In linea generale l'Arci Toscana "domina" a Prato, Valdera, Arezzo, Lucca, Firenze, Rosignano Marittino, Lunigiana e Siena

http://www.ilgiornale.it/news/politica/ecco-business-dei-riufugiati-16-milioni-euro-toscana-renzi-1114967.html?utm_source=Facebook&utm_medium=Link&utm_content=Ecco%2Bil%2Bbusiness%2Bdei%2Briufugiati%3A%2B16%2Bmilioni%2Bdi%2Beuro%2Balla%2BToscana%2Bdi%2BRenzi%2B-%2BIlGiornale.it&utm_campaign=Facebook+Interna




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8 aprile 2015

Chiedo ai miei amici di essere presenti e diffonderlo


6 aprile 2015

Non importa niente a nessuno perché sono in siria non a gaza

Mondaccio demmmerda, questi so palestinesi esattamente come so palestinesi a gaza. So progfughi arabi, a cui gli stati arabi hanno tolto, lo Stato, la nazionalita' , la cittadinanza' e la dignita' !! le scritte italiane non contano nulla, purtroppo !
L' Italia non fa niente per i palestinesi in siria! c'e' qualche schiano? qualche comizzoli in siria ??

"I bimbi di Yarmouk stanno morendo di fame http://huff.to/1C67XEs"

I bimbi di Yarmouk stanno morendo di fame http://huff.to/1C67XEs




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5 aprile 2015

La dura vita dei capi palestinesi (certo come no)


A Gaza gli affari vanno benone per ristoranti e alberghi di lusso. La stagione estiva si intravede in lontananza, ma non manca il "turismo congressuale" e d'affari. Un sito palestinese ci informa, senza lesinare nei particolari, che il primo ministro dell'AP Rami Hamdallah si è intrattenuto nel fine settimana presso il famoso Movenpick Al Mashtal Hotel; rinomato cinque stelle di Gaza. Il "capo del governo" di Ramallah era accompagnato con tutto il suo entourage, e ha occupato ben 40 camere della struttura extralusso.
Secondo Elder of Ziyon la spesa sostenuta ammonta a non meno di 70.000 dollari, partendo da una tariffa media di 500 dollari a camera, e di 1400 dollari per la suite. Aggiungendo 20.000 dollari di vitto e 10.000 dollari per gli spostamenti, il fine settimana è costato alle casse dell'Autorità Palestinese non meno di 100.000 dollari, escludendo eventuali spese per "coperte" e altri oneri accessori.
Dura è la vita dei dirigenti, gerarchi e gerarchetti palestinesi. Pazientino gli impiegati pubblici palestinesi, che da mesi lamentano la mancata riscossione dello stipendio. Malgrado le generose donazioni internazionali, le casse dell'AP saranno pure esangui; ma qualcuno questa vitaccia deve pur farla, no?





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4 aprile 2015

25 aprile, i filopalestinesi cacciano gli ebrei dalla Festa della Liberazione

liberazione

La bomba del 25 aprile è scoppiata e qualcuno si stupisce se associazioni storiche, come quella degli ex deportati nei campi nazisti o dei combattenti delle forze armate regolari, si rifiutano quest’anno di partecipare al consueto corteo organizzato dall’ANPI. Non stupitevi troppo, invece, perché questa dolorosa scelta non è piovuta dall’oggi al domani, ma è la conseguenza della piega politica che la manifestazione ha assunto da qualche anno a questa parte. Le istituzioni, i movimenti e i partiti che si oppongono a questo tipo di celebrazione si esprimono giustamente con termini diplomatici, ma i cittadini romani e italiani più in generale, devono sapere cosa è successo alle manifestazioni del 25 aprile di Roma negli scorsi anni. E non si tratterà l’argomento di Milano perché Progetto Dreyfus è stata presente soltanto alle manifestazioni della Capitale. Si parla quindi esclusivamente di esperienze vissute e non di voci circolanti.

I soldati della Brigata Ebraica al Colosseo

I soldati della Brigata Ebraica al Colosseo

Da molto tempo l’ANPI ha accettato di buon grado la partecipazione di una rappresentanza della Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile, chiedendo agli organizzatori di sfilare con lo striscione proprio dietro a quello dell’ANPI nazionale. Questo perché la Brigata Ebraica fu una formazione militare composta da volontari ebrei dell’allora Palestina che decisero di arruolarsi tra le fila dell’Ottava Armata Britannica con un proprio vessillo: la stella di David su sfondo bianco e celeste, simile a quella che poi sarebbe diventata la bandiera dello Stato d’Israele quattro anni dopo. Si può dire che quei  5.000 ragazzi erano gli israeliani di ieri, nonché coloro che tornati dall’Italia combatterono per l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo ebraico attraverso la fondazione dello Stato d’Israele. Partirono da Taranto e risalirono la penisola italiana fino all’Emilia Romagna, dove combatterono fianco a fianco con i partigiani italiani liberando numerose città.

Tutto regolare, se non fosse che alcune organizzazioni intolleranti hanno preso sempre più piede in seno alla manifestazione, fino ad arrivare a fomentare gruppi di ragazzi e ragazze. Si è arrivati così ad una edizione in cui il partigiano italiano ed ebreo Lello Di Segni e il sopravvissuto ad Auschwitz Piero Terracina sono stati insultati e perfino aggrediti. Forse non è immaginabile cosa significhi sentirsi dare del fascista dopo aver combattuto per la Liberazione e dopo esser tornato dall’inferno di un campo di sterminio.

Rappresentanza della Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile 2014

Rappresentanza della Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile 2014

Fatto sta che gente di questo calibro si è fatta sempre più strada all’interno del corteo, fino a che il Vicepresidente dell’ANPI non è stato spinto ad escludere la Brigata Ebraica dagli interventi sul palco, ogni anno con una scusa diversa. Aveva paura? È solo questione di non avere polso? Forse vi erano altre ragioni. Non si sa, ma lo scorso anno dopo ripetute provocazioni e tentativi di cacciare la B.E. dal corteo, si è arrivati quasi alle mani. Nel frattempo, è cresciuto il numero di bandiere palestinesi che volevano contrapporsi a quelle israeliane che portava chi non era in possesso dei vessilli della Brigata Ebraica (non è facile trovarli). Ad un tratto la festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo è diventata una lotta al fianco dei palestinesi contro Israele. Poi, una lotta contro gli ebrei.

La situazione ha toccato il fondo il 30 marzo di quest’anno, quando alla riunione per l’organizzazione del corteo si sono presentate associazioni non invitate che hanno stravolto l’incontro e minacciato i rappresentanti della Brigata Ebraica di non provare a presentarsi perché “non saranno tollerati”. Questi i nomi delle organizzazioni: Fronte Palestina, Rete Romana Palestina, Rappresentanza Palestina in Italia. Spinti e introdotti dai centri sociali e dai partiti comunisti.

Il Gran Muftì di Gerusalemme incontra Hitler

Il Gran Muftì di Gerusalemme incontra Hitler

Dunque, se non è chiaro il messaggio: i palestinesi, all’epoca alleati di Hitler, insieme ai filopalestinesi italiani, vogliono cacciare dalla festa di Liberazione la Brigata Ebraica che ha combattuto contro il nazifascismo. E ci sono riusciti. Negli anni della seconda Guerra Mondiale vi era chi stava dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata e chi nega queste pagine della Storia si macchia di revisionismo. Forse, l’ANPI dovrebbe riprendere in mano le redini della situazione, ristabilire i valori portanti del corteo e riportare i fatti storici al centro delle decisioni operative. Se non è in grado di farlo, la manifestazione non ha più motivo di esistere.

http://www.progettodreyfus.com/25-aprile-i-filopalestinesi-cacciano-gli-ebrei-dalla-festa-della-liberazione/




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4 aprile 2015

25 Aprile a Roma: l'Anpi contro ebrei e Aned

Abbiamo pubblicato ieri le polemiche sulla partecipazione a Roma al corteo per la ricorrenza del 25 Aprile: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=57747 oggi la seconda puntata, con le dichiarazioni di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana.Sottolineiamo il deprecabile comportamento dell'Anpi, in linea perlatro con le innumerevoli iniziative anti-Israele su tutto il territorio nazionale. La sua decisione alla riunione romana lo conferma.

nelle immagini:
una manifestazione del 25 Aprile a Milano
Riccardo Pacifici

Risultati immagini per brigata ebraica 25 aprile

Doveva essere tl corteo del settantesimo, «una giornata speciale di allegria e serenità». Invece a Roma il 25 Aprile 2015 rischia di diventare il giorno dello strappo, quello tra l'Anpi, l'associazione dei partigiani, da una parte, e la Brigata ebraica e gli ex deportati dell'Aned dall'altra. Perché a Porta San Paolo quest'anno loro non ci saranno. Per gli ebrei è Shabbat, il riposo del sabato che non permette la partecipazione ad eventi, ma, spiega il presidente della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Pacifici, «non ci saremo anche perché i palestinesi che chiedono di essere al corteo durante la guerra erano alleati dei nazisti», e «sulla Rete scrivono che se ci saremo ci picchieranno». Già lo scorso anno, al corteo volarono parolacce e spintoni davanti a bandiere palestinesi e israeliane, ricorda Pacifici: «Le organizzazioni pro Palestina pretendono che non ci sia il simbolo della Brigata ebraica che liberò l'Italia dal nazifascismo con Alleati e partigiani». E allora meglio rimanere a casa, «perché così non si può più andare avanti, da troppi anni in piazza ci sono infiltrati che con la Liberazione non c'entrano nulla». Anche se l'anniversario è uno di quelli importanti.'tanto che l'Anpi qualche giorno fa aveva invitato tutti alla Casa della Memoria proprio per organizzare un bel 25 Aprile 2015. Lì è avvenuto lo strappo. Spiega Eugenio Iafrate, vicepresidente Aned: «A quel tavolo c'erano delle associazioni che con la Resistenza non hanno nulla a che fare, sono volate parole grosse: noi che rappresentiamo gli ex deportati, i sommersi e i salvati, non possiamo accettare che lo spirito e i significati del 25 Aprile vengano così snaturati: è una scelta dolorosa presa anche per motivi di sicurezza, ma è una situazione che va avanti da anni». Fronte Palestina, Rete Romana Palestina, Rappresentanza Palestina in Italia, centri sociali pro Palestina e infine Patria Socialista: ecco chi era al tavolo a organizzare la festa della Liberazione a Roma con l'Anpi, l'Aned, la Brigata ebraica e gli storici movimenti antifascisti. «Non erano invitati ma una volta li mica potevo mandarli via no?», dice oggi Ernesto Nassi, presidente dell'Anpi Roma. «Non capisco — è incredulo —: il 25 Aprile è la festa di tutti e merita rispetto come lo meritano i 6omila morti partigiani e di questo si deve parlare, chi partecipa deve rispettare questi morti, se altri invece vogliono venire per fare casino è meglio che vadano a farsi una passeggiata». A Pacifici risponde di «fare come vuole», ma «all'Aned e alla Brigata ebraica fraternamente dico: non potete non venire, è un brutto messaggio, ripensateci». Forse, però, dicono alla Comunità ebraica, «sarebbe meglio che la festa del 25 Aprile la organizzasse il Campidoglio più che l'Anpi che non riesce più a gestirla». E l'assessore capitolino Paolo Masini che ha la delega alla Memoria, ricorda: «Festeggiare il 70 anniversario della Liberazione senza la Brigata ebraica significa cancellare un pezzo di storia».

Per inviare al Corriere della Sera la propria opinione, telefonare: 02/ 62821, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


lettere@corriere.it




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2 aprile 2015

dove sono i filopalestinesi che si stracciano le vesti per i bambini di gaza?


Nel 2014, stando ai dati in possesso del Syrian Observatory For Human Rights, la guerra civile in Siria ha causato la morte di 76.000 persone, di cui più di 3.500 bambini. Dall'inizio del conflitto, nel 2011, sono finora morti circa 206.000 individui. In un Paese così martoriato è possibile che una bimba scambi l'obiettivo di una macchina fotografica professionale per la canna di un fucile, e alzi le mani in segno di resa. E' successo a Hudea, piccola siriana di 4 anni, quando si è trovata di fronte il fotografo Osman Sagirli nel campo profughi allestito ad Atmeh. Le braccia alzate, l'espressione preoccupata: lo scatto della bimba è stato condiviso lo scorso 24 marzo su Twitter dalla giornalista Nadia AbuShaban. In pochi giorni è stato condiviso più di 10.000 volte. E il web si è attivato per rintracciare l'autore della foto. Si è scoperto, così, che l'immagine è stata scattata da Osman Sagirli a dicembre 2014, ed è stata pubblicata per la prima volta dal quotidiano turco Türkiye a gennaio 2015, per cui l'uomo lavora da 25 anni. La BBC lo ha contattato per sapere se la storia "dietro" questa immagine fosse vera. E lui ha confermato: "Quel giorno stavo utilizzando un teleobiettivo e la bimba ha pensato che fosse un'arma - racconta il fotografo - Ho capito subito che si era spaventata. Normalmente i bambini nascondono la loro faccia o sorridono quando vedono una fotocamera". Hudea, la bambina protagonista dello scatto, era arrivata nel campo di Atmeh - a circa 10 km dal confine turco - con sua madre e due fratelli dopo un viaggio di 150 km.


Siria, la bimba scambia la fotocamera per un'arma e si 'arrende' al fotografo




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30 marzo 2015

Nucleare in Iran, il monito di Bibi

Scade domani a Losanna il termine dei negoziati che dovrebbe portare ad una decisione fondamentale sulla corsa al nucleare dell’Iran da parte delle potenze mondiali. E se, spiega oggi la Stampa, il nucleare non è mai stato così vicino, il premier israeliano Benjamin Netanyahu non rinuncia a lanciare un altro monito per evitare che ciò accada, ribadendo con forza il pericolo che si creerebbe per lo Stato ebraico (da anni l’Iran minaccia infatti la distruzione di Israele). Sui termini dell’accordo, sussistono ancora due nodi da sciogliere: l’Iran vuole poter usare delle nuove centrifughe sedici volte più potenti del normale e vuole che le sanzioni sul nucleare cessino immediatamente; al contrario di Europa e America che vorrebbero muoversi gradualmente per poter monitorare l’operato del paese. “L’accordo che si profila – ha dichiarato ieri Netanyahu – conferma tutte le nostre paure e anche più di quelle”. La decisione degli Usa potrebbe però essere limitata dal Congresso; a spiegarlo in un’intervista alla Stampa è l’ex capo della Cia James Woolsey, contrario al nucleare in Iran: “Il Congresso ha tutto il diritto, sancito dalle leggi e dalla Costituzione, di prendere posizione su un trattato come quello in discussione con l’Iran”.

Iran e nucleare – Il ruolo Usa. Ma perché l’America sta rivalutando la sua posizione e ha riaperto i negoziati con l’Iran? Su Repubblica, l’analisi di Thomas Friedman. Per Obama, spiega Friedman, questo accordo avrebbe un carattere trasformativo sull’Iran e lo farebbe uscire dall’isolamento degli ayatollah che vige dal 1979, riducendo così la minaccia per Israele. Sarebbe inoltre un alleato fondamentale per neutralizzare l’avanzata dell’Isis: “Prima di prendere una posizione sull’accordo con l’Iran – conclude Friedman – chiedetevi che effetti avrà su Israele, il paese più minacciato dall’Iran. Chiedetevi però anche come l’accordo si inserisca nella più ampia strategia americana mirata a placare le tensioni in Medio Oriente con il minimo coinvolgimento necessario da parte Usa e il minor prezzo possibile del petrolio”.

“Risorse per il Memoriale”. Ieri il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha partecipato alla sesta giornata milanese dedicata al settantesimo anniversario della Liberazione. Orlano ha fatto l’ultima tappa al Memoriale della Shoah con Emanuele Fiano del Pd e l’assessore alla Mobilità Pierfrancesco Maran. Ad attenderlo il vicepresidente della Fondazione del Memoriale (e vicepresidente UCEI) Roberto Jarach che, riporta l’edizione milanese del Corriere della Sera, “ha illustrato l’opera e precisato che manca un milione per concluderla”.

L’aliyah italiana. Sul Fatto Quotidiano Leonardo Coen sull’alyiah degli ebrei italiani verso Israele. “Non un numero sbalorditivo ma in costante aumento” spiega il demografo Sergio Della Pergola, di cui si cita la ricerca condotta assieme a Staetsky, anticipata da Pagine Ebraiche, in cui emerge che a spaventare gli ebrei italiani sia di più la crisi e la disoccupazione che l’antisemitismo: circa il 63% degli ebrei italiani lo identifica infatti come un problema ma solo il 20% dichiara di aver preso in considerazione l’idea di lasciare l’Italia per Israele.
Se negli anni precedenti a trasferirsi erano di più i giovani, ora sono le famiglie e circa il 77% (dati dell’Irgun Olè Italia) dei nuovi olim provengono dalla Comunità di Roma. Venticinque anni fa, afferma Asher Salah, docente universitario di origine fiorentina, le aliyot si facevano più che altro “per motivi politici o religiosi”.

In marcia per la libertà. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Tunisi per dire ‘No al terrore’ dopo l’attentato al Museo del Bardo rivendicato dall’Isis il 18 marzo. Alla manifestazione anche il premier italiano Matteo Renzi, che ha dichiarato: “Era necessario partecipare a questa marcia perché siamo uniti nella lotta al terrorismo. La Tunisia non è sola, non la daremo vinta ai terroristi”. Arriva intanto la notizia del blitz che ha incastrato i colpevoli al confine con l’Algeria: sono stati uccisi nove terroristi tra cui Khaled Chaib, la mente dell’attentato tunisino (Corriere della Sera).

Il trionfo di Sarkò. Vince il ballottaggio alle dipartimentali l’Ump di Nicolas Sarkozy aprendo ufficialmente la sua scalata verso le presidenziali del 2017. Niente dipartimenti per Marine Le Pen, leader dell’estrema destra, ma più che altro un duro colpo per la sinistra del presidente Hollande che ne esce dimezzata. Sarkozy, che dovrebbe aver conquistato tra i 67 e i 70 dipartimenti, ha dichiarato: “Mai una politica aveva incarnato il fallimento fino a questo punto. La menzogna e l’impotenza sono state punite” (Corriere della Sera).

Lettere false. Oggi sul Corriere della Sera, Paolo Mieli racconta della clamorosa scoperta che ha portato alla luce la falsità delle lettere tra Benito Mussolini e Winston Churchill, la cui vicenda è stata ricostruita in un saggio di Mimmo Franzinelli edito da Rizzoli: “Nasce da un trafiletto pubblicato nel ’45 da II Tempo uno dei casi più clamorosi di storiografia complottista: l’ipotesi secondo cui Churchill e Mussolini si sarebbero scritti in segreto lettere compromettenti durante la guerra. Venne poi prodotto un falso carteggio e all’amo abboccarono addirittura gli editori Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli”.

Essere ucraini, essere ebrei. Sul Fatto Quotidiano una panoramica sugli ebrei di Kiev, con un ricordo da parte della Comunità di due ragazzi morti mentre combattevano a piazza Maidan: “Con Maidan siamo diventati cittadini ucraini e non più solo ebrei che vivono in Ucraina”.

Gli studenti in viaggio ad Auschwitz. Sono più di 400 gli studenti del Lazio partiti ieri mattina alla volta di Auschwitz-Birkenau, “La più grande iniziativa mai realizzata”, ha spiegato il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti. A guidare i ragazzi i Testimoni della Shoah Piero Terracina, Sami Modiano e le sorelle Andra e Tatiana Bucci. (Il Messaggero)

Società Heidegger, nuove dimissioni. Dopo le dimissioni del presidente Gunter Figal, avvenute alla luce del ritrivamento dei Quaderni Neri del filosofo Martin Heidegger, il Corriere della Sera annuncia che a lasciare è ora il vicepresidente Donatella Di Cesare che precisa di averlo fatto perché la società si è isolata rispetto al panorama internazionale, dimostrando una certa “chiusura provinciale”.

Rachel Silvera, twitter @rsilveramoked




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29 marzo 2015

Signora presidente; come definisce una nazione che non da un tetto neppure ai suoi figli?

stiamo facendo entrare la feccia da tutto il mediterraneo per tutelare gli interessi di cooperative religiose e politiche cattocomuniste e chi li ferma questi?





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27 marzo 2015

Questo non è quel "Premio Nobel" terrorista che diffonde odio contro l'Occidente? Non sapevo che i terroristi portassero come orologio il Rolex.

"Questo non è quel "Premio Nobel" terrorista che diffonde odio contro l'Occidente? Non sapevo che i terroristi portassero come orologio il Rolex. Credevo fosse un orologio simbolo del capitalismo occidentale da distruggere!"

 Credevo fosse un orologio simbolo del capitalismo occidentale da distruggere!




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26 marzo 2015

L’ultima porcata di Obama: declassificati documenti su nucleare Israele

E’ il caso di dirlo, Obama sta facendo una porcata dietro l’altra contro Israele. L’ultima, gravissima, è stata quella di declassificare alcuni documenti segreti sul programma nucleare israeliano, da sempre uno dei maggiori segreti della storia.

La Casa Bianca ha ordinato la declassificazione di un documento del 1987 denominato “Critical Technological Assessment in Israel and NATO Nations” nel quale si fornisce una descrizione dettagliata del programma nucleare israeliano e di come lo stesso sia molto all’avanguardia (il documento lo trovate qui) rispetto addirittura a quello americano.

La tempistica è quantomeno sospetta visto che Obama ha ordinato che il rapporto venisse desecretato proprio mentre Netanyahu criticava gli accordi tra gli Stati Uniti e l’Iran sul controverso programma nucleare iraniano, come a dire che Israele critica il programma nucleare iraniano ma vuole che si taccia sul proprio.

Il documento (386 pagine) evidenzia nei dettagli come Israele abbia sviluppato il proprio programma nucleare e di come tale programma sia tecnologicamente avanzatissimo. “Israele ha sviluppato una tecnologia che permette loro di produrre bombe all’idrogeno” c’è scritto tra le altre cose nel rapporto, cioè bombe considerate mille volte più potenti delle normali bombe atomiche.

Il rapporto rivela anche che i laboratori di ricerca israeliani sono molto più avanzati di quelli americani di Los Alamos, Lawrence Livermore e Oak Ridge e che possono disporre di tecnologia di produzione israeliana molto avanzata.

La cosa strana e che fa pensare a una azione mirata proprio contro Israele è che nessun altro documento è stato declassificato di quelli in mano al Pentagono. Si pensi per esempio a quelli riguardanti la Francia, la Gran Bretagna e persino l’Italia.

Sebbene il documento sia piuttosto “vecchio” il gesto voluto da Obama rombe un accordo di tacito reciproco silenzio sull’arsenale nucleare israeliano, un arsenale che Israele non ha mai confermato ufficialmente di avere anche se si tratta del segreto di Pulcinella. Un gesto quindi gravissimo che conferma ancora una volta in più che Barack Obama ha preso la strada della ostilità verso Israele. Di fatto gli Stati Uniti per la prima volta hanno confermato che Israele è una potenza nucleare.

Secondo alcune nostre fonti alcuni Senatori Repubblicani starebbero pensando di dare il via a una azione legale contro il Presidente Obama, ma al momento non possiamo confermare nessun tipo di iniziativa.

Scritto da Adrian Niscemi

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25 marzo 2015

QUELLO CHE QUASI TUTTI I MEDIA ITALIANI NASCONDONO: DOPO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 22 MARZO, IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN È IL PRIMO PARTITO DI FRANCIA CON IL 25,19%!




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23 marzo 2015

Forum per il Reclutamento dei Cristiani Israeliani MONALIZA: UN’ARABA CRISTIANA NELL’IDF

Ecco Israele come tratta male le donne, anche di altre religioni. 
Nella nostra tradizione le donne hanno una funzione basilare.
La calunnia portata avanti dall'Onu deve essere denunciata e perseguita per vie legali.

Forum per il Reclutamento dei Cristiani Israeliani
MONALIZA: UN’ARABA CRISTIANA NELL’IDF
Il Sergente Maggiore riservista Monaliza Abdo è israeliana, araba e cristiana. A causa della sua etnia e della sua religione non era tenuta ad arruolarsi nell’IDF, ma Monaliza ha voluto coronare il sogno di difendere il suo Paese, il popolo ebraico e tutte le minoranze della nazione arruolandosi volontariamente nell’esercito israeliano. 
Durante il servizio come soldato di combattimento sul confine meridionale di Israele, le sue doti l’hanno fatta emergere all’interno del suo plotone per poi farla diventare comandante nello stesso Battaglione Caracal in cui ha prestato servizio fin dall’arruolamento. Ai suoi subordinati ha insegnato tattiche per combattere contro il terrorismo e contro altre minacce presenti nella regione, e ha voluto servire nell’IDF per un anno in più rispetto al periodo di due anni previsto per le donne, completando poi con un attestato di lode i tre anni di servizio.
L’“IDF blog” ha avuto l'opportunità di incontrare Monaliza nel suo ultimo giorno di servizio militare. Dall’incontro è nato questo video, in cui Monaliza parla in arabo, la sua lingua madre, spiegando il suo impegno per servire lo Stato di Israele e proteggere tutti i suoi cittadini.
Di seguito riportiamo la trascrizione delle testimonianze di Monaliza e di sua madre, e del commento al video.
Monaliza non è il quadro di una donna sorridente. E’ un’araba cristiana di Haifa che combatte nell’IDF. Anche se non era obbligata per legge a servire nell’esercito, ha scelto di arruolarsi in un’unità di combattimento dell’IDF.
Monaliza:
“Mi chiamo Monaliza Abdo, sono un’araba cristiana di Haifa e un soldato di combattimento dell’IDF. Mi sono arruolata nell’esercito perché faccio parte di Israele pienamente. Sono venuta a difendere lo Stato di Israele, la mia casa.”
“Il mio lavoro nell’IDF come comandante è prevenire attacchi terroristici, operazioni di contrabbando e ingressi illegali nel Paese. Sono convinta che, se impedisco l’ingresso di droga nel Paese, non proteggo solo il popolo ebraico ma anche la popolazione araba. Difendo ogni bambino dello Stato di Israele dal pericolo della droga. Se tornassi indietro a tre anni fa, sceglierei la stessa unità ma cercherei di lavorare ancora meglio.”
“Tutta la vita ho studiato in una scuola ebraica. A diciassette anni tutti i miei compagni hanno ricevuto la cartolina per arruolarsi, ma io no. Ho detto a mia madre: ‘Mamma, io mi voglio arruolare’. Avevo sentito che tanti beduini si arruolano nell’esercito e servono il Paese pur non essendo obbligati a farlo. Ho pensato che forse potevo essere accettata anch’io, e così ho provato. Sono andata all’ufficio di reclutamento e lì c’era anche un comandante druso, che mi ha aiutato tanto durante l’iter e mi ha motivato molto.”
Sua madre è molto orgogliosa di lei e vede che sua figlia è incamminata su una buona strada.
Ecco le parole della madre di Monaliza:
“Quando mia figlia è venuta da me e mi ha detto: ‘Mamma, voglio arruolarmi nell’esercito e servire il nostro Paese’ io mi sono stupita tantissimo. Non sapevo come esprimere la mia gioia perché era una decisione molto matura da parte sua. E’ stata una grande sorpresa e una grande gioia per tutta la famiglia. Raccomando a tutti i giovani arabi, maschi e femmine, di arruolarsi nel nostro esercito, per il nostro Paese. Questo è il nostro Paese, la nostra casa. Noi viviamo qui e moriremo qui. Le radici dei nostri padri e dei nostri figli sono qui. A tutti i giovani lì fuori dico: ‘L’esercito è la nostra scuola, non è solo un esercito. E’ un posto dove imparare e dove essere parte di una nuova famiglia’.”
Monaliza:
“Mantengo Israele sicuro, sia per gli ebrei che per gli arabi. E sono pronta a dare la vita per la sicurezza dello Stato di Israele e di tutti i suoi cittadini.”
Fonte: http://unitedwithisrael.org/the-faces-of-israel-arab-israe…/

foto di Claudio Coen.
foto di Claudio Coen.




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 23/3/2015 alle 22:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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