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29 luglio 2010
Sderot, ogni casa è un fortino. I figli d’Israele giocano nei rifugi sotto l’occhio di Hamas
La capitale in attesa del fuoco
di Giulio Meotti
Fertile, calda e umida è la pianura che porta alla città di Sderot. Finisce improvvisamente la vegetazione e iniziano la pietra e la polvere, che brillano bianche nel cocente sole d’estate. Le case sono color ocra e bianco sul giallo del Negev, il deserto dei sogni di David Ben Gurion. Prima della strada che porta in città c’è una caffetteria piena di soldati in transito per le basi militari.
Siamo al confine con Gaza e con le rampe di lancio di Hamas. A pochi chilometri da qui c’è Havat Shikmim, la fattoria di sicomori dell’ex premier Ariel Sharon. Il ranch, un tempo superfortificato, adesso è abbandonato. Sulla tomba dove è sepolta Lily, la moglie di Sharon, cadono i missili di Hamas. E i fiori a cui il generale del Likud era in grado di dare un nome sono bruciati dai razzi islamisti. Hamas reclama il ranch di Sharon, che sorge nei pressi di Huj, un villaggio arabo distrutto nella guerra del 1948.
Il visitatore sa di essere arrivato nella “città più bombardata al mondo”, un puntino sulla mappa israeliana di nome Sderot, perché sulla destra c’è subito un rifugio antimissile. E’ stato colorato da una banda di artisti, per renderlo meno angusto. I bulldozer sono al lavoro per fortificare la città. La gente aspetta l’autobus accanto a un bunker, nella più completa “normalità”. Pochi giorni fa è caduto un altro razzo di Hamas. I miliziani del movimento terroristico sono diventati bravi. All’inizio la gente a Sderot li chiamava “giocattoli”, diceva che erano “fatti in cucina”. Poi i razzi hanno iniziato a uccidere. Dilaniano la carne, producono una schiera di disabili. Rendono invalidi nell’anima.
Sderot in passato era famosa per avere uno dei tassi di disoccupazione più alti di tutto Israele. Oggi questa cittadina di immigrati nordafricani e post sovietici ha il triste record di aver ricevuto il più alto numero di missili da Hamas. Seimila in otto anni di conflitto. E’ il posto più a rischio di tutta Israele. Ma è un destino che ormai abbraccia anche le altre città del sud: Ashdod, Beersheba, Netivot e Ashkelon, che fornisce gran parte dell’elettricità a Gaza ma che viene comunque bombardata dai missili Grad.
Chi ancora un rifugio non ce l’ha e si trova in casa si arrangia come meglio può. Spesso sotto il tavolo da cucina. Che Sderot si stia preparando alla prossima guerra lo si capisce dal fatto che oggi ogni casa in città sta per essere protetta da un rifugio a prova di missile. “Sono in corso d’opera cinquemila nuovi rifugi a Sderot”, dice Noam Bedein, direttore dello Sderot Media Center e già testimone di fronte al Consiglio dei diritti umani dell’Onu nella controversa inchiesta Goldstone sulla guerra a Gaza. Cinquemila nuovi rifugi sono un’enormità per una piccola cittadina che accoglie appena 20mila abitanti. Per questo Sderot è stata ribattezzata “la capitale mondiale dei rifugi antibomba”. Nel cortile della centrale di polizia sono ammassati i resti dei missili. Quelli dipinti di rosso sono di Hamas. Il Jihad islamico invece li colora di giallo. Meital lavora a un progetto privato di tutela dei quartieri di Sderot e ci conferma sul campo la più fosca delle previsioni degli strateghi militari: “Nel mio quartiere ogni casa oggi ha un rifugio in vista del prossimo conflitto. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare in altre zone della città. Tutti devono avere un bunker presso la casa”.
Perché a Sderot uno ha quindici secondi per trovare riparo da quando l’allarme avverte che Hamas ha lanciato un razzo. Gaza è a meno di un chilometro da qui. A Sderot molti automobilisti non indossano la cintura così che possano scappare meglio in caso di allarme. La scuola sulla collina, dopo un parco giochi “rinforzato” con strutture antimissile, porta i segni delle schegge delle bombe e l’esercito l’ha incastonata sotto enormi lastroni di cemento e ferro a protezione degli studenti. “La gente all’estero non si rende conto di quel che avviene qui”, ci dice il sindaco di Sderot, David Buskila, israeliano di origini marocchine come gran parte di coloro che vennero a Sderot, negli anni Cinquanta, a fondare la città. E in città abita anche l’ex ministro della Difesa Amir Peretz.
“Qui ci fanno fare anche le prove per la guerra chimica”, spiega la dottoressa Adriana Katz, che dirige il centro traumi a Sderot, dove arrivano le vittime sotto choc per via dei missili. Di origine romena, laureatasi in medicina in Italia, fuggita dal nostro paese quando le Brigate Rosse facevano un morto al giorno, Katz viene dal mondo della sinistra pacifista, il Meretz di Shulamit Aloni, quelli di Peace Now. “Ho avuto bisogno di tempo per capire che qualcosa mi dava fastidio alle gambe. Quando il fastidio diventò dolore, l’ho subito saputo: mi ero aperta troppo a favore dei palestinesi, tutto quello che facevano gli ebrei mi sembrava ingiusto, fascistoide, colonialista. Mi sono spostata e il mal di gambe se ne è andato. Da qui non ci muoviamo, è un posto duro Israele, ma speciale”. Ogni settimana nel centro per i traumi entrano circa 150-170 persone.
Adriana Katz è un’eroina involontaria di questa guerra che sembra non avere fine, perché da anni si prende cura dei malati psichici, gli invalidi dell’anima che non vogliono scendere dal letto o mettere la testa fuori di casa. Katz ha gli occhi stanchi, sono troppi gli anni trascorsi a curare i feriti da Hamas nella sua minuscola clinica di Sderot. Dalla fine della guerra nel gennaio del 2009 sono caduti già centinaia di razzi sul deserto del Negev. A ondate, quando la situazione si fa critica, i bambini di Sderot vengono mandati dai parenti che vivono altrove in Israele. Eppure i segni della quiete si vedono. Di notte gruppi di uomini restano a chiacchierare nei fast food e nei bar in città. Inimmaginabile un anno e mezzo fa. Chi guida a Sderot oggi deve ancora farlo con il finestrino abbassato: così si sente bene l’allarme quando squilla. In questo caso l’automobilista deve scendere dall’auto e sdraiarsi a terra, anche se piove. “Una signora fermò l’auto senza scendere dall’abitacolo e oggi deve sottoporsi a riabilitazione perché fu ferita dal razzo”, spiega Adriana Katz. “Io mi rifiuto di sdraiarmi a terra, un istinto me lo impedisce, è troppo umiliante”.
Di solito i terroristi di Hamas sparano su Sderot e dintorni di mattina, quando c’è la massima concentrazione di bambini diretti a scuola. Molti sopravvissuti all’Olocausto, in città, devono prendere sedativi e tranquillanti. Si parla senza alzare la voce nelle case, perché l’allarme deve sempre essere udibile. In città ci sono grandi scorte di medicinali per il trattamento dello choc post missile. Si calcola che oltre la metà della popolazione di Sderot soffra di stress o di altre sindromi psichiatriche. “Centrare il bersaglio non è la cosa fondamentale – dice Igal Hecht, il regista che, nel 2006, ha firmato un lungo documentario dal nome Qassam – quello che conta è l’effetto psicologico”. Dopo anni di missili sulla città, fasce di bambini sono in “regressione”, non vogliono dormire più da soli, vanno male a scuola e hanno il timore di lasciare le case.
Eccola Sderot, involontaria capitale dei farmaci per la psiche dilaniata. Nomi fantasiosi che per la gente del posto sono una mano santa: Lorivan, Clonex e Valium, i tranquillanti di tipo benzodiazepine subito dopo un bombardamento; Seroxat, Cipralex e Cymbalta, gli antidepressivi per la terapia più lunga; sedativi tipo Bondormin e Miro; e spesso, purtroppo, si verificano casi di autentiche psicosi, trattate con neurolettici (Zyprexa, Geodon, Clopixol). Due settimane fa, nel vicino ospedale di Ashkelon, c’è stata l’ennesima esercitazione in vista della guerra, la verifica delle sirene, il Magen David, i vigili del fuoco, ospedali e polizia. La nuova maschera antigas, appena distribuita alla popolazione, ha un nome gentile: Candy. Quest’angosciante strumento ha fatto la sua comparsa nel 1991, quando dall’Iraq Saddam Hussein fece piovere razzi sul centro d’Israele. Un parco a Sderot è intitolato ad Afik Zahavi-Ohayon, aveva quattro anni quando nel giugno del 2004 divenne la prima vittima in città di Hamas. Presso la “givat”, la collina, si vede Beit Hanoun. E’ territorio di Hamas, ad appena ottocento metri in linea d’aria. Villette dai tetti rossi, ben ordinate e confortevoli, sono in costruzione sulla collina estrema di Sderot. Si affacciano sugli ascari di Hamas intenti a distruggere Israele. E in lontananza si vede la centrale di Ashkelon.
A febbraio Israele ha annunciato un nuovo sistema antimissile noto come Iron Dome, significa “Cupola di ferro”. E’ la grande speranza di Sderot, ma molti analisti hanno seri dubbi che riuscirà a proteggere la città. Il progetto è costato un miliardo di dollari. Contro i venticinque dollari che costa ad Hamas un solo Kassam. Iron Dome impiega trenta secondi per intercettare un missile. Va bene per Tel Aviv, ma forse è lenta per i kibbutz del Negev o della Galilea del nord. Il premier Netanyahu lo ha chiamato “miracolo tecnologico”, e Yedidia Yaari, a capo della società Rafael che ha costruito il sistema, ha confermato che il sistema di intercettazione di missili “Cupola di ferro” fornirà “una risposta alla minaccia di Katiuscia, Qassam e Grad”, ma ha anche specificato che “non esiste alcun sistema di protezione totale”. Si parlava anche di acquistare il sistema “Phalanx Close-In” che gli americani usano a Baghdad per difendere la Green Zone. Un altro progetto si chiama David Slingshot, significa “Fionda di Davide”. Di certo si sa che Hezbollah e Hamas hanno oggi nuovi missili iraniani che possono raggiungere Tel Aviv. L’ultima volta era successo il 18 gennaio 1991, alle tre del mattino, quando a cadere sulla città più moderna d’Israele erano stati gli scud di Saddam.
Il sindaco di Sderot, David Buskila, ci spiega che “c’è una possibilità reale che si scateni un nuovo conflitto con Hamas. Nel futuro ci aspettiamo un nuovo lancio di missili. Abbiamo costruito 2.500 nuovi rifugi fino a ora e ne costruiremo altri. Nuovi rifugi saranno finiti per le scuole entro l’inizio dell’anno scolastico. Spero di vedere giorni migliori, anche se non ne sono sicuro”. Eppure, mentre ci si prepara alla prossima guerra, la gente a Sderot non lascia le proprie case.
Le pochissime famiglie, duecento in tutto, che hanno abbandonato questa città in trincea lo hanno fatto perché potevano permetterselo. Solo i ricchi se ne vanno. Sderot è anonima e i giovani ambiscono a partire. Non c’è tempo in città per l’estetica. L’esercito e la protezione civile stanno costruendo rifugi senza tregua. “Ci ricordano quello che è stato e quello che sarà”, dice sconfortata la dottoressa Adriana Katz. Anche nella sua clinica c’è un rifugio, che sembra una sala d’attesa: un tavolino e un piccolo divano con una coperta gettata sopra. “La gente cerca di reimparare a vivere, torna a circolare perfino con i finestrini della macchina chiusi perché fa tanto caldo e serve il condizionatore. Tanti fanno fatica a separarsi dalle camere blindate e la notte dormono là. Ci sono case dove questi rifugi sono diventati stanze per i giochi, lì i bambini sono più tranquilli.
Ogni tanto un allarme fa tornare in mente i tempi non lontani e allora torna la paura, l’insonnia, la mia clinica si riempie di gente piena di angoscia. E’ come se non ci fosse mai stata alcuna terapia, si ricomincia da capo. C’è un povero venditore di meloni che non può più gridare al megafono per vendere la sua merce, perché il suono è troppo simile a ‘Tzeva adom’, la sirena d’allarme, e c’è qualcuno che è svenuto a sentirlo”. Quando la sirena non suona da troppo tempo la gente pensa persino che sia rotta. In questa atmosfera di finta quiete, la gente aspetta. “Che cosa? Il ritorno dei missili e non c’è nessuno che creda diversamente, è una convinzione generale che quello che è stato è quello che sarà. E su questo non si scherza. Insomma, qui siamo seduti su una botte di esplosivo. L’unica domanda è quando salteremo in aria”.(11 Luglio 2010)
Leggi la prima puntata del reportage – Leggi la terza puntata del reportage
Il Foglio
In alto: scene di ordinaria quotidianità per gli abitanti di Sderot
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 23:3 | |
29 luglio 2010
Gaza e la Baronessa
I ministri degli Esteri europei che si recheranno in missione a Gaza all’inizio di settembre non intendono avere alcun contatto con esponenti di Hamas. Lo ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, a Roma, nel corso della visita di Catherine Ashton, Alta Rappresentante della Politica Estera e di Sicurezza Europea (Pesc). La nota del ministro degli Esteri italiano è un richiamo alla natura terrorista del movimento palestinese che controlla Gaza, inserito nella lista nera Ue su suggerimento dello stesso Frattini cinque anni fa. La baronessa Ashton è la prima alta funzionaria europea ad essersi recata nella Gaza controllata da Hamas, per di più nel giorno stesso in cui alcuni razzi erano stati lanciati contro Israele. La Ashton, anche nel corso della sua visita romana, non ha deluso le aspettative di quanti la vedono come una sostenitrice dell’appeasement. All’indomani dell’approvazione di nuove sanzioni europee contro l’Iran, ha infatti affermato che servono solo “per riprendere i negoziati” con il regime di Teheran. E sul Medio Oriente ha puntato il dito contro il blocco israeliano di Gaza, ribadendo che andrebbe allentato per rilanciare l’economia palestinese locale.
L'Opinione
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 20:44 | |
29 luglio 2010
Il vero volto della guerra afghana
| Il sito Wikileaks svela massacri di innocenti, alleati sleali, inefficienza. Il Pentagono: grave danno |
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La più grande fuga di documenti della storia americana riscrive la guerra in Afghanistan svelando che i servizi pakistani aiutano i taleban, che sono avvenute molte stragi di civili rimaste nascoste, che la guerriglia bersaglia gli aerei della Nato con i missili «Stinger», che i droni non sono perfetti e che una task force segreta dà la caccia a 70 leader jihadisti.
Sono le maggiori rivelazioni sulla guerra afghana contenute in 92 mila documenti segreti dell’esercito Usa che Wikileaks ha svelato con una decisione che per la Casa Bianca «mette in pericolo la sicurezza nazionale». E’ un volume di rivelazioni che fa impallidire i «Pentagon Papers» che il «New York Times » pubblicò nel 1971 svelando la genesi della guerra in Vietnam.
Ciò che distingue i documenti che Wikileaks ha consentito a New York Times, Guardian e Der Spiegel di pubblicare in contemporanea è il fatto che si tratta di descrizioni minuziose con una valanga di dettagli su eventi, logistica e nomi inerenti a quanto avvenuto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, ovvero incluso il primo annodi presidenza di Obama.
La mole di notizie politicamente più imbarazzanti per la Casa Bianca riguarda l’implicazione del Pakistan nel sostegno ai taleban. Islamabad riceve ogni anno 1 miliardo di dollari di aiuti, il segretario di Stato Hillary Clinton vi ha appena fatto tappa promettendone altri 500 milioni e ora gli americani apprendono che ufficiali dei servizi segreti pachistani (Isi) partecipano alle riunioni operative nelle quali i taleban progettano attacchi contro le truppe Usa. Si tratta in particolare degli agenti dell’«Ala S» dell’Isi a cui la Cia nel 2008 addebita la partecipazione nell’attacco all’ambasciata indiana a Kabul e il tentativo di assassinare il presidente afghano Hamid Karzai.Atessere i rapporti con i taleban è il «generale Hamid Gul, ex capo dell’Isi dal 1987 al 1989» attraverso «alleati » come i capi mujaheddin Jaluluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar.
Nel gennaio 2009 Gul si reca a Wana, nel Waziristan del Sud, per incontrare tre capi taleban e tre «uomini arabi» - probabilmente di Al Qaeda - per pianificare la vendetta dopo l’eliminazione da parte di un drone della Cia di Osama al Kini, capo di Al Qaeda in Pakistan. È in quella sede che viene deciso di mandare a Ghazni, in Afghanistan, «50 arabi e 50 waziri». In molti casi si tratta di futuri kamikaze che provengono da una madrassa (scuola islamica) di Peshawar, in Pakistan, dove «il generale Gul si reca una volta al mese». I kamikaze pachistani di questa madrassa dal luglio all’ottobre 2009 si fanno esplodere a Kandahar, Kunduz e Kabul. Avviene anche che gli agenti dell’Isi aiutano i taleban a redigere i piani: il 19 giugno 2006 si incontrano a Quetta e i pachistani «premono per fargli condurre attacchi a Maruf, nel distretto di Kandahar».
Quando il 7 febbraio 2007 gli ufficiali Usa affrontano quelli di Islamabad, la risposta che ottengono è un irridente «fateci sapere quando vedete i guerriglieri lungo il confine» e nel dispaccio «top secret» l’estensore commenta: «Dubito che i pachistani ci daranno una mano visto che l’Isi è implicato negli attraversamenti illegali del confine». Islamabaddefinisce il materiale pubblicato «fuorviante», ma a prenderlo sul serio è John Kerry, capo della commissione Esteri del Senato, secondo cui «impone un urgente riequilibrio delle nostre politiche». Da tempo Kerry sostiene di aumentare la pressione - anche militare - sugli alleati pachistani dei taleban e di Al Qaeda, e ora ha munizioni a sufficienza per tornare alla carica.
Poi vi sono le rivelazioni che hanno a che vedere con i dettagli militari del conflitto. I documenti svelano che i droni della Cia non sono infallibili come si pensa: in almeno 38 casi Predator e Reaper sono caduti per difetti tecnici obbligando i reparti speciali a pericolosi interventi per recuperarne i pezzi, impedendo ai taleban di impossessarsene. I mujaheddin inoltre «hanno ancora gli Stinger» forniti dagli americani negli Anni Ottanta per combattere l’Armata Rossa. Li usano per bersagliare elicotteri e aerei della Nato e, in almeno un caso, hanno abbattuto un Ch-47 causando la morte di 7 soldati, il 30 maggio 2007 nell’Helmand.
Poi vi sono le morti civili di cui non si era avuta notizia: si tratta di vittime di almeno 144 episodi diversi, dall’uccisione di un «uomo sordomuto» a quella di «una donna non vedente» a causa di interventi di militari e paramilitari nel tentativo di eliminare capi di Al Qaeda come Abu Layth Ali Libi. I morti in questione potrebbero essere centinaia e il governo di Kabul si è detto «sotto choc» per la decisione dei comandi Usa di tenerli segreti. Le vittime civili si sovrappongono a volte alle operazioni della task force 373 - di cui finora si ignorava l’esistenza - a cui il Pentagono ha affidato la missione di «trovare ed eliminare» i 70 capi più importanti di taleban e Al Qaeda. Fra le altre rivelazioni quelle sui servizi afghani «alle dipendenze della Cia», i «cento kamikaze giunti dall’Iran» e le tracce di Osama bin Laden che in un caso premiò un guerrigliero «abile con gli esplosivi» regalandogli una «moglie araba».
Nel mare di documenti ci sono anche riferimenti agli italiani. Sono registrate ad esempio le proteste dell’Estonia per lo scambio di prigionieri che portò alla liberazione del reporter Mastrogiacomo: «L’Italia ha ceduto ai terroristi». Ci sono riferimenti all’attività di Emergencye alle operazioni in cui sono stati coinvolti i nostri soldati. Apparentemente (ma lo scrutinio delle carte è ancora in corso) nulla di particolarmente scabroso.
La Casa Bianca sapeva della pubblicazione in arrivo da una settimana e vi ha reagito con il consigliere per la Sicurezza Jim Jones accusando Wikileaks di «irresponsabilità» perché «mette a rischio vite americane e alleate » mentre il portavoce Robert Gibbs ha definito la fuga di notizie «un reato federale». Gibbs ha però tenuto a precisare che le questioni politiche più spinose - il ruolo pachistano e le vittime civili - sono «da tempo nell’agenda del Presidente», facendo capire che i rimedi sono già in atto.
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Maurizio Molinari
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 18:0 | |
29 luglio 2010
Il dietrofront di Obama Israele viene di nuovo percepito come un “alleato vitale”, e non come un ostacolo
| Aluf Benn |
La recente campagna del presidente Usa Barack Obama volta corteggiare Israele riflette una netto dietrofront della politica americana in Medio Oriente. Le priorità degli Stati Uniti sono cambiate: in cima figurano il problema sempre più grave dell’Iran e le preoccupazioni circa i mutamenti di leadership in Egitto e Arabia Saudita. In queste circostanze, Israele viene di nuovo percepito come un “alleato vitale”, per dirla con le parole del segretario di stato aggiunto Andrew Shapiro, e non più come un ostacolo nella ricerca di legami più calorosi tra Washington e mondo musulmano, come era visto invece all’inizio della presidenza Obama.
Gli americani hanno un interesse supremo in Medio Oriente: l’offerta disponibile e non troppo costosa di petrolio, che alimenta le economie degli Stati Uniti e dei loro alleati. La possibilità di garantire tale offerta dipende dal mantenimento della “stabilità”, che fa affidamento su regimi totalitari la cui sopravvivenza dipende dagli Stati Uniti. A sua volta, la difesa di questi regimi garantisce importanti mercati per l’industria della difesa americana.
Da quando ereditarono dalla Gran Bretagna la responsabilità per la difesa del Medio Oriente, e dall’enunciazione della “dottrina Eisenhower” nel 1957 dopo la Crisi di Suez, gli Stati Uniti hanno combattuto ogni elemento che potesse insidiare l’ordine regionale e minacciare il regolare afflusso di petrolio: da Gamal Abdel Nasser coi suoi protettori sovietici, a Saddam Hussein e Osama bin Laden.
Israele s’è trovato in diverse posizioni nella strategia americana. Talvolta è stato visto come un punto di forza, altre come un peso. Nei periodi buoni, gli americani sottolineavano il “rapporto speciale” e i “valori condivisi”. Nei periodi brutti se la prendevano con Israele per il reattore nucleare di Dimona e, ultimamente, per la questione degli insediamenti.
Per gli americani si tratta di normale amministrazione: quando avevano bisogno della Cina contro l’Unione Sovietica, ignoravano Taiwan e le violazioni di Mao dei diritti umani; quando la Cina è stata percepita come una minaccia economica, Washington ha annunciato che avrebbe venduto armi a Taiwan, ha ufficialmente ospitato il Dalai Lama e ha riconosciuto la censura in vigore a Pechino e l’oppressione degli oppositori da parte del regime cinese.
Rispetto a Israele, gli insediamenti giocano il ruolo che svolgono Taiwan e il Tibet nei rapporti fra Stati Uniti e Cina: un problema permanente che viene enfatizzato o ignorato a seconda del bisogno. Sono arrabbiati col primo ministro israeliano? Ecco che evocano i Sheikh Jarrah e Yitzhar. Hanno bisogno di Israele, o vogliono lisciargli il pelo in cambio di un altro pseudo-passetto in avanti nel processo di pace? Ecco che lasciando perdere la commissione urbanistica in Giudea e Samaria (Cisgiordania).
Quando Obama entrò in carica, la sua valutazione era che gli Stati Uniti erano stati indeboliti in Medio Oriente e sperava di arrivare a un accordo su una spartizione di influenza con la potenza regionale, l’Iran. Così raffreddò drasticamente i rapporti con Israele e tirò fuori dal ripostiglio il solito bastone chiamato insediamenti. Ma non ha funzionato. Gli iraniani hanno snobbato i gesti di buona volontà di Obama, e gli stati arabi hanno ignorato la causa palestinese mettendo in chiaro che bloccare l’Iran era per loro cosa assai più importante. Come ha detto l’ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti a Washington in una conferenza la scorsa settimana, “un attacco militare all’Iran da parte di chiunque sarebbe un disastro, ma un Iran dotato di armi nucleari sarebbe un disastro ancora peggiore”.
Questo è il motivo del voltafaccia nell’approccio di Obama. Anziché “bastonare Israele e guadagnarsi gli applausi dei musulmani”, la sua posizione sull’Iran si fa più dura. Le sanzioni contro Tehran sono diventate più severe e la retorica è si è fatta più schietta. Israele è passato da ostacolo a gradito partner, forse perché non c’è altra scelta alla luce dell’attesa instabilità con gli imminenti cambiamenti al vertice al Cairo e a Riyad. La cooperazione con le Forze di Difesa israeliane è diventata più stretta e gli americani adesso preferiscono sottolinearla, a differenza della loro tendenza nel recente passato a minimizzarla. Oggi Israele è di moda, a Washington, al punto che Shapiro, plaudendo ai legami fra i due paesi nella difesa, si è spinto al punto di citare due presidenti, John Adams e il figlio John Quincy Adams, che avevano caldeggiato la nascita di una patria ebraica decenni prima di Herzl. Il sionismo è nato alla Casa Bianca e noi nemmeno lo sapevamo.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ottenuto un successo diplomatico. Durante il suo primo incontro con Obama aveva cercato di convincerlo che la minaccia iraniana è della massima importanza e Obama per tutta risposta gli aveva chiesto di non costruire abitazioni a Gerusalemme est. Ora il presidente americano, seduto accanto a Netanyahu, dichiara che il programma nucleare iraniano “è la mia prima priorità in politica estera da diciotto mesi”, senza fare alcun accenno agli insediamenti. Ciò non avviene per caso. In cambio Netanyahu si è impegnato ad arrivare a una composizione permanente del conflitto entro un anno, segnalando che la portata del colpo inferto all’Iran si rifletterà sulle dimensioni delle concessioni che Israele potrà fare. E se questo amore tardivo aiuterà Obama e il suo partito nelle prossime elezioni per il Congresso, dal suo punto di vista l’intesa sarà stata utile.
(Da: Ha’aretz. 21.07.10)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 15:31 | |
29 luglio 2010
Consegnata alla Comunità ebraica di Milano la chiave della città di Tel Aviv
 
Il presidente del consiglio comunale di Milano, Manfredi Palmeri, e' intervenuto venerdì scorso alla cerimonia di consegna alla comunita' ebraica della chiave della citta' di Tel Aviv, che era stata donata al sindaco Aldo Aniasi nel 1977 dal suo omologo israeliano.
Alla casa di riposo di via Arzaga, erano presenti Roberto Jarach e Daniele Nahum, presidente e vice presidente della comunita' ebraica di Milano e i familiari di Aniasi. Lo storico oggetto era stato rinvenuto qualche settimana fa dal collezionista Paolo Uguccioni al mercatino di via Orefici: le figlie di Aniasi, Bruna e Alina, hanno voluto che venisse da oggi custodito dalla comunita' ebraica.
"Siamo di fronte -ha detto Palmeri- a un gesto di generosita' verso Milano e di attenzione verso la sua storia: la nostra citta' e' gemellata con Tel Aviv ufficialmente solo dal 1997, ma rapporti strutturati sono ben precedenti e hanno favorito un piu' ampio dialogo fra Italia e Israele".
(AdnKronos)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 12:58 | |
29 luglio 2010
Sarkozy dichiara guerra ad Al Qaeda
"Sarkozy minaccia rappresaglie contro Al Qaeda", annuncia Le Figaro. Il 26 luglio il presidente francese ha confermato "l'uccisione" in Mali di Michel Germaneau, un operatore umanitario di 78 anni che era stato preso in ostaggio in Niger il 20 aprile. Rivendicato dall'organizzazione Al Qaeda nel Maghreb islamico, questo "atto barbaro non rimarrà impunito", ha assicurato Sarkozy. "Con l'Algeria, la Mauritania e tutti gli altri stati del Sahara deve essere organizzata una reale politica di sorveglianza e di prevenzione. Una politica alla quale la Francia e l'Europa devono dare il loro contributo", osserva il quotidiano.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 10:27 | |
29 luglio 2010
Gaza, Hamas istituisce il servizio di leva facoltativo

(Il Velino) - Nuova mossa di Hamas per cercare il favore della popolazione della Striscia di Gaza, dopo anni di politiche repressive che ne hanno minato la credibilità interna, e allo stesso tempo aumentare la sua capacità militare. Il ministro dell’Interno della formazione, Fathi Hammad, ha annunciato che i residenti della zona potranno svolgere il servizio militare. Questo però sarà facoltativo e non obbligatorio. “È importante preparare gli uomini e le donne di Gaza contro una nuova aggressione israeliana”, ha affermato Hammad durante l’inaugurazione di un nuovo centro di formazione della polizia nel nord della Striscia. Alle sue parole si sono aggiunte quelle del suo portavoce, Ihab al-Ghussein, il quale ha spiegato che un comitato ministeriale è al lavoro per elaborare al più presto uno studio da presentare al governo per l’approvazione finale. “Nel documento – ha sottolineato al-Ghussein – verrà specificato che il servizio militare sarà facoltativo e non obbligatorio”.
Hamas punta molto su questa iniziativa, tanto che ha già annunciato stipendi interessanti per chi vi aderirà. Da una parte, infatti, sarà un “buon” servizio per la causa; dall’altra rappresenterà una fonte di reddito per i volontari. Soprattutto per i giovani. La popolazione, però, è diffidente in quanto più di una volta provvedimenti “facoltativi” si sono poi trasformati senza preavviso in obbligatori e le proteste sono sfociate in violente repressioni. Le forze di sicurezza di Hamas a oggi sono composte da circa 13 mila effettivi, la maggior parte dei quali si occupa di gestire l’ordine pubblico sul territorio. A loro si affianca l’ala militare del movimento, che può contare su altre migliaia di guerriglieri il cui compito è contrastare i raid israeliani e lanciare razzi sul territorio del paese ebraico.
(fbu)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 29/7/2010 alle 7:59 | |
28 luglio 2010
Begli aiuti dalla Flottilla per Gaza: medicinali scaduti e sacchi di fosforo "
l'OPINIONE di Dimitri Buffa.

Sacchi di fosforo che non possono servire ad altro se non a preparare
ordigni rudimentali, cibo e medicinali scaduti già prima dell¹imbarco. Una
bella figura di guano stanno facendo questi ³cooperanti² turchi dell¹Ihh, i
grandi ideatori della ³flottilla per Gaza², man mano che le autorità
israeliane scoprono quanto ammassato nel porto di Ashdod e successivamente
trasferito in quello di Gaza. La gente adesso si chiede: ma allora erano
veramente dei ³pacifinti?²
La notizia è stata rilanciata in rete dall¹agenzia FocusMO, specializzata in
notizie del Medio Oriente e diretta da Massimo Tesio, un sito internet
specializzato proprio nello scoprire notizie poco politically correct. Ma
anche l¹Ansa ha dato queste notizie nei giorni scorsi sebbene i media non le
abbiano riprese. Pare che proprio l¹altro ieri l¹autorità sanitaria di Gaza
abbia lanciato l¹allarme denunciando la comunità internazionale per l¹invio
di medicinali scaduti.
Tra cui quelli della suddetta ³flottilla².
L¹autorità avrebbe in effetti appurato che oltre il 70% di medicinali che
arrivano a Gaza come aiuti umanitari sono scaduti da mesi, alcuni
addirittura da anni.
Così, di fronte a questo triste e increscioso episodio, i responsabili
hanno dovuto distruggere i medicinali, bruciandoli o sotterrandoli, per un
controvalore quantificabile in milioni di euro. Il fatto è stato inoltre
denunciato dal Capo del Dipartimento donazioni del Ministero della Sanità
palestinese, Monir Albaresh. A tutto questo si aggiunge che, oltre ai
medicinali già scaduti, è stata rinvenuta una partita di cemento arrivata a
Gaza con la nave irlandese Rachel Corrie, anche essa inutilizzabile da oltre
15 anni.
Per giunta Hamas ha tenuto per settimane fermi ad Ashdod gli ³aiuti² della
flottilla turca per motivi strettamente burocratici: dovevano essere loro a
metterci le mani sopra e a comandare la successiva distribuzione.
A chiudere il cerchio della farsa il rinvenimento di decine di sacchi di
fosforo nelle stive della Navi Marmara. Ora è noto che il fosforo è sia un
fertilizzante sia un componente di rudimentali (ma non troppo) congegni
esplosivi. In passato lo stesso tipo di sacchi era stato sequestrato anche
al valico terrestre di Rafah a bordo di camion che povenivano dall¹Egitto.
Questo significa che tutta questa storia della flotta di liberazione dal
presunto assedio umanitario israeliano di Gaza sta concludendosi nel
peggiore e più prevedibile
dei modi: con il disvelamento di una duplice menzogna planetaria. Da una
parte i filmati, anche commissionati e girati dagli outlet di proprietà
palestinese, mostrano una Striscia dove nei supermercati non manca nulla,
beni di lusso compresi, dall¹altra che gli aiuti vengono mandati per fare
scena o per creare problemi diplomatici a Israele.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 23:6 | |
28 luglio 2010
Israele è una delle poche nazioni autenticamente anti-coloniali in Medio Oriente
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Più di duecento israeliani, per lo più originari del Sudafrica, hanno partecipato con passione a un seminario su “Combattere la delegittimazione d’Israele: smascherare il mito dell’apartheid” che si è tenuto domenica scorsa al Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme. L’evento è stato organizzato da due israeliani immigrati dal Sudafrica, Ari Rudolph e Diane Morrison, nel quadro di un progetto lungo un anno per la Legacy Heritage Fellowship.
Sono intervenuti il prof. Gideon Shimoni, autore di “Comunità e la coscienza: gli ebrei nel Sud Africa dell’apartheid; Dore Gold, già ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite; e D.J. Schneeweiss, coordinatore della strategia anti-boicottaggio al ministero degli esteri israeliano. I relatori hanno respinto senza mezzi termini ciò che hanno concordemente stigmatizzato come i tentativi sempre più intensi, da parte dei denigratori di Israele, di etichettare Israele come uno stato da apartheid.
“In quanto ex sudafricano – ha esordito la co-organizzatrice Morrison –per me è facile smontare il paragone spiegando le enormi differenze”. Ma per gli altri – ha aggiunto – che hanno storie diverse alle spalle, “è assai più difficile”, il che spiega l’urgente necessità di un seminario come quello di domenica.
L’evento si è aperto con la proiezione di un video clip dell’ex parlamentare arabo israeliano Azmi Bishara, successivamente fuggito all’estero per sottrarsi a un processo per spionaggio a favore di terroristi nemici d’Israele, che interveniva ad un evento della cosiddetta “Settimana sull’Apartheid d’Israele” a Johannesburg nel 2008. Nello stralcio, Bishara accusava Israele di essere, con la sua stessa esistenza, un caso di apartheid colonialista, per poi condurre dei paralleli fra il regime di apartheid in Sudafrica e il trattamento da parte d’Israele dei palestinesi in Cisgiordania, nella striscia di Gaza e all’interno stesso d’Israele.
Shimoni, il primo intervenuto, ha fatto notare come proprio il fatto che Bishara parlasse nella sua qualità di membro di un parlamento dal cui pulpito poteva liberamente denunciare il paese stesso nel quale era stato democraticamente eletto, contraddiceva clamorosamente il grosso delle sue asserzioni. Shimoni ha poi sottolineato come in Sudafrica le due parti in conflitto puntassero ad una sorta di “matrimonio”, laddove le parti coinvolte nel conflitto israelo-palestinese mirano esattamente al contrario, cioè a separarsi con un “divorzio”. Ed ha citato il concetto di “superiorità razziale” come quello che stava al cuore del sistema dell’apartheid sudafricano, squalificando come “menzogneri” i tentativi di comparare tale sistema e tale mentalità con il contesto israeliano. Shimoni ha criticato con forza la minoranza di israeliani di estrema sinistra che abbraccia il falso paragone con l’apartheid, ma ha criticato con altrettanta severità la minoranza di israeliani di estrema destra “seguaci di Kahane” il cui pensiero è simile a quello che egli ha descritto come prevalente nelle ultime fasi del regime di apartheid: una sorta di apartheid in sedicesimo.
Dore Gold ha sottolineato la necessità per Israele di mettere in rilievo le sue rivendicazioni in Terra di Israele o Palestina riconosciute dal diritto internazionale, allo scopo di contrastare le false rappresentazioni di Israele come di una illegittima entità colonialista; e la necessità di ribadire che Israele non desidera affatto governare sui palestinesi e che anzi è pronto ad arrivare con loro a un compromesso territoriale “all’interno di confini che siano difendibili”. “Chiunque conosca la storia del popolo ebraico – ha detto Gold – sa che la storia di Israele è la storia di un movimento nazionale e non quella di un movimento colonialista”, ricordando che la sua lotta per l’indipendenza giunse al punto di vedere l’esile forza aerea israeliana appena nata impegnata in combattimento con la Royal Air Force nel periodo finale del dominio britannico. Mentre altre nazioni in Medio Oriente sono state il prodotto diretto di un’imposizione delle potenze colonialiste, Israele può essere considerato come una delle poche autentiche “nazioni anti-colonialiste” della regione. “L’analogia con l’apartheid – ha detto Gold – è totalmente infondata. Lo sforzo di incastrare Israele nel parallelo con l’apartheid sudafricano rientra semplicemente nel tentativo di delegittimare Israele, puntando a cancellare la storia ebraica da questa terra”. Per combattere “il veleno” del paragone con l’apartheid “bisogna andare direttamente al cuore della questione affermando immediatamente la verità dei fatti, bisogna ricordare i diritti di cui godono le minoranze in Israele, e far rilevare che Israele aspira al compromesso territoriale con i palestinesi. Ma la cosa più importante – ha concluso Gold – è ribadire, di fronte alla comunità internazionale, i nostri diritti storici in questa terra, chiarendo al mondo che il popolo ebraico è quello che ha i più profondi, originari e duraturi legami con questo paese”.
(Da: Jerusalem Post, 19.7.10)
Nelle foto in alto: sopra, il vero aparthed in Sudafrica (sul cartello: "solo per bianchi"); sotto, la realtà in Israele (sul cartello: "sono un fiero israeliano")
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 20:30 | |
28 luglio 2010
Israele ora ha uno scudo che lo protegge dai razzi degli amici di Teheran
L’arte della guerra è un’avventura psicologica molto più che tecnica; chi riesce a intraprendere le rivoluzioni necessarie, vince. E in genere, soltanto le democrazie riescono a mettersi in discussione fino a scavalcare tradizioni d’arma e gerarchie militari che impongono vecchi sistemi perdenti. Adesso, siamo di fronte a una rivoluzione strategica di valore globale. Tre giorni or sono su Israele è stata virtualmente eretta una “cupola di acciaio”, Iron Dome, un sistema di difesa missilistico le cui due prime batterie saranno pronte a novembre.
È la risposta ai missili Kassam, Katiusha, Grad, Fajr e simili lanciati, con un raggio fino a 70 chilometri, da Gaza e da Hezbollah in Libano, ovvero i razzi a breve gittata che tengono i civili di Israele ostaggio ogni giorno dell’anno. È la risposta al nuovo pericolo strategico immediato che si affianca, nel programma dell’Idf, l’esercito israeliano, al Magic Wand contro i missili a medio raggio, e l’Arrow, contro i missili a lungo raggio.
In una serie di test condotti nel deserto del Negev in cui la “cupola” ha distrutto contemporaneamente missili provenienti da molte direzioni, si è sperimentata anche la capacità del nuovo sistema di distinguere missili diretti contro zone abitate da quelli destinati a cadere senza fare danni, e questo potrebbe risparmiare esplosivo e 100mila dollari a missile, tanto ne costa ciascuno. Si discute su quante batterie siano necessarie per difendere Sderot, città a pochi chilometri da Gaza.
Alcuni dicono una, altri due, ma si pensa soprattutto al Nord, alle minacce del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha il tipo di missili che ormai Israele può fermare. Come usa in Israele, si discute ferocemente anche su un successo, ma è chiaro a tutti che si apre una nuova era, quella in cui i civili sono difesi dalla maggiore minaccia della guerra asimmetrica, quella di attaccare donne e bambini a casa loro.
Nel 2000 l’arma definitiva erano i terroristi suicidi. Sembrava impossibile fermarli: poiché erano determinati a morire, nessuna minaccia poteva arginare l’orrida quotidiana ondata di giovani col giubbotto, eguale agli altri salvo che per la cintura di tritolo; di pie fanciulle bianco velate secondo il precetto islamico che, davanti a un supermarket o a un caffè israeliano pieno di avventori da uccidere, scendevano da un taxi proveniente da Betlemme, in cui per la prima volta in vita loro avevano trascorso una mezz’ora da sole con un uomo, l’autista.
Poi Ariel Sharon disse basta, e lanciò l’operazione “Muro di difesa” che disseccò la palude: i depositi di esplosivo, i finanziamenti di Yasser Arafat, le bande di supporto come i Tanzim, interi paesi, come Jenin, conquistata in una dura battaglia con 52 morti palestinesi e 23 soldati israeliani, macchine pianificatrici di questo nuovo tipo di guerra. Sharon vinse, il terrorismo si arenò. E nacque la nuova grande guerra dei missili: da lontano, al Nord e al Sud, sia gli Hezbollah sia Hamas, il secondo reso libero di agire dallo sgombero di Gaza cinque anni fa, il primo dallo sgombero del 2000 misero mano a Kassam, Grad, Fajr,Katiushe.
Ne nacquero due guerre, la seconda guerra del Libano e l’Operazione Piombo Fuso. Era la grande scoperta terrorista: invece di mandare i tuoi uomini in casa del nemico, invece di esplodere sugli autobus e nei ristoranti, vai a trovarli con i missili fin dentro casa, mandali al cimitero, all’ospedale e anche al manicomio sparando molto e da molto lontano. La sfida è strategica, definitiva, una forma di minaccia così convincente che l’Iran, coadiuvato dalla Siria, ci ha impostato sopra gran parte della sua prospettiva egemonica.
I suoi amici Hezbollah hanno ricevuto in regalo 40mila missili e anche Hamas dispone ormai di una pioggia di missili da usare al bisogno, se per esempio l’Iran dovesse innervosirsi alla prospettiva di un attacco alle sue strutture atomiche. Ma le cose sono cambiate in questi giorni, e non solo per Israele: da una fase di potenziamento delle armi aggressive, passando a quello delle armi difensive indica una strada a chiunque possa trovarsi a temere che il terrorismo lo scelga come obiettivo della nuova arma missilistica.
Essere coperti dall’attacco degli amici dell’Iran crea anche la possibilità per Israele di non dovere temere una furiosa risposta pilotata nel caso decida di attaccare le strutture atomiche iraniane, la maggiore minaccia esistenziale che Israele abbia mai conosciuto. Sarà interessante in questi giorni seguire quale sarà la decisione finale di Israele sull’acquistare o meno l’F15 dagli Usa: lo Stato ebraico deve decidere se acquistare uno squadrone di questi aerei da combattimento di quinta generazione che i radar non intercettano. In questo modo con i nuovi sistemi di difesa e quelli di attacco, con la convinzione che l’Iran non deve raggiungere l’atomica, Hezbollah e Hamas non saranno contenti.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 18:0 | |
28 luglio 2010
Pilllole di Israele e dintorni
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In vista di una possibile messa sotto accusa di Hezbollah per l'assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri, il leader del movimento sciita terrorista, Hassan Nasrallah, ha detto domenica sera che “gli investigatori del Tribunale speciale per il Libano, creato nel 2007 dalle Nazioni Unite, sono agenti del Mossad”. La prospettiva di un atto d'accusa contro Hezbollah suscita in Libano diffusi timori di una ripresa delle violenze settarie del maggio 2008, che avevano visto opporsi i sostenitori sunniti di Saad Hariri e quelli del partito sciita causando un centinaio di morti.
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“Hezbollah vuole dare la caccia a tutti coloro che, ai suoi occhi, sono collaborazionisti. Non so se i libanesi capiscono che cosa significa. Significa che Hezbollah diventerà una nuova Gestapo, una Gestapo libanese”. Lo ha detto il parlamentare libanese Sami Gemayel, in un’intervista a LBC, e ha aggiunto: “L'esercito libanese, le forze di polizia e lo Stato stesso saranno rimossi, e senza riguardi per la legge e la costituzione Hezbollah sarà libero di arrestare chi vuole”. Sami Gemayel è il figlio dell'ex presidente libanese Amin Gemayel.
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Il parlamentare libanese Ahmad Fatfat, del partito del primo ministro Saad Hariri ed ex ministro degli interni durante la seconda guerra in Libano, ha espresso il timore di un colpo di stato ad opera di Hezbollah. In questo caso, Fatfat dice di escludere qualsiasi possibilità di una risposta militare perché, dice, “solo Hezbollah dispone davvero di armi in questo paese”. Fatfat ha inoltre accusato Hezbollah di minacciare tutti coloro con cui il movimento sciita terrorista è in cattivi rapporti.
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La Banca d'Israele procederà al ricambio di banconote consunte o false in circolazione nelle banche della striscia di Gaza per un valore totale di circa 30 milioni di shekel. A proposito della misura, adottata su richiesta delle autorità palestinesi che controllano la Striscia, il sito di Hamas scrive: “Diamo a Israele soldi falsi e in cambio riceviamo shekel veri”.
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L’Unione Europea intende adottare lunedì una serie senza precedenti di sanzioni contro l’Iran, prendendo di mira in particolare il settore strategico dell'energia, allo scopo di spingere Tehran a collaborare sul suo controverso programma nucleare.
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Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha ribadito che subisce forti pressioni dalla comunità internazionale perché accetti di riprendere i negoziati diretti con Israele. Nel fine settimana, il Consiglio rivoluzionario di Fatah ha espresso sostegno ad Abu Mazen nel suo rifiuto di avviare colloqui diretti senza precondizioni (cioè, senza previe concessioni da parte di Israele).
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Nella riunione di domenica, il governo israeliano ha approvato l'aggiunta di Reuven Merhav e del professor Miguel Deutsch alla Commissione Tirkel che sta indagando gli incidenti sulla nave turca bloccata il 31 maggio scorso mentre puntava a forzare il blocco anti-Hamas su Gaza.
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Tre gruppi di pellegrini palestinesi diretti alla Mecca hanno attraversato questa settimana il valico di Rafah fra striscia di Gaza ed Egitto. Lo ha annunciato un funzionario palestinese. Nei prossimi giorni altri duemila palestinesi partiranno dalla striscia di Gaza “assediata” per compiere il pellegrinaggio musulmano in Arabia Saudita.
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Il giurista tedesco Christian Tomuschat, nominato il mese scorso dal commissario ONU per i diritti umani, Navi Pillay, a presiedere il comitato di monitoraggio circa il rapporto Goldstone (sull’operazione israeliana anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009), ha ammesso sabato d’aver contribuito nel 1996 alla stesura di un documento sugli aspetti giuridici del conflitto israelo-palestinese, ma ha detto d’aver “dimenticato” se il lavoro gli fosse stato commissionato da Yasser Arafat. Tomuschat, la legittimità della cui nomina è stata messa in discussione anche per aver definito in passato Israele uno ”stato terrorista”, sostiene d’essere sicuro d’aver fatto comunque un lavoro “obiettivo”.
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| Israele, che sulla flottiglia turca bloccata il 31 maggio scorso mentre puntava a forzare il blocco anti-Hamas su Gaza ha già condotto un’inchiesta militare e ne sta conducendo una civile indipendente, non intende collaborare con l'inchiesta della commissione sullo stesso tema voluta dal Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo hanno detto sabato sera fonti dell’ufficio del primo ministro israeliano, citando il carattere pregiudizialmente anti-israeliano del Consiglio Onu per i Diritti Umani. |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 15:30 | |
28 luglio 2010
Hezbollah soffre la concorrenza della Turchia nella "resistenza" a Israele
| Matteo Gualdi |
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Ankara
l'Occidentale - La visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Washington è servita sicuramente a fare il punto della situazione sulla situazione mediorientale. Ma tra gli argomenti trattati, almeno a leggere le cronache che arrivano dagli Stati Uniti, sembrerebbe mancarne uno fondamentale: la questione libanese. Sottovalutare o, peggio ancora, non considerare il paese dei cedri all’interno dello scenario mediorientale sarebbe un po’ come giocare a scacchi senza avere presente il ruolo del cavallo. Tanto più in un momento in cui vi è grande fermento a Beirut e dintorni, come dimostrano i gravi incidenti verificati nel sud del paese durante un’esercitazione delle forze UNIFIL. Ma sono molti gli indicatori che testimoniano quanto sia alto il grado di nervosismo tra le fila di Hezbollah.
Il caso della flottiglia pseudo-pacifista battente bandiera turca che ha tentato di rompere il blocco navale israeliano nei confronti della Striscia di Gaza, infatti, potrebbe rappresentare una seria minaccia potenziale per il Partito di Allah, quella cioè di essere scavalcato dalla Turchia come difensore della "causa" palestinese. Mentre in Occidente, infatti, si tende a mettere in evidenza semplicemente lo scontro tra Ankara e Gerusalemme, dalle parti di Beirut la questione viene vista da una prospettiva diversa, come una lotta per il predominio regionale tra Turchia ed Iran, o addirittura tra sciiti e sunniti. Negli ultimi anni, i terroristi di Hamas (sunniti) hanno accettato di buon grado l’aiuto che arrivava dall’Iran (sciita) in base al vecchio principio realista secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”. Per molto tempo le differenze, per quanto profonde, tra le forze in campo (Hamas, Hezbollah, Guardiani della Rivoluzione iraniani) sono state messe da parte, offuscate da un collante ben più forte: l’odio anti-israeliano. Ora però lo scenario potrebbe cambiare dato che, per la prima volta da quando il ruolo dell’Egitto di Mubarak si è iniziato ad appannare, un importante paese sunnita, la Turchia, potrebbe lentamente andare a prendere nel cuore dei palestinesi il posto ricoperto da Iran ed Hezbollah.
E’ logico, quindi, il fatto che i miliziani sciiti libanesi non possano guardare con favore a una simile prospettiva, e siano costretti a loro volta ad un rincorsa pericolosa. La frustrazione è tanta anche perché agli occhi dei palestinesi “per Gaza ha fatto di più la Turchia con un flottiglia di attivisti, che non 10.000 razzi”, secondo quanto diachiarato da Aziz Dweik, uno dei leader di Hamas nella West Bank. Come ha rilevato Michael Young sull’importante quotidiano libanese The Daily Star, “questo significa, in pratica, che i Turchi avranno molto da dire in materia di guerra e pace nella regione, e che d’ora in poi la Turchia esaminerà con attenzione le conseguenze che le azioni di Iran, Siria e Libano potrebbero avere sugli interessi nazionali, il che potrebbe limitare non poco l’autonomia di Hezbollah, riducendone il ruolo che finora ha avuto di deterrente nei confronti di Israele”.
D’altronde non è certo passato inosservato al segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, l’entusiasmo esploso a Beirut per gli eventi della flottiglia, e l’endorsement alla causa turca venuto niente meno che dal Primo Ministro Saad Hariri e da Walid Jumblatt, per i quali rafforzare l’intesa con Ankara significa indebolire il ruolo di Teheran e dei suoi rappresentanti in Libano. La mossa turca, pertanto, ha indebolito il Partito di Allah non solo all’esterno, nei confronti dei palestinesi, ma anche all’interno dove rischia di perdere lo “scettro” della resistenza. Per questo subito dopo le vicende della Peace Flottilla Hezbollah ha annunciato l’invio di una nuova spedizione, che, salpata proprio dai porti libanesi, è ora in rotta verso Gaza, e per questo l’esercitazione di UNIFIL è stata presa di mira dai militaziani sciiti. La Turchia ha tutt’ora un contingente all’interno delle forze ONU di stanza in Libano, quindi per Nasrallah screditare UNIFIL significa screditare anche il ruolo che il governo di Ankara può svolgere nella regione.
E’ presto per dire se siamo realmente all’inizio di un terremoto che porterà ad un deciso riequilibrio delle forze in Medio Oriente, ma i segnali che arrivano spingono in questa direzione. Resta da vedere se per l’Occidente ed Israele questo equivarrà a cadere dalla padella alla brace, o se effettivamente la Turchia saprà recuperare un ruolo più moderato ed incline al dialogo rispetto a quello di Iran, Siria ed Hezbollah.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 13:0 | |
28 luglio 2010
Quel trascurabile dettaglio
| Hagai Segal |
Il boicottaggio dei sedicenti “pacifisti” contro le aziende israeliane si fa, col passare del tempo, sempre più sofisticato.
Ad esempio, la “Coalizione Donne per la Pace” gestisce un sito web in inglese che presenta una lista onnicomprensiva delle fabbriche che in un modo o nell’altro risultano collegate con gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Tutte queste imprese vengono additate dal sito come aziende che traggono vantaggi a danno di una nazione occupata. Il sito si chiama: “Chi ne approfitta?”
Ma la Coalizione Donne per la Pace non si accontenta di elencare i nomi degli stabilimenti, il tipo di prodotti e il loro esatto indirizzo. Il sito fornisce anche nomi e cognomi dei titolari, probabilmente nella speranza che vengano trascinati davanti a qualche corte internazionale chiamata a giudicare i “crimini da occupazione”. O magari anche peggio.
Fra i tanti nomi il sito segnalava anche, perlomeno fino allo scorso week-end, quello di una donna chiamata Noa Alon in quanto titolare di un’industria alimentare ebraica in Cisgiordania. Ebbene, a beneficio dai sentimenti senz’altro nobilissimi degli europei che si affidano a questo sito, vorremmo sommessamente far notare che Noa Alon non è più proprietaria di quella fabbrica da parecchio tempo: circa sette anni fa, infatti, un terrorista palestinese l’ha assassinata, insieme alla nipote Gal Eisenman di 5 anni, in un attentato suicida nel quartiere French Hill di Gerusalemme.
Nonna e nipote sono state sepolte in un piccolo cimitero presso la comunità ebraica di Ofra (in Cisgiordania), non lontano dalla zona industriale dove sorgeva la fabbrica prima che essa venisse spostata sul versante della Linea Verde “permesso agli ebrei”.
Vien da chiedersi se, agli occhi della Coalizione Donne per la Pace, il fatto in sé che le due ebree siano sepolte laggiù significa che commettono il crimine di “approfittare dell’occupazione”.
(Da: YnetNews, 29.11.09)
Nella foto in alto: Noa Alon, 60 anni, e Gal Eisenman, 5 anni, uccise il 19 giugno 2002 in un attentato palestinese a Gerusalemme
Si veda anche:
(in inglese) Six killed in north Jerusalem attack:
http://info.jpost.com/C002/Supplements/CasualtiesOfWar/2002_06_19.html |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 10:40 | |
28 luglio 2010
Cosa faceva quel palestinese mentre i medici israeliani curavano sua figlia?
| Breve storia di vita e di morte |
| Di Hagai Segal |
(20.7.10 I servizi di sicurezza israeliani hanno individuato e arrestato la cellula terroristica di Hamas responsabile dell’attentato con armi automatiche costato la vita dell’agente di polizia Shuki Sofer, nel giugno scorso, a sud del Monte Hebron. Altre due persone erano rimaste ferite nell’aggressione a sangue freddo perpetrata vicino a Beit Hagai (Cisgiordania). Secondo la polizia israeliana, la cellula di Hamas aveva anche progettato di effettuare sequestri di persona nella zona di Hebron camuffandosi da ebrei osservanti.)
Che combinazione! Uno dei terroristi che circa un mese fa assassinarono l’agente di polizia israeliano Shuki Sofer è lo stesso che giusto un paio di mesi fa era stato designato come “caso umanitario”.
Ecco come è andata la vicenda. La figlia di sei anni del terrorista aveva bisogno di essere sottoposta a un intervento chirurgico per rimuovere un tumore ad un occhio, e venne ricoverata nell’ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme grazie ai fondi di una organizzazione non-profit israeliana. Interrogato dai servizi do sicurezza, il terrorista aveva garantito che stava accanto al letto d’ospedale della piccola.
Ora, si immagini se le autorità di sicurezza israeliane si fossero rifiutate di concedere alla bambina un permesso di entrata a Gerusalemme. Misericordiose organizzazioni per i diritti umani e di medici senza frontiere avrebbero immediatamente gettato in pasto ai mass-media l’ennesima storia di cinismo e indifferenza da parte dalla potenza occupante: la storia di una bambina palestinese gravemente malata, dei suoi angosciati genitori palestinesi e di un disumano posto di blocco militare. Secondo la retorica corrente anche in Israele, in questo genere di casi, qualcuno non avrebbe mancato di sottolineare che, poi, non ci dobbiamo lamentare se i palestinesi ci odiano tanto.
Ebbene, le autorità di “occupazione” hanno invece fatto mostra di comprensione verso la famiglia in questione: senza bisogno di alcun intervento da parte dell’Alta Corte di Giustizia né di gruppi per i diritti umani come B’Tselem, la bambina è stata ricoverata e curata nell’ospedale di Gerusalemme.
Eppure, nonostante questo, il padre della piccola non è riuscito a disfarsi del suo odio viscerale. Stando alla cronologia dei fatti ricostruita dall’inchiesta, egli ha continuato imperterrito a pianificare il suo attentato omicida, che ha successivamente e puntualmente realizzato, mentre sua figlia era ricoverata nell’ospedale israeliano. In effetti, era questo ciò che occupava la mente e le energie del terrorista, mentre una équipe di medici israeliani curava sua figlia come fosse stata figlia loro.
Poi i palestinesi, e i filo-palestinesi, si domandano come mai noi israeliani abbiamo dei posti di blocco.
(Da: YnetNews, 23.7.10)
Nella foto in alto: Yehoshua (Shuki) Sofer, ucciso in un attentato terroristico nel giugno scorso
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 28/7/2010 alle 7:59 | |
27 luglio 2010
" La bufala di Franklin "
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Benjamin Franklin
Cari amici,
esplorando il Medio Oriente, anche solo in maniera parziale e del tutto virtuale come faccio io, si incontrano molte sofferenze e tanto sangue e anche parecchie delusioni. Per esempio si scopre che anche quelli che sembrano i più generosi donatori del povero popolo di Gaza oppresso dall'entità sionista, i nostri straordinari pacifinti, sono assai più avari di quel che si penserebbe, e se regalano delle medicine, le scelgono quasi tutte usate, secondo la logica del bidone della spazzatura in cui si butta ciò che non serve (http://www.focusonisrael.org/2010/07/23/aiuti-umanitari-gaza-scaduti/). Peccato. E' vero che a loro non servono ed è tutta scena per mettere in imbarazzo Israele, ma dare ai martiri gazani delle medicine scadute e magari del cibo avariato è davvero un po' troppo...
E però si incontrano anche dei grandi uomini, delle istituzioni coraggiose e innovative. Come l'"Arab Emirates Creativity Center" e il suo direttore, il creativissimo Dottor Ali Al-Hamadi. Purtroppo solo gli spettatori della televisione di Hamas Al Aqsa TV hanno avuto la fortuna di incontrare questo dottorissimo creativo, che ha anche una grande testa politica. Per chi non l'avesse seguito, ecco un riassunto delle sue rivelazioni (http://networkedblogs.com/5JvdZ). Dovete sapere, ha iniziato l'Altissimo dottore, che l'ex presidente americano Franklin è stato una delle grandi menti di quel paese. E questo è già un colpo di genio, perché dei padri fondatori degli Stati Uniti Franklin è l'unico a non aver ricoperto la presidenza, perché questa fu istituita nell'89 e offerta a George Washington, mentre Franklin morì nel '90. Che creatività!
Ma perché è importante Franklin per il nostro creativissimo, tanto che vorrebbe scrivere le sue parole "in lettere d'oro"? Ascoltate. "Nel 1779 fece un famoso discorso. Si rivolse al popolo americano e parlò loro di un terribile pericolo che stava di fronte al popolo americano." Quale? Le giubbe rosse inglesi? Gli indiani di Toro seduto? Ma no! "E' la proliferazione degli ebrei negli Stati Uniti. Gli ebrei sono diavoli e pipistrelli, dobbiamo espellere questi peccatori! Queste sono parole sue [di Franklin] non mie [di Alì, assicura il dottorissimo]: dobbiamo espellere questo gruppo di peccatori dagli Stati Uniti e se non lo facciamo immediatamente le nostre future generazioni ci malediranno, quando si troveranno sotto i piedi degli ebrei!" Queste sì che sono parole da scrivere in oro: i pipistrelli! i peccatori! i diavoli! sotto i piedi degli ebrei! a ben prima dell'"occupazione" di Giudea e Samaria! Un secolo prima che nascesse Herzl, quando ancora i ghetti non erano stati aboliti! Questo sì che è un bel parlare: Franklin come Hitler, o come Arafat, che diceva proprio le stesse cose! Che fossero patrioti americani anche loro?
Leggendo questa "profezia di Franklin" capite bene perché il centro del buon Alì Al-Hamadi sia dedicato alla creatività, una creatività araba ed emirata che si potrebbe anche chiamare invenzione bella e buona. Ve lo vedete un grande illuminista, amico di Diderot e D'Alambert, parlare in questi termini? In realtà si tratta di una bufala, come ha dichiarato lo stesso Congresso americano in un rapporto del 2004: una vecchia calunnia venuta alla luce nel 1934 (ai tempi del vecchio Adolf) e che ha messo radici nel mondo arabo, un po' come i Protocolli. L'idea geniale del dottor Alì è di farne propaganda in televisione oggi, di venderla come la sua creativa collega Vanna Marchi faceva con le sue cremine e i suoi esorcismi, di piazzarla ad Hamas che come tutti sanno è una forza popolare e democratica, con cui Europa ed America devono certamente fare i conti, se vogliono la pace. E Hamas, non è altrettanto geniale a sostenere la propria "lotta di liberazione" con questi argomenti? Chissà se qualcuno diffonderà questi sermoni in Occidente. Sarebbero utilissimi, soprattutto per quelli che dicono che l'opposizione a Israele è un fatto politico perfettamente giustificato, tutt'altra cosa rispetto all'antisemitismo.
Ugo Volli
| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 23:15 | |
27 luglio 2010
Perché non arriva la pace
| Moshe Dann |
Tutti i tentativi di imporre uno stato palestinese (le proposte di soluzione “a due stati”) sono destinati al fallimento per una semplice ragione: gli arabi palestinesi non vogliono questo stato. Essi non costituiscono una nazione, un popolo: il loro nazionalismo non si fonda su un’unica identità linguistica, storica, culturale o religiosa; il suo fine primario è spazzare via lo stato d’Israele e i suoi abitanti ebrei. Pertanto qualunque forma di “statualità” palestinese che accetti il diritto di Israele ad esistere è, per definizione, impossibile. La cosa è chiaramente evidente nelle Carte costitutive dell’Olp e di Hamas.
Il “palestinismo” non è un’identità nazionale, bensì una costruzione politica sviluppata come parte di un’agenda terroristica, quando l’Olp venne formata nel 1964. Era un modo per distinguere fra arabi ed ebrei, e fra gli arabi che vivevano in Israele prima del 1948 e gli altri arabi. La definizione “arabi palestinesi” non è un’invenzione straniera o colonialista: è la locuzione con cui essi usavano descrivere se stessi nei loro documenti ufficiali. La loro identità venne fondata su un mito: il solo scopo era “la liberazione della Palestina, compreso ciò che oggi è Giordania. Gli arabi che vivevano in Palestina non consideravano se stessi separati dalla più ampia nazione araba, come risulta dai documenti dell’Olp.
Si accodarono al mufti filo-nazista Haj Amin Hussein non perché egli esprimesse la loro identità nazionale, ma per via del suo odio contro gli ebrei. Non definiscono la loro lotta come il raggiungimento dell’indipendenza a fianco di Israele: il loro obiettivo è sostituirsi a Israele. Perciò le proposte di soluzione “a due stati”, con la statualità palestinese come obiettivo territoriale, di fatto sono la negazione del palestinismo. Tali soluzioni significherebbero la fine del palestinismo e della loro lotta per sradicare Israele.
Il che spiega come mai nessun leader arabo “palestinese” accetterà di accondiscendere agli interessi occidentali e sionisti, e come mai per loro scendere a compromessi equivalga a un’eresia. Statualità (accanto a Israele) significa sconfessare la “Naqba” (catastrofe), che coincide con la nascita dello stato di Israele nel 1948, e ammettere che tutto ciò per cui si sono battuti e sacrificati è stato vano. Statualità (accanto a Israele) significa lasciar perdere cinque milioni di arabi che vivono nei 58 cosiddetti “campi profughi” sponsorizzati dall’Unrwa in Giudea, Samaria, striscia di Gaza, Libano, Siria e Giordania, e le centinaia di migliaia sparsi in giro per il mondo: che non sarebbero più considerati “profughi”, con la perdita secca di più di mezzo miliardo di dollari che l’Unrwa riceve ogni anno. Statualità (accanto a Israele) significa abbandonare la “lotta armata”, che è il fulcro della loro identità: significa che il concetto di palestinismo, creato dall’Olp, accettato dall’Onu e dai mass-media ed anche dai politici israeliani, era solo un’invenzione, una falsa identità, con falsi scopi. Il che comporta che le loro sofferenze sono state inutili. Statualità (accanto a Israele) significa assumersi responsabilità e porre fine all’indottrinamento, all’istigazione e alla violenza. Significa fare i conti con i miti dell’“archeologia palestinese”, della “società e cultura palestinese” e costruire un autentico nazionalismo, istituzioni e strutture nella trasparenza. Significa anche, naturalmente, porre fine al conflitto, e farla finita con il terrorismo come politica ufficiale, e farla finita con la guerra civile fra islamisti e laici, fra tribù e clan rivali, e farla finita con la corruzione, l’illegalità e l’arbitrio; significa dare vita a un vero governo democratico.
Nessuna costruzione artificiale imposta dall’esterno può surrogare alla creazione di un genuino processo di edificazione nazionale dall’interno. Paradossalmente il “palestinismo” è il maggiore ostacolo alla nascita di uno stato palestinese a fianco di Israele, e alla stabilità nella regione.
(Da: YnetNews, 15.07.10)
Nell’immagine in alto: Come graficamente mostrato dalla mappa, tutta la pubblicistica palestinese identifica la “Naqba” (catastrofe) con la nascita dello stato di Israele nel 1948, e la cancellazione di Israele come unica possibile "giustizia"
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 20:36 | |
27 luglio 2010
Crash hélicoptère en Roumanie : publication du nom des militaires disparus

Le porte-parole de Tsahal a publié le nom des militaires qui sont portés disparus dans le crash de l'hélicoptère israélien en Roumanie. Il s'agit du lieutenant-colonel Avner Goldman, âgé de 48 ans, de Modiin, du lieutenant-colonel Daniel Shifenbor, âgé de 43 ans, du moshav Kidron, du major Yahel Keshet, âgé de 33 ans, de Hatserim, du major Liron Shay, âgé de 28 ans, de Tel Nof, du lieutenant Nir Lakrif, àgé de 25 ans, de Tel Nof et du sergent-chef Oren Cohen, âgé de 24 ans, de Rehovot.
Les forces de sauvetages roumaines sont arrivées mardi sur le site du crash de l'hélicoptère israélien. L'hélicoptère est tombé dans un abîme profond et ses fragments sont dispersés sur une vaste étendue.
L'espace aérien, dans un rayon de cinq kilomètres autour du site a été fermé, à cause de la présence de nombreux hélicoptères appartenant aux médias. Selon les medias roumains, le ministère roumain de la défense a déclaré que l’hélicoptère, un Sikorsky CH-53, s’est écrasé au cours de Blue Sky 2010, un exercice de 11 jours entre l’aviation roumaine et israélienne.
L’exercice a débuté le 18 juillet et devait se conclure le 29 juillet. Plus tôt, le porte-parole du ministère roumain de la défense, Constantin Spanu, a déclaré que les sauvetages se sont précipités pour atteindre les lieux de l’accident, situé près de la ville de Zarnesti, à environ 125 kilomètres au nord-ouest de Bucarest. La mission de sauvetage incluait une équipe médicale, ainsi que des troupes israéliennes et roumaines, assistées par la police locale. Selon la force aérienne, l’hélicoptère manquant volait à basse altitude dans une formation de deux appareils dans le cadre de l’exercice.
A un certain point, tout en survolant les montagnes des Carpates, un des hélicoptères a perdu le contact visuel et radio avec l’autre. Le contrôle de la mission a été incapable de le reprendre. Selon certains rapports, un des hélicoptères Sikorsky qui a pris part à la formation a été forcé d’atterrir au début de l’exercice, mais on ignore si il s’agit du même hélicoptère que celui qui s’est écrasé plus tard.
Le chef de la force aérienne israélienne s’est entretenu lundi soir avec son collègue roumain, et les deux hommes ont convenu d’une enquête conjointe sur l’incident, qui est présumé être un accident. Le Sikorsky CH-53 est utilisé par l’aviation israélienne depuis les années 1960 et est un hélicoptère de transport lourd.
L’hélicoptère peut transporter jusqu'à 55 soldats ou 24 civières utilisées dans des missions de sauvetage, et a une capacité maximale de 33 tonnes. En 1992, Tsahal a commencé a moderniser son parc de CH-53, en y introduisant des systèmes de navigation avancés, de l’avionique moderne et des systèmes de guerre électronique, et en changeant les palles des rotors par des nouvelles en titane.
Juif .org
| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 19:55 | |
27 luglio 2010
Iran, sale l'onda della protesta: anche i commercianti si ribellano al regime
| Matteo Gualdi |
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Khamenei Kiss
l'Occidentale - Settembre si avvicina, e con esso la data prevista per il ritiro delle combat forces americane dall’Iraq. La missione sembra ormai vicina alla conclusione e le forze armate irachene hanno dimostrato di essere in grado di garantire in autonomia la sicurezza nel paese. Ci sono però alcuni aspetti di questa operazione che sembrano preoccupare i generali americani, in particolare la possibilità che qualcuno approfitti del momento del ritiro per attaccare le basi statunitensi.
Stando a quanto riporta Scott Peterson su Christian Science Monitor, “in una conferenza stampa insolitamente schietta il Gen. Ray Odierno, comandante delle truppe americane in Iraq, ha detto che Kataib Hezbollah – un gruppo sciita che opera con l’appoggio dell’Iran – potrebbe cercare di trarre vantaggio da questo ritiro pianificato e reso pubblico da diverso tempo”. Secondo il Gen. Odierno “per anni questi gruppi hanno detto che stavano obbligando gli Stati Uniti ad andarsene, e riuscire a mettere a segno un colpo significativo potrebbe essere per loro una forte arma di propaganda”. In sostanza Kataib Hezbollah potrebbe decidere di colpire per prendersi il merito di un ritiro in realtà ampiamente pianificato e dovuto non ad una sconfitta, come cercherebbe di far credere, ma al contrario al buon esito delle attività sul campo.
La cosa davvero preoccupante, tuttavia, non è tanto la prospettiva di possibili attacchi, quanto il collegamento sempre più evidente tra questi ed il governo di Teheran. Secondo il Gen. Odierno le attività di questi gruppi sono “chiaramente connesse” ai Guardiani della Rivoluzione iraniani: “ciò che sappiamo per certo è che le persone che si stanno preparando a sferrare questi attacchi hanno ricevuto una speciale formazione in Iran, e che nell’ultimo mese sono stati inviati da Teheran degli esperti per aiutarli a pianificare gli attacchi”. D’altra parte il collegamento tra i gruppi terroristici sciiti in Iraq ed i Pasdaran iraniani è noto da tempo. Già nel 2006 l’Iraq Report 6 dell’Institute for the Study of War metteva in evidenza proprio questo aspetto, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica ed i politici di Washington riguardo al ruolo dei pasdaran negli attentati contro le truppe americane, ma evidentemente senza grande successo.
Ancora nel 2008 Marisa Cochrane nell’Iraq Report 11 metteva in evidenza il consolidamento della rete iraniana in Iraq attraverso i cosiddetti Special Group ed il Jaysh al Mahdi (JAM) di Moqtada al-Sadr, una rete il cui principale obiettivo era quello di infliggere agli americani più perdite possibili per accelerane il ritiro e prendersene il merito. Oggi come allora ciò che sconcerta di più è il fatto che di fronte a questo evidente coinvolgimento non si prenda alcun provvedimento nei confronti di Teheran. Sembra che quando si parla di Iran l’unica preoccupazione sia rappresentata dalla potenziale minaccia nucleare, ma il governo di Teheran è ben più che una semplice minaccia, è un nemico vero e proprio perché le sue azioni concrete provocano morti americani. Sarebbe bene che questa semplice verità venisse accettata una volta per tutte e che venissero prese serie decisioni in proposito, anziché continuare a far finta di niente. Come scrive Michael Ledeen, “il nostro comandante in Iraq sta ovviamente cercando di catturare l’attenzione di qualcuno qui a Washington. Non siamo forse obbligati a sottolineare la serietà delle sue parole e disegnare una strategia per vincere la vera guerra, nella quale l’Iran è il nemico principale?”. Ed evidentemente Ledeen non è il solo a pensarla così, se anche William Kristol sul Weekly Standard ha citato un famoso discorso di Winston Churchill del 1936 alla House of Commons: “l’era del procrastinare, delle mezze misure, degli espedienti inutili, dei rinvii sta arrivando alla fine. Al suo posto stiamo entrando in un periodo pieno di conseguenze”. Un chiaro invito, quello di Kristol, affinché l’America accetti il proprio ruolo, e le conseguenze che ne derivano.
In questo quadro, i leader occidentali dovrebbe tendere la mano non ai propri nemici, come fatto finora con l'Iran, ma a chi dall'interno sta cercando di abbattere il regime teocratico e militare. L’opposizione è più viva che mai in Iran, come hanno dimostrato prima le grandi manifestazioni dell’Onda Verde, poi gli scioperi dei bazaar da Teheran a Isfahan, fino a Tabriz che hanno abbassato le serrande da diversi giorni ormai per protestare contro il regime, sfidando le milizie basiji e la terribile repressione degli ayatollah. Come riporta ancora Ledeen “perfino il bazaar di Mashad – una città dall’enorme importanza dal punto di vista religioso – è stato chiuso, almeno in parte”. E ancora, nella città di Zahedan, nella provincia del Baluchistan — teatro di un sanguinoso attentato suicida nella quale hanno perso la vita due militari dei Guardiani della Rivoluzione – i Pasdaran stanno cercando di tenere la situazione sotto controllo, ma senza grande successo.
Lo stesso tentativo del governo di accusare Israele e Stati Uniti di essere dietro all’attentato, per non dover riconoscere la forza degli oppositori, dimostra la debolezza del regime. Se poi si considera che l’attacco è occorso nel giorno in cui si celebravano “la forza e la virtù” dei Guardiani della Rivoluzione, al danno si aggiunge la beffa. Tanto che all’indomani dei fatti di Zahedan, in un’azione senza precedenti, tre membri del parlamento hanno dato le dimissioni per protestare contro il governo e denunciare l’”aobminevole” trattamento dei Baluchi da parte dei Pasdaran. Il respingimento delle dimissioni da parte di Ali Larijani, dimostra il rifiuto del governo di affrontare la questione delle minoranze, in un paese in cui circa la metà della popolazione non è persiana.
Dall’altra parte, invece, l’opposizione ed i leader dell’Onda Verde, Mousavi e Karroubi, stanno lavorando proprio per rafforzare i legami con le minoranze etniche e religiose, per compattare le opposizioni in un unico grande fronte contro il regime, la cui debolezza è dimostrata anche dalla nuova ondata repressiva contro i vestiti femminili “antislamici”, contro i parrucchieri da uomo e persino contro gli “incontri sessuali nelle ore diurne”.
Anche la fatwa emessa il 20 luglio scorso dall’Ayatollah Khamenei in persona, nella quale ricorda a tutti che egli legifera nel nome del Profeta e che obbedire alla Guida Suprema equivale ad obbedire a Maometto, anziché rafforzare la legittimità del regime ne dimostra la debolezza. Come osserva Ledeen “solo i dittatori fanno questo genere di cose quando sanno di non essere più obbediti. In sostanza Khamenei dimostra di sapere di avere fallito nel conquistare l’obbedienza del popolo attraverso il consenso, e così tenta di imporla per legge”. Evidentemente gli iraniani hanno capito che è ora di rovesciare questo regime e riconquistare la libertà, sarebbe ora che lo capisse anche il governo di Washington, dimostrando di riuscire finalmente a distinguere tra minacce potenziali e nemici reali.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 17:59 | |
27 luglio 2010
Le immagini dell’inaugurazione del nuovo shopping center di Gaza sollevano qualche interrogativo
| Jacob Shrybman |
La sera di sabato scorso nella striscia di Gaza si è tenuta l’inaugurazione ufficiale di un nuovo centro commerciale, noto col nome di Gaza Mall.
Sicché, mentre il mondo continua a condannare Israele per il cosiddetto “blocco” o “assedio”, gli abitanti della striscia di Gaza (compresi quei 10.500 e più che sono stati accolti in Israele nel corso del 2009 per ricevere cure mediche) possono godersi il loro nuovo e lussuoso shopping center multipiano e con aria condizionata.
Curiosamente, proprio il giorno successivo all’apertura del centro commerciale l’alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, ribadiva la richiesta a Israele di revocare il “blocco” su Gaza. Viene spontaneo domandarsi se la Ashton, durante la sua vista, tra un sopralluogo e l’altro nei terribili luoghi della crisi umanitaria di Gaza, non abbia trovato il tempo di fare una sosta presso il nuovo centro commerciale per informarsi su come vadano le vendite.
Intanto, sempre sabato scorso, proprio mentre erano in corso i festeggiamenti per il Gaza Mall, Sky News riferiva della situazione “tuttora atroce” di Gaza. Il servizio rimarcava: “Il blocco significa che Israele permette l’ingresso a Gaza soltanto dei beni più essenziali come farina, riso e zucchero”. Cosa su cui è impossibile non porsi qualche interrogativo quando si vedono le gaie immagini dell’inaugurazione del raffinato shopping center di Gaza e della varietà di prodotti in offerta.
Analogamente, il giorno stesso in cui veniva inaugurato il Gaza Mall, il presidente dell’agenzia Onu UNRWA, John Ging, affermava che la gente di Gaza “non può nemmeno permettersi di acquistare lattine di Coca Cola da Israele”. Ma com’è che possono permettersi abiti, cosmetici e giocattoli per bambini nel nuovo centro commerciale di Gaza?
In effetti, le immagini del nuovo shopping center pongono seri interrogativi circa la crisi umanitaria verso cui si dirigono tutte queste navi cariche di “aiuti” internazionali. Chissà, forse il dittatore libico Gheddafi, che ha recentemente mandato l’ennesima nave, è proprietario di uno dei negozi dentro all'elegante centro commerciale della striscia di Gaza.
(Da: YnetNews, 20.7.10)
Per un video (in inglese) sul nuovo Centro commerciale di Gaza:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3922441,00.html
Per un video più lungo (con sarcastiche didascalie in inglese):
http://www.youtube.com/watch?v=R-okjIj8MSY
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 15:31 | |
27 luglio 2010
File segreti sull’Afghanistan: com’è facile manipolare i media…
| Marcello Foa |
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Lo scoop di Wikileaks che poche ore fa ha diffuso 92mila file segreti del Pentagono dimostra che per sei anni il governo americano ha mentito ai media. Sia chiaro: nessuno si aspetta che dalle autorità trapeli sempre la verità, ma qui siamo di fronte a una colossale manipolazione della realtà. Scopriamo stragi di civili fatte passare sotto silenzio, collusioni imbarazzanti dei servizi pakistani con Al Qaida, missili americani Stinger, che erano stati forniti a Bin Laden negli anni Ottana e poi usati contro le forze americane. Veniamo a sapere che la situazione sul terreno è molto peggiore di quanto avessero ammesso ovvero che i talebani controllano zone molto ampie del territorio afghano e che la formazione delle forze di sicurezza di Karzai è poco più che una farsa; dunque che la missione internazionale è servita a poco.
A essere danneggiata è, innanzitutto, la reputazione degli Stati Uniti, che viene messa per la seconda volta fortemente in dubbio. Dopo le frottole sull’Irak ecco quelle sull’Afghanistan. Chi crederà ancora alla loro parola?
Da notare, a conferma di una tesi sostenuta da tempo su questo blog, che con Obama non è cambiato nulla . Sebbene la Casa Bianca abbia precisato che i file arrivano al 2009 e dunque riguardano l’era Bush, l’attuale amministrazione ha confermato la linea; anzi, come noto, ha incrementati le truppe. E non risulta che la politica di comunicazione sia cambiata. Dunque Obama mente come mentiva il suo predecessore.
Durante i miei corsi universitari, incentrati sullo spin, evidenzio come sia possibile orientare l’insieme dei media. Sapendo che l’80% delle notizie è di fonte istituzionale, la qualità dell’informazione dipende non solo dai giornalisti, ma innanzitutto dalla correttezza e dalla trasparenza di chi opera all’interno delle istituzioni.
Se il governo o, nel caso specifico, la Casa Bianca e il Pentagono decidono una linea e riescono a imporre una disciplina ai propri funzionari, dunque a evitare fughe di notizie sgradite, riescono a orientare non un giornale, ma l’insieme dei media.
Una delle tesi, provocatorie, che sostengo è che gli scoop siano sovente illusori, in quanto impiantati ad arte da chi detiene il potere. La vicenda di Wikileaks rafforza questa mia convinzione: per sei anni il Pentagono ha nascosto notizie colossali. Non una, ma tante, tantissime; in teoria sarebbe stato facile venirne a conoscenza, perlomeno in parte, considerata anche l’arco di tempo, piuttosto ampio. Invece nessun giornalista, nemmeno d’inchiesta è riuscito a bucare la ferrea disciplina dell’ufficio comunicazione di Pentagono e Casa Bianca.
Periodo nel quale all’opinione pubblica, americana e internazionale, sono state propinate tantissime frottole.
Come non indignarsi?
Da:http://blog.ilgiornale.it/foa
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 27/7/2010 alle 13:0 | |
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